I NOSTRI DON

Il vero discepolo (dMP)

“Cosa devo fare?” è la domanda del discepolo, di chi vuole imparare ed è pronto a mettersi in discussione.

Un discepolo è chi vuole imparare, chi si fida del Maestro. Se uno pensa di sapere già, non sente di certo il bisogno di mettersi alla scuola di qualcuno. Ecco perché il vero discepolo è colui che chiede: cosa devo fare? Anche gli ascoltatori di Giovanni, colpiti dalle sue parole, gli rivolgono questa domanda. È segno che sono disposti a cambiare, o quanto meno a mettersi in discussione. Non è possibile incontrare veramente qualcuno se non ci si mette in gioco. Quando da adolescenti si comincia a interessarsi dell’altro sesso, si scopre che non si può pretendere l’amore di qualcuno come si pretende l’amore della mamma, ma bisogna conquistarlo. Costruire un rapporto personale vuol dire mettersi in gioco, uscire da sé e andare incontro all’altro. Per cui all’annuncio di Giovanni che invita a preparare la strada al Signore, è giusto chiedersi come fare. È interessante notare che la risposta non è uguale per tutti. Giovanni invita a dividere il superfluo coi poveri e questo vale per tutti, ma poi due categorie particolari chiedono cosa fare: i pubblicani e i soldati. I primi sono gli esattori delle tasse, collaborazionisti con l’invasore e generalmente inclini a fare la cresta sui tributi. I secondi sono il braccio armato dell’oppressione, facili al sopruso e alla prepotenza. Non sono certo le migliori categorie. È importante sottolineare che Giovanni non chiede loro di cambiare mestiere, ma di esercitarlo con onestà. Questo significa che chiunque può preparare un posto per il Signore che viene, nella generosità e facendo onestamente il suo dovere. Non si tratta di cose impossibili evidentemente. Insomma siamo invitati a fare un esame di coscienza e a pensare concretamente come migliorare riguardo a questi due aspetti. Essere attenti agli altri è osservare nella quotidianità il precetto dell’amore per il prossimo. Nell’attenzione agli altri si incarna l’amore per il Signore, che non è qualcosa che si vive solo in chiesa o nella preghiera, ma un abito (abitudine), cioè una costante disposizione spirituale. Fare bene il proprio dovere è vivere il quotidiano come un modo per portare Gesù nel nostro ambiente e fare giorno per giorno la sua volontà. Il Signore vuole servirsi di noi per raggiungere il nostro prossimo. Il Messia che viene cambia la storia. La sua presenza segna l’anno zero, non si può prescindere da questo evento. Egli opera una purificazione, cioè un battesimo, che è Spirito Santo e fuoco. Il vento, cioè lo Spirito, che soffia via la pula e lascia solo il grano; il fuoco che brucia le scorie e lascia solo il metallo puro. Siamo pronti all’esame?

Deserto (dMP)

Giovanni Battista ci invita a creare lo spazio adatto per accogliere Colui che viene.

