I NOSTRI DON

“Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce”: Omelia 8 Dicembre 2019 (dDV)

VANGELO (Lc 1,26-38)
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Lettura (audio) del Vengelo

Omelia
(mp3)

Immacolata (dMP)

Maria è l’inizio di una umanità nuova.

Papa Pio IX, nel proclamare il dogma dell’immacolata concezione nel 1854, scriveva: La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale. Il criterio teologico con il quale si è sempre creduto in questo mistero è quello della convenienza: non si può infatti pensare che Dio, somma perfezione e somma purezza, possa aver ricevuto la natura umana da una creatura toccata, anche se brevemente, dal peccato. Questo dogma non va confuso col concepimento verginale di Gesù, si riferisce infatti alla concezione di Maria. Fu la stessa Vergine nell’apparizione di Lourdes nel 1858 a Bernadette Soubirous, a presentarsi con le parole Io sono l’Immacolata Concezione. Ancora prima, nel 1830 Catherine Labouré, novizia nel monastero di Rue di Bac, fece coniare una medaglia con il testo di una preghiera “vista” durante un’apparizione della vergine Maria: O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi. La Madonna è l’esempio e l’aspirazione di ogni fedele a vivere una vita senza peccato. La sua è una forma di predestinazione dovuta alla prescienza di Dio che però rispetta la libertà della Vergine, la quale accoglie la volontà del Padre pronunciando liberamente il suo Eccomi.
Solo due donne sono nate senza il peccato originale: Eva e Maria. La prima è stata la madre del genere umano, ma a causa del peccato, ci ha generati in questo mondo corrotto dal peccato stesso. Maria invece generando Gesù è stata la madre della Salvezza. Noi, tra le altre cose, la veneriamo come Madre della Chiesa, cioè del nuovo popolo di Dio, che sarà libero dal peccato e introdotto, alla fine dei tempi, nel Regno. Così come Adamo ed Eva, umanità delle origini, erano destinati all’immortalità, anche noi dopo la resurrezione saremo ricondotti a quella dignità che abbiamo perduto. Ecco allora che Gesù e Maria sono i nuovi Adamo ed Eva. L’Immacolata è la festa che ci ricorda questo dono della misericordia del Padre.

“Vegliate, per essere pronti al suo arrivo”: Omelia 1 Dicembre 2019

VANGELO (Mt 24,37-44)
Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Attesa (dMP)

L’Avvento è il tempo dell’attesa: come attendiamo Gesù, come il liberatore o come il giudice?

L’avvento è il tempo dell’attesa del Messia. Ci prepara a celebrare il Natale, la sua prima venuta, ma ci ricor-da anche che il mondo aspetta la redenzione che si compirà nell’ultimo giorno quando Gesù, il Figlio dell’uomo, tornerà nella gloria. Di questo ci parla la prima lettura, che descrive il tempio di Gerusalemme come una calamita che, nel giorno dell’avvento del Messia, attirerà a se tutti gli uomini: un fiume che, anziché scendere, sale sul monte. Il regno sarà di pace e prosperità, non si costruiranno più armi, ma aratri per seminare e falci per mietere. Tutto il mondo cam-minerà nella sua luce. È una visione meravigliosa che dà senso e speranza alla nostra attesa. Non conoscia-mo il momento in cui questo avverrà, per cui bisogna essere pronti come chi fa la guardia. Il diluvio, come tutte le calamità, è piombato sugli uomini ignari, solo Noè e la sua famiglia si sono potuti salvare. Ognuno conduceva la sua vita di sempre, un giorno dopo l’altro, senza pensare. Non facciamo così anche noi? Tutti facciamo dei programmi per il futuro, ma il vero futuro è l’eternità, a questo bisogna essere pronti. I contemporanei di Noè lo prendevano in giro perché co-struiva una barca in mezzo al deserto. Spesso si tro-vano persone che considerano la preghiera, e la vita spirituale in genere, come delle attività assolutamente inutili, proprio come se si stesse fabbricando una bar-ca dove non c’è acqua; ma la vita non è solo mangiare e bere, prendere moglie e marito, questo ci dice Noè. Svegliatevi dal sonno ci ammonisce San Paolo. Chi va avanti giorno dopo giorno, rincorrendo una felicità so-lo materiale, è come un sonnambulo che non distin-gue il sogno dalla realtà. Vale la pena che ci prepa-riamo, non tanto a una catastrofe, quanto a un bellis-simo incontro. Ecco il senso dell’Avvento, fare di tutto per essere quello dei due che viene preso, piuttosto che essere lasciato. Preparare con cura un luogo dove il Signore possa fermarsi e stare con noi, non come un nemico, un ladro che ci sorprende, ma come un ospite atteso e desiderato.

Epilogo (dMP)

Cristo Re dell’universo è l’epilogo di tutta la storia della salvezza.

Nell’antichità di Israele la monarchia non si affermò immediatamente, ma solo dopo il lungo periodo dei Giudici. Il Profeta Samuele che consa-crò Saul primo re, cercò anzi di dissuadere i suoi contemporanei ricor-dando loro che il re avrebbe preteso tributi, arruolato i giovani, preso le ragazze come cortigiane. In una parola, il peso della monarchia sarebbe ricaduto sulle spalle del popolo. Nel presente non sembra che le cose siano cambiate. I pochi monarchi che oggi sono rimasti sono persone lontane dai loro sudditi, che vivono in ricchi palazzi partecipando in modo marginale alla vita pubblica, apparendo anzