Approfondimenti: la verità in Giovanni

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Documento (San Giovanni – Approfondimenti)

Nel Nuovo Testamento i testi dove si parla più frequentemente della verità, sono le lettere paoline e giovannee, e il quarto vangelo.  Per Paolo, la verità si identifica col messaggio del vangelo (Gal 2, 5-14); egli ricorda ai cristiani di Efeso: “Voi (avete udito) la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza” (Ef 1, 13). Pertanto “giungere alla conoscenza della verità” (1 Tim 2, 4; 2 Tim 3, 7) vuoI dire accogliere la buona novella della salvezza, aderire alla vera fede, farsi cristiano.
La verità predicata dall’apostolo non è una teoria astratta, una dottrina soltanto; al centro del suo messaggio sta la persona di Cristo. Paolo dice agli Efesini: “la verità è in Gesù” (Ef 4, 21). Accogliere la verità del vangelo significa per lui: “imparare il Cristo…, udire di lui, essere ammaestrato in lui” (Ef 4, 20-21). Nella seconda lettera ai Corinti, Paolo sottolinea con forza che la parola del vangelo è la rivelazione del mistero di Cristo: lo scopo della sua opera apostolica è di “manifestare la verità”, di “far rifulgere lo splendore del vangelo della gloria del Cristo”, di “far risplendere la conoscenza della gloria di Dio che è sul volto di Gesù Cristo” (2 Cor 4, 2-6).
Ma l’autore che ha approfondito di più il tema della verità e che ha fortemente messo in risalto la sua relazione col mistero di Cristo è indubbiamente San Giovanni. Per l’autore del quarto vangelo, Gesù è innanzitutto il Rivelatore del Padre. L’evangelista descrive la sua missione nei seguenti termini: “Colui che viene dal cielo è superiore a tutti, e attesta ciò che ha veduto e udito; eppure nessuno accetta la sua testimonianza” (3, 31-32). E Gesù stesso dichiara ai Giudei di Gerusalemme: “Io vi ho proclamato la verità, quale io l’ho udita da Dio… Ma a me, che vi dico la verità, non credete” (8, 40-45). Se l’idea di rivelazione è tanto centrale per San Giovanni, si capisce bene come egli abbia scritto nel prologo: “La legge fu data da Mosè; la grazia e la verità (la pienezza della rivelazione) venne a noi in Gesù Cristo” (1, 17).
Il testo fondamentale si trova nei discorsi di Gesù all’ultima Cena: “Io sono la via, la verità e la vita” (14, 6). Gesù si chiama la verità e usa qui il linguaggio della tradizione biblica e giudaica in cui la “verità” è un messaggio di salvezza, la parola di rivelazione: egli è dunque la verità, in quanto egli, l’uomo Gesù, è per noi la pienezza della rivelazione. Approfondire la verità cristiana vuol dire: approfondire il mistero di Cristo, scoprire sempre più, nel processo stesso della nostra fede, che egli, l’uomo Gesù si manifesta a noi come Figlio di Dio; così Cristo è per noi anche la vita, perchè nella comunione con lui  partecipiamo alla vita di Dio. In questo sta tutto il senso della vita cristiana.
Per attuare e realizzare questa vocazione, viene mandato ai credenti il Paraclito, chiamato nel quarto vangelo lo Spirito di verità. Compito suo non è di portare una nuova rivelazione, un’altra verità, distinta da quella di Gesù, ma di far comprendere, di far interiorizzare e assimilare la verità di Gesù.
Cristo stesso diceva nell’ultima Cena: “Lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel mio nome, egli Vi insegnerà e vi farà ricordare tutto quello che io vi ho detto” (14,28); “lo Spirito di verità vi condurrà verso tutta intera la verità” (16, 13). La missione dello Spirito sarà dunque di far penetrare nel cuore dei credenti il messaggio di Gesù, di darne loro una comprensione personale ed esistenziale, un’intelligenza di fede. Così si potrà sviluppare la vita nuova dei discepoli di Cristo; per San Giovanni questa vita è una vita nella verità, una vita nella luce di Cristo.
Intimo è il rapporto tra la verità e la santità del cristiano. Questi deve stare per la verità (Gv 18,37); deve essere abitualmente sotto l’influsso della verità che rimane in noi (2 Gv 4); solo rimanendo nella parola di Gesù giungerà a conoscere completamente la verità e ad essere da essa liberato internamente dal peccato (Gv 8,31ss). Essa ci fa vincere il maligno (1 Gv 2,14); chi permette al seme della Parola di rimanere attivamente in lui, si santifica nella verità (Gv 17,17.19).
Da questi principi acquistano pieno significato spirituale le espressioni “fare la verità” (3,21; 1 Gv 1,6), “camminare nella verità” (2 Gv 4; 3 Gv 3ss), attuando la parola di Gesù che è il precetto della carità.
Pertanto la verità  nel Nuovo Testamento non è la conquista del reale con l’attività del pensiero e della ragione, ma la rivelazione del Padre attuata in Cristo e illuminata dallo Spirito: rivelazione accolta, custodita e approfondita con l’impegno di tutta la nostra persona.
Approfondiamo i concetti appena espressi: più che ogni altro autore del Nuovo Testamento Giovanni insiste sul ruolo della verità nella vita dei credenti. La verità non è per lui un oggetto di pura contemplazione intellettuale, ma il principio fondamentale della morale cristiana, della trasformazione e del rinnovamento dell’uomo. Perciò San Giovanni usa molte espressioni per descrivere la funzione della verità nel comportamento e nell’agire del cristiano.
La prima cosa che ci si aspetta da un uomo che viene messo a confronto con Cristo e con la sua verità è che egli “faccia la verità”; questa formula biblica “fare la verità” non significa semplicemente vivere in conformità con la verità. “Fare la verità” comporta nel quarto vangelo tutto il processo di assimilazione della verità, il cammino del progresso nella fede, significa “far propria la verità” di Gesù, ascoltando la sua parola e contemplando la sua persona e le sue azioni. Così l’uomo entra progressivamente nel mistero di Cristo e diventa cristiano.
Ma credere non basta. Il credente deve approfondire la sua fede. E’ ciò che Giovanni chiama “conoscere la verità”. Questa conoscenza profonda non si acquista in un giorno; essa si ottiene a poco a poco, col ritmo stesso dello sviluppo della fede.
Gesù diceva ai Giudei: “Se voi restate nella mia parola, sarete veramente miei discepoli; così voi conoscerete la verità” (cioè voi la penetrerete progressivamente) (8, 32). La condizione è chiara: bisogna, nel pieno senso della parola, diventare personalmente discepolo di Gesù. Così si arriva ad “essere dalla verità”, come dice ancora Giovanni (18, 37; 1 Gv 3, 19); il vero cristiano è colui che ha messo la sua vita in armonia con la verità; egli vive in modo abituale nell’irraggiamento della verità, vi si ispira in tutto il suo modo di agire. Questa esigenza è molto importante. Per essere cristiano, secondo San Giovanni, non basta quindi accettare intellettualmente alcune verità di fede, senza impegno personale. Il cristiano vive nella verità soltanto quando egli cerca continuamente di assimilarla, per lasciarsi progressivamente trasformare da essa. E’ la condanna di ogni formalismo, di ogni superficialità, di ogni cristianesimo indifferente, non autentico.
La dottrina giovannea sulla verità richiede che il cristiano diventi un credente disponibile, convinto, impegnato. Il fermento, il segreto di quel rinnovamento sta nella sua conoscenza intima e personale della verità, nel suo incontro esistenziale con Cristo. Diverse altre formule giovannee descrivono l’azione concreta dell’uomo che è stato così rinnovato dalla verità. Nei suoi rapporti con Dio, egli adorerà il Padre “nello Spirito e nella Verità” (4, 23-24); la sua preghiera, ispirata dallo Spirito di verità, si farà in comunione intima con Cristo, il Figlio di Dio; sarà una preghiera filiale, il che è la caratteristica fondamentale dell’autentica preghiera cristiana. Questo progresso dei credenti nella vita dei figli di Dio è precisamente ciò che Gesù intendeva quando all’ultima Cena, egli pregava affinchè i discepoli fossero “santificati nella verità” (17, 17). La verità, considerata qui come la sorgente interiore della santificazione, è la rivelazione del nome del Padre; santificarsi nella verità significa dunque: vivere più profondamente la nostra vita di figli di Dio. Questa vita è allo stesso tempo una liberazione dell’uomo. Perciò Giovanni ha scritto questa formula stupenda, profonda e misteriosa “la verità vi farà liberi” (8, 32).
Il potere liberatore della verità vale in tutti i campi. Ma è ovvio che l’autore del quarto vangelo parlava della verità religiosa, della verità cristiana. Essere liberato da questa verità ha un doppio significato, negativo e positivo. L’aspetto negativo consiste in questo; che la verità quando cerchiamo sinceramente di assimilarla, esercita su di noi un’azione purificatrice. Quando la verità di Cristo vive nel cuore di un uomo, lo libera dal peccato, diffonde in lui la serenità, la pace, la gioia, la luce interiore. Ma la verità ha anche un effetto direttamente positivo e cioè, quello di far sì che quell’uomo diventi pienamente se stesso. Per un cristiano questo significa: realizzare la sua vocazione di figlio di Dio; la libertà cristiana è la libertà dei figli di Dio. Ora, questa libertà è il frutto in noi della verità.
La verità di Cristo, infatti, è la rivelazione della paternità di Dio; vivere in questa verità ci fa necessariamente progredire nella vita dei figli di Dio. Giovanni insiste anche molto sui frutti che la verità deve produrre sul piano dei rapporti tra gli uomini. Sono frutti di amore, di carità. Giovanni li descrive con la formula biblica: “camminare nella verità” (2 Gv 4; 3 Gv 3.4). Concretamente questa espressione significa: vivere nella carità cristiana. Giovanni non scrive mai “camminare nella carità”, ma unicamente “camminare nella verità”. La ragione è che Giovanni vuol mostrare che l’autentica carità si pratica nell’irradiamento della verità, la quale è la rivelazione dell’amore del Padre e di Cristo. Si vede dunque che la carità non regola soltanto i rapporti umani. Per Giovanni la carità è sempre illuminata dalla rivelazione, dalla verità di Cristo. La carità autenticamente cristiana viene da Dio e porta a Dio; è caratterizzata perciò da una nota di profondità, di purezza, che manca all’amore semplicemente umano.
L’amore cristiano e l’amore profano si distinguono nel fatto che il primo è radicato nella verità di Cristo. Così si spiegano le formule di Giovanni “amare nella verità” (2 Gv 1; 3 Gv 1), vivere “nella verità e nella carità” (2 Gv 4). Questo amore venuto da Dio ed esemplificato in Cristo, essendo partecipazione all’amore salvifico del Padre e del Figlio, non cerca solo il benessere dell’altro, ma la sua persona; vuole entrare in comunione con lui, desidera la sua felicità integrale. L’amore cristiano, quando è autentico, è dimenticanza di sè, dono totale, perchè partecipa all’assolutezza di Dio. Ecco tutto ciò che è richiesto dai cristiani che vogliono veramente “amare nella verità”.