Il profeta Baruc (I lettura) era il segretario di Geremia e scrive dall’esilio babilonese dove gran parte del popolo si trova deportato. Si rivolge ai suoi connazionali rimasti a Gerusalemme che vivono miseramente in una città semidistrutta. Il profeta si rivolge alla capitale personificata incoraggiandola con la speranza dei tempi messianici. I suoi figli le sono stati allontanati dai nemici, ma torneranno. Le valli riempite e i monti spianati simboleggiano qui il futuro di un Regno dove il dolore e la fatica non avranno posto. Anche l’Apocalisse descrive il mondo nuovo come la Gerusalemme celeste, illuminata in eterno dal Sole di Giustizia. Queste parole valgono ugualmente per noi che viviamo nel caos della città terrena nella speranza di vedere un giorno il trionfo del bene sul male. Anche Giovanni Battista, è un uomo vissuto in un preciso momento storico, tuttavia, dato che è stato il precursore del Messia che ha cambiato la storia, la sua voce non ha tempo, si rivolge agli uomini di ogni epoca. Il vangelo (Mt 3,4) lo presenta come un asceta vestito di peli di cammello, che vive nel deserto cibandosi di cavallette e miele selvatico. Così viene raffigurato, appoggiato al suo bastone, col dito che indica il cielo. Le sue parole parlano di deserto e di purificazione. Ci invita a preparare una via al Signore, spianando e colmando le asperità per renderle piane. Ci dice che se vogliamo incontrare Gesù dobbiamo fargli posto, fare silenzio, essere accoglienti. Gli ostacoli più grossi da rimuovere dalla strada che prepariamo al Messia sono di certo i nostri peccati, ma ancora più grandi, vere montagne e difficili da eliminare, sono le cause di quei peccati. Ecco perché Giovanni ci invita nel deserto, cioè ci invita all’essenzialità. Avere tante cose vuol dire tante distrazioni, tanti desideri, molta inquietudine. Il deserto è anche silenzio, qualcosa di ignoto per noi. I nostri potenziali silenzi sono riempiti di televisione, radio, cinema, musica… Il Signore non ci può trovare, perché noi gli sfuggiamo, siamo imprendibili, non ci fermiamo mai in una girandola di impegni. Il Maestro dice che se vuoi pregare devi entrare nella tua stanza e chiudere la porta, lasciare cioè fuori il rumore e la confusione. Fermati, ci invita Giovanni, chiudi occhi e orecchie e apri il cuore. Prova a sederti in silenzio, facendo risuonare dentro di te una sola parola: vieni Signore, e poi ascolta. È un’esperienza che bisogna fare, le parole non la spiegano né la comunicano. È così che i sentieri sono raddrizzati perché Gesù possa raggiungerci.

“Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! “: Omelia 9 Dicembre 2018 (dDV)

VANGELO (Lc 3,1-6)
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

+ Dal Vangelo secondo Luca

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
mp3)

“La vostra liberazione è vicina”: Omelia 2 Dicembre 2018 (dDV)

domenica_avvento1_2018

VANGELO (Lc 21,25-28.34-36)
La vostra liberazione è vicina.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Fine del mondo (dMP)

L’attesa del ritorno di Gesù non è una minaccia di morte, ma la speranza per il futuro.

Dopo aver celebrato Cristo Re, la festa che chiude l’anno liturgico, il nuovo ciclo si apre con l’Avvento, che è il tempo dell’attesa del Messia. In queste prime domeniche la nostra attenzione è focalizzata sulla seconda venuta di Gesù, quella che segnerà la fine del mondo e il giudizio dei vivi e dei morti. Sarà un avvenimento terribile e meraviglioso allo stesso tempo. Come in un parto la gioia del Regno sarà preceduta dalla tribolazione della fine del mondo e del giudizio. Il profeta Geremia nella prima lettura ci descrive il futuro messianico caratterizzato dalla pace e dall’adempimento delle promesse, ma dobbiamo ancora arrivarci. Siamo ancora prigionieri del tempo. Ogni giorno il sole sorge e tramonta e non possiamo farci niente. Il nostro corpo cresce e invecchia, è sano o malato e non ci chiede il permesso. I nostri desideri e bisogni scandiscono il succedersi della giornata finché il sonno non ci costringe a fermarci per ricominciare al risveglio. Il futuro è sempre fonte di preoccupazione: sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Molti cercano di esorcizzare tutto questo occupando la mente con il lavoro, con il divertimento, con qualche droga, con qualsiasi cosa che leghi al presente. Il nostro mondo è schiavo del presente, fa finta di essere immortale, perché ha paura del futuro. È angosciante, ma non definitivo. Alza la testa, ci dice il Maestro, la tua liberazione è vicina. Ecco chi aspettiamo, il liberatore. Il tempo dell’avvento ci aiuta a pensare al nostro futuro non come ad una condanna, ma come ad una liberazione. Non è il succedersi di giorni tutti uguali, ma è la speranza di un’attesa, di un incontro. Per questo Gesù ci invita alla vigilanza. Non vuol dire consumarsi nell’inquietudine, ma vivere il vangelo. È quello che San Paolo scrive ai Tessalonicesi: fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti. Essere vigilanti significa dunque anticipare la pace del Regno vivendo già ora in armonia. Ecco il criterio per vivere bene il presente e per realizzare la felicità. Nessuno di noi può vivere da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se siamo animati dal desiderio di fare del bene al prossimo, allora ogni singolo atto è un’occasione di essere rispettosi e servizievoli. Questo è il paradiso, cioè una società fondata sull’amore. Il Signore lo si incontra nel prossimo. Amando gli altri non temiamo il suo arrivo improvviso perché di fatto è già con noi.

Regno della Verità (dMP)

Gesù non esita a sacrificare sè stesso, al contrario di Pilato che, per mantenere il suo potere, sacrifica la verità.

Il profeta Daniele racconta una sua visione in cui un figlio
d’uomo, venuto con le nubi del cielo, riceve il regno e il potere
su tutte le nazioni. Gesù nel vangelo si riferisce a se stesso
come al figlio dell’uomo proprio rifacendosi al profeta. Questa
espressione ha un doppio significato. Gli ebrei la usavano,
come noi diciamo “il sottoscritto”, per dire “io”, mentre nei
testi rabbinici antichi indicava il Messia. È dunque molto
adatta a Gesù che è vero Dio e vero uomo. La stessa visione di
Daniele suggerisce che questa figura, benché umana
nell’aspetto, venendo dal cielo appartiene alla sfera della
divinità. Così il libro dell’Apocalisse presenta Gesù come il
principio e la fine, l’alfa e l’omega, Dio che finalmente dà
compimento al suo regno eterno. Ogni occhio lo vedrà: è il
tramonto della fede e l’alba della certezza, finalmente il regno
si realizza. Un regno di sacerdoti. La funzione del sacerdote è
quella di offrire sacrifici a Dio a nome del popolo. Oggi però il
sacrificio non è più materiale, come l’offerta degli animali, ma
spirituale. La morte di Cristo sulla croce è il sacrificio eterno
che rinnoviamo sull’altare ad ogni Messa. San Paolo nella
lettera ai romani (12, 1) dice: vi esorto fratelli a offrire i vostri
corpi come sacrificio vivente; a imitazione di Cristo (15,1) noi
che siamo i forti abbiamo il dovere di portare le infermità dei
deboli. Gesù diventa il modello di un sacerdozio nuovo che
offre non beni materiali esteriori, ma il cuore a vantaggio di
ogni uomo. Ecco perché in Cristo noi siamo tutti sacerdoti e
partecipiamo alla sua regalità. Il suo regno è completamente
diverso dai regni umani. Il confronto con Pilato lo rende
ancora più evidente. Il governatore vorrebbe liberare Gesù
capendo che non ha commesso nessuna colpa, ma deve
sacrificare la verità a vantaggio del suo potere. Quando i
giudei lo minacciano dicendo che se assolve il Nazareno non è
amico di Cesare, immediatamente ottengono la sentenza di
morte. Ecco la realtà della politica: il compromesso per
mantenere il potere. Gesù non vuole dominare, non cerca il
privilegio, vuole far crescere il suo gregge. Non ha paura di
spendersi a vantaggio nostro. Questo amore infinito è la
Verità che è destinata a trionfare su tutte le meschinità del
mondo. L’Apocalisse sottolinea che Cristo Re venendo sulle
nubi, sarà visto anche da chi lo ha trafitto. La croce è il
giudizio sul mondo, che nasconde la verità privilegiando
l’interesse, che uccide l’innocente per salvare il suo potere.
Celebrare invece la regalità del Cristo è ascoltare la voce della
Verità e diventarne i testimoni.

“Il Figlio dell’uomo radunerà i suoi eletti dai quattro venti. “: Omelia 18 Novembre 2018 (PA)

VANGELO (Mc 13,24-32)
Il Figlio dell’uomo radunerà i suoi eletti dai quattro venti.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

“Questa vedova, nella sua povertà, ha dato tutto quello che aveva”: Omelia 11 Novembre 2018 (PA)

VANGELO (Mc 12,38-44)
Questa vedova, nella sua povertà, ha dato tutto quello che aveva.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Autenticità (dMP)

Quello che conta davvero non è ciò che appare, ma l’intenzione del cuore. Il cuore più che la forma.

La cosa più difficile nella vita affettiva è imparare a donare. Il nostro istinto è quello di cercare di soddisfare prima di tutto le nostre esigenze, ma perché un rapporto sia equilibrato, non si può solo chiedere, bisogna anche dare. Più cresce la misura del dono, più l’amore si purifica. Chi ama in modo totale non si preoccupa più di se stesso, come fa una mamma con il suo bambino. Dio ci ama così, senza misura, senza calcolo. Ma ogni amore interpella, smuove la coscienza. Un figlio crescendo si accorge di quanto gli è stato donato gratuitamente e cerca di ricambiare. Spesso è la vita a spingere in questa direzione quando sono i figli che devono prendersi cura dei loro anziani genitori. Il nostro rapporto con Dio deve avere questa dinamica. Non possiamo sempre solo chiedere come fanno i bambini, ma occorre lasciarci interpellare dal Suo amore e domandarci come possiamo ricambiare. Questa consapevolezza trasforma il modo di essere religiosi. La religione può essere solo esteriore: norme, obblighi, riti; la preghiera può limitarsi ad una infinita serie di richieste, ma quando scopriamo la paternità di Dio, il suo amore personale, allora tutto quello che è esteriore diventa un mezzo per arrivare all’interiorità. La messa è molto più di un rito, è un incontro con Gesù che si rende presente nella Parola e nel Pane. La preghiera è molto più di una richiesta, diviene ascolto, intimità con Lui. Gesù è seduto davanti al tesoro del tempio e guarda la gente che vi getta dentro i soldi. Tutti fanno lo stesso gesto, ma il Maestro giudica l’intenzione che lo su-scita. Lui apprezza la vedova non per la consistenza dell’offerta, ma per la sua autenticità. Dio non ha bisogno di soldi, l’universo è suo, ha bisogno di figli che lo accettino come un padre: questo è molto più che una fredda e formale osser-vanza dei precetti. Lui oggi ci guarda e ci chiede: cosa fai qui in casa mia, sei venuto a trovare tuo padre per amore o a timbrare il cartellino del precetto domenicale? Uscito di qui cosa farai, mi porterai nel cuore dentro la tua vita o tornerai a fare le tue cose come se io non esistessi? Quando ero ragazzo mi resi conto che io facevo la stessa vita di tutti gli altri, sognavo i soldi e il successo come tutti gli altri, l’unica differenza era che andavo in chiesa un’ora scarsa alla domenica. Basta questo per dirsi cristiani? Gesù fa come la vedova, non misura il suo impegno per noi, ma si dà tutto, fino alla morte. Davanti a un amore tanto generoso come possiamo rispondere? Anche noi dobbiamo gettare nel tesoro del tempio la nostra vita, non semplicemente qualche briciola.

“Amerai il Signore tuo Dio. Amerai il prossimo tuo”: Omelia 4 Novembre 2018 (dDV)

VANGELO (Mc 12,28-34)
Amerai il Signore tuo Dio. Amerai il prossimo tuo.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Lettura (audio) del Vangelo
Omelia
mp3)

Un mondo d’amore (dMP)

La legge dell’amore è la ricetta della felicità.

Le leggi sono alla base dell’ordinamento civile. Ciascuno di noi desidera essere libero ed esprimersi secondo la propria coscienza e sa in cuor suo cosa è giusto, ma la libertà deve avere dei limiti. Il principio classico, che tutti conoscono, è che la libertà del singolo finisce dove inizia quella degli altri. Lo scopo delle leggi è appunto quello di stabilire i confini della libertà individuale in modo oggettivo. È il fondamento di un qualunque ordinamento civile, ma perché osservare le leggi? In genere la trasgressione è associata a un castigo, come la prigione o una multa. Allora dobbiamo dire che rispettiamo la legge per paura? Anche dal punto di vista religioso si può ragionare così: io rispetto i comandamenti sennò vado all’inferno. Che tristezza però! Questo significherebbe che la legge non mi appartiene, ma mi è imposta dall’esterno, per mezzo dello spauracchio della condanna. Invece il Maestro ci dice che la motivazione al rispetto della legge deve venire da dentro. La legge va rispettata per amore. Io mi comporto bene prima di tutto perché amo Dio, cioè coi fatti mi dimostro riconoscente verso Colui che mi ha dato la vita e ogni giorno mi regala il lago, i boschi, il sole, i miei amici e le persone care. E poi mi sforzo di amare tutti gli uomini perché sono miei fratelli, respirano la mia stessa aria, camminano sul mio stesso pianeta e soffrono delle stesse cose di cui soffro io. È soprattutto questo che ci fa sentire fratelli, la fatica quotidiana. Lo sai che la persona che è vicino a te vorrebbe essere amata proprio come te? Che desidera la felicità proprio come te? Che come te soffre perché il mondo sembra ingiusto e perché la vita è a volte tanto faticosa? Insomma siamo colleghi di sventura! Se poi penso che Gesù è morto per salvare me, io cosa ho fatto per meritarlo? Proprio niente, eppure l’ha fatto; e non è così anche per gli altri? Perciò noi dobbiamo amare il prossimo, cioè il vicino, perché è così importante che Gesù ha dato la sua vita per lui. Non bisogna poi tralasciare la motivazione che ci suggerisce Mosè, il quale ci raccomanda: ascolta, o Israele, e bada di mettere in pratica [i comandamenti]; perché tu sia felice. La legge è fonte di felicità. Per capirlo basta pensare come sarebbe bello il mondo se tutti si amassero e facessero di tutto per far star bene gli altri. Forse non possiamo cambiare il mondo, ma noi possiamo cambiare. Perciò cominciamo da noi stessi e cerchiamo di contagiare gli altri nel bene!

Desiderio di un incontro (dMP)

Il cieco ci rappresenta. Anche noi sentiamo la presenza di Gesù, ma non possiamo vederlo. Se lo chiamiamo gli permettiamo di avvicinarci.

Il verbo vedere non si riferisce solo all’uso degli occhi, ma significa anche saper cogliere e comprendere la realtà in senso più ampio. La vista ci permette di orientarci costruendo la mappa dello spazio in cui ci muoviamo. Questo spazio è anche interiore. In quest’ultima dimensione siamo per lo più tutti ciechi. Bartimeo rappresenta la nostra incapacità di vedere interiormente. Come il cieco noi ci rendiamo conto della presenza di Dio, lo sentiamo, ma non riusciamo a vederlo con chiarezza. Bartimeo però non si dà per vinto, è deciso a incontrare Gesù che gli passa vicino e si mette a gridare ripetutamente il suo desiderio: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! Questo è l’atteggiamento della preghiera. Dice Sant’Agostino: Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Come ci ha insegnato il Maestro stesso, non sono necessarie molte parole nella preghiera dato che il Signore conosce benissimo le nostre necessità. Quello che vuole da noi è un cuore ardente, un sincero desiderio di comunione con Lui. Come dice l’Apocalisse (3,20): Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il Signore rispetta sempre la nostra libertà e non si impone, sta a noi accogliere il suo invito. La preghiera ripetuta esprime un atteggiamento. Dispone il cuore all’accoglienza, permettendo così a Dio di raggiungerci. Molti però rimproverano il cieco perché smetta di gridare. Molti insinuano che pregare non serve perché tanto non si viene mai esauditi. Il fatto è che il Signore non è un distributore automatico di grazie, Lui vuole il nostro bene e ci dà quello che veramente ci serve. Al primo posto c’è la salute dell’anima e quindi se chiediamo la fede, la forza di fare il bene e di amare ci verrà data. Bartimeo è un uomo nel buio e chiede la luce, come noi sente la presenza di Gesù, ma non riesce a vederlo e allora lo invoca con tutte le sue forze. Coraggio! Alzati, ti chiama! La vera guarigione del cieco è che vede la Luce, cioè il Maestro. La salute del corpo conta relativamente, infatti nessuno può sfuggire alla morte. Perfino Lazzaro, benché resuscitato, ha dovuto morire una seconda volta! Se l’anima non è sana invece, è un problema molto più serio. A quella che Francesco nel Cantico delle Creature chiama la morte secunda, non c’è rimedio. Anche noi dunque dobbiamo invocarlo con tutto il cuore perché si mostri a noi in modo che ci sia possibile, come Bartimeo, vederlo e poterlo seguire lungo la strada.

“Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti”: Omelia 21 Ottobre 2018 (dDV)

VANGELO (Mc 10,35-45)
Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

ANGELO D’AURIA, referente delle suore di Santa Gemma Galgani, parla del villaggio di MTUMBA, in Tanzania, a cui è stato devoluto quanto raccolto nella nostra Parrocchia durante
la QUARESIMA DI FRATERNITÀ 2018
(mp3)

Essere i primi (dMP)

Il Maestro ci chiede di cercare il primato nel servizio e non nel potere

Gesù è venuto a instaurare il regno. Il profeta Isaia (I lettura) aveva predetto molto chiaramente che il Messia sarebbe stato prostrato dai dolori perché si sarebbe addossato le colpe del popolo. Tuttavia questa predizione non era stata compresa, infatti gli ebrei si aspettavano che il regno annunciato da Gesù fosse il ritorno della monarchia di Israele, vale a dire l’autonomia da Roma e da qualunque altro potere straniero. Non si trattava solo di un fatto politico, ma anche religioso, perché non essere sotto il giogo degli stranieri significava poter vivere la religione senza contaminazioni. Anche i discepoli credevano e speravano che Gesù fosse l’uomo capace di realizzare questo sogno. Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di avere i posti più importanti accanto a lui dopo la sua vittoria, ma non è della gloria del paradiso a cui pensano, ma della gloria del sovrano che regna dopo aver sconfitto i suoi nemici. Il Maestro, come dice la lettera agli Ebrei (II lettura), sa prendere parte alle debolezze dei suoi discepoli e non li allontana da sé. Per far loro capire che condivideranno la stessa sorte, ma su un piano completamente diverso, li motiva domandando se possono essere partecipi del suo battesimo. Loro non sanno che Gesù parla della sua passione e si dicono pronti. Gli altri discepoli si sdegnano, non per la domanda che i due hanno fatto, ma perché l’hanno fatta prima di loro tentando di scavalcarli. Insomma non sono da meno. Gesù con molta pazienza spiega loro che cosa sia veramente regnare. Non si tratta di un dominio, ma di un servizio. Uno dei desideri più seducenti per l’uomo è il potere. Nel mondo la gente sgomita per ottenere i primi posti, ma agli occhi del Signore non conta il successo umano. Gesù è sconfitto per il mondo, la vittoria della resurrezione appare solo agli occhi della fede. Noi saremo giudicati sull’amore, la chiave della nostra realizzazione spirituale è l’amore che si esprime nel servizio agli altri. Il Maestro è il primo perché si dona senza riserve, non perché cerca il potere o il prestigio sociale. Gesù ci invita a metterci al servizio, ciascuno nella sua posizione. A me dice: se vuoi essere pastore devi essere servitore della tua comunità, e a ciascuno di voi chiede di servire la comunità per arricchirla e farla crescere dando il proprio contributo in modo proporzionato alle sue capacità e possibilità. Il primato che dobbiamo tutti cercare è quello dell’amore, per essere immagine di Gesù che ci ha amati per primo.

“L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”: Omelia 7 Ottobre 2018 (PA)

VANGELO (Mc 10,2-16)
L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Insieme (dMP)

Realizzare una vocazione è l’impegno di una vita, non può essere un impegno temporaneo.

La legge di Mosè prevedeva la possibilità del ripudio della moglie. Si discuteva se potesse avvenire solo in caso di adulterio o anche per motivi diversi. I farisei che interrogano Gesù vogliono vedere se lui propenda per l’una o l’altra delle posizioni. Il Maestro invece proclama l’indissolubilità del legame tra l’uomo e la donna citando il brano che ci è stato proposto come prima lettura. Non si tratta di una imposizione contraria alla natura, ma nella vocazione degli sposi a essere, nella loro unione, l’immagine di Dio. Egli è una sola natura in tre persone, le quali sono legate da un amore così grande da costituire l’unità di un solo essere. L’Infinito amore che lega le persone divine non è chiuso in sé stesso, ma si diffonde nella creazione dell’universo. Infine Dio non abbandona il creato al suo destino disinteressandosene ma, anche se il peccato rompe l’armonia originaria, Egli cerca di riportare con tutti i mezzi l’uomo alla sua dignità perduta, fino ad offrire la vita del Figlio come atto estremo di redenzione. L’uomo è stato creato a immagine del Creatore, maschio e femmina li creò. Quindi non è l’uno o l’altra che somiglia a Dio, ma l’uomo e la donna insieme ne sono l’immagine. Non si tratta evidentemente di una somiglianza fisica, ma spirituale. I due amandosi formano una carne sola, cioè costituiscono un’unità come le tre persone divine. Il loro amore è fecondo, procrea, come l’amore trinitario crea. Insieme essi si prendono cura dei loro figli per educarli e farli crescere, così come Dio segue il cammino dell’uomo per portarlo alla salvezza. Gli sposi sono dunque chiamati a realizzare l’immagine stessa del Creatore. Una aspirazione così grande non può portare alla separazione, ma solo a crescere nell’unità. Proprio per l’importanza di questa vocazione e per sostenere i due in ogni momento della loro vita, la Chiesa ha istituito il sacramento del matrimonio, che è un dono di grazia, cioè di energia spirituale, da cui i coniugi devono imparare ad attingere. La radice dell’unione è dunque di natura spirituale e va oltre il semplice amore umano. Il brano si conclude con la benedizione dei bambini che Gesù addita come modello. Essere come loro significa accogliere il Maestro con entusiasmo e fiducia. Un bimbo è capace di un completo abbandono, non fa calcoli, si affida in tutto ai suoi genitori. È questa disponibilità che il Signore ci chiede. Il Padre è pronto ad andare incontro ai suoi figli perdonando ogni cosa. Spesso siamo noi a nasconderci ignorando il suo amore. Lasciamoci abbracciare con fiducia.

“Chi non è contro di noi è per noi. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala”: Omelia 30 Settembre 2018 (dDV)

VANGELO (Mc 9,38-43.45.47-48)
Chi non è contro di noi è per noi. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Gelosia (dMP)

Se lavoriamo per il Signore non dobbiamo essere gelosi di chi fa la stessa cosa: l’obiettivo è sempre l’apostolato. Lasciamo che il Signore si serva di noi mettendo da parte le nostre pretese di successo.

Il Maestro sposta sempre l’attenzione dei discepoli da quello che li distrae a ciò che è veramente importante. In questo caso sono gelosi, qualcuno fa miracoli nel nome di Gesù senza essere uno di loro. Chi non è contro di noi è per noi, risponde il Signore. A volte anche noi parroci siamo gelosi dei gruppi e movimenti che agiscono all’esterno della parrocchia perché portano via delle persone alle nostre chiese. È un atteggiamento miope dato che lo scopo che tutti ci prefiggiamo è di portare più gente possibile a Lui. Anzi è invece da ammirare l’infinita fantasia dello Spirito Santo che inventa sempre nuove occasioni per soddisfare i gusti di tutti. Ogni gesto compiuto in nome di Cristo e a favore di chi gli appar-tiene è degno della ricompensa, che sarà data a suo tempo a colui che la merita senza curarsi se è o non è cristiano o se fa parte della parrocchia piuttosto che di un’altra comunità. Invece di guardare a queste cose è meglio vegliare su sé stessi perché siamo sotto gli occhi di tutti e l’esempio che diamo è fondamentale. Quante volte, magari solo per provocarci, ci viene detto: come mai tu che sei cristiano ti comporti così? Per questo la responsabilità di chi ha un ruolo più importante e più in vista è maggiore. Se chi dà scandalo merita di essere gettato in mare con una macina al collo, vuol dire che Gesù considera la cosa di estrema gravità. Così come chi scandalizza deve essere allontanato, allo stesso modo quanto ci espone a potenziali pericoli va eliminato senza pietà. È difficile pensare a qualcosa di più estremo che privarsi di una mano, di un piede o di un occhio, ma essere dannati in eterno è molto peggio! Il Maestro dunque riporta l’attenzione dei suoi sull’essenziale: invece di guardare a quello che fanno gli altri, preoccupati di te stesso, liberati di tutti gli ostacoli e punta alla perfezione. Le mani sono il nostro contatto col mondo, possono costruire ma anche distruggere, dare come arraffare. I piedi sono l’equilibrio e anche la possibilità di camminare. Possiamo percorrere delle strade sicure o inoltrarci su sentieri pericolosi. Gli occhi sono la lucerna del corpo (Mt 6,22). Un occhio limpido vede solo ciò che è bello, non si fa attrarre dall’orrore. Lo sguardo è come un canale che convoglia nella memoria le immagini. Se sono brutte sporcano se sono belle ar-ricchiscono. L’occhio indirizza, il piede muove, la mano lavora. Tutto deve essere nella direzione del bene senza compromessi. Ogni strumento è neutro, ciò che lo rende utile o dannoso è lo scopo che si prefigge chi lo usa. Il Signore ci invita a fare pulizia, a essere sempre all’altezza della nostra vocazione di cristiani.

“Il Figlio dell’uomo viene consegnato… Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti”: Omelia 23 Settembre 2018 (dDV)

VANGELO (Mc 9,30-37)
Il Figlio dell’uomo viene consegnato… Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Donarsi (dMP)

Il Maestro ci chiede di andare oltre l’istinto animale e di essere uomini capaci di superare l’egoismo. Non è facile, ma se chiediamo il suo aiuto non ce lo negherà di certo!

È molto interessante leggere questo brano di vangelo alla luce delle parola di Giacomo della seconda lettura. Gli apostoli sembrano proprio non capire la predizione di Gesù circa la sua morte e resurrezione. Piuttosto si preoccupano della loro carriera, di chi sia il primo tra loro. Questo desiderio di primeggiare che è tipico del mondo, viene dalle passioni, dice Giacomo. Cosa significa? Bisogna capire di cosa stiamo parlando. Fondamentalmente dell’istinto di conservazione che è la vera radice di tutte le passioni. Infatti noi siamo spinti da forze molto grandi a mantenerci in vita e a cercare di perpetuare la specie. Da qui deriva la paura, che ci rende prudenti; la stanchezza, che è la necessità di risparmiare le forze per evitare di soccombere alla fatica; il desiderio sessuale, che non è cattivo in sé e spinge verso la ricerca della metà mancante; la fame, che impone il nutrimento come un’assoluta necessità. Queste forze sono potentissime e istin-tive e producono piacere se sono assecondate e sofferenza se non lo sono. Tutto questo è alla base del comportamento di ogni animale e spinge a mettere se stessi e il proprio interesse al primo posto. L’uomo però è molto più di un animale e può, come diceva il filosofo Mounier, superare, se vuole, il suo egocentrismo e vivere animato dall’amore piuttosto che dal solo interesse. Naturalmente in tutto quello che facciamo c’è sempre la ricerca del proprio tornaconto e l’impegno a vivere un autentico amore per il prossimo implica una costante pu-rificazione delle nostre intenzioni. La capacità di mettere completamente da parte sé stessi è tipica dei santi, i quali si sono spesi totalmente per gli altri. Questo è ciò che intende il Maestro quando dice che essere il più grande vuol dire essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti. Accogliere un bambino vuol dire non preoccuparsi di avere un contraccambio e Gesù si identifica nel prossimo amato oltre ogni interesse. Quanto più il nostro impegno è a fondo perduto, tanto più acquista valore agli occhi di Dio. È qualcosa che va al di là delle nostre forze, un atteggiamento eroico che non è comune. Per questo Giacomo conclude che bisogna imparare a chiedere. Il Maestro ci ha detto: chiedete e vi sarà dato. Si può però anche chiedere male, cioè domandare qualcosa che non giova alla nostra salute spirituale, ma solo al soddisfacimento delle passioni. Il Signore è pronto a darci la forza di amare se solo sappiamo chiederlo. Preghiamo dunque perché aumenti la nostra fede, per avere più speranza, perché ogni nostra azione sia finalizzata all’amore, cioè alla carità, e mai all’egoismo.

LA SETTIMANA 2018
Num. 927 del 9 dic 2018
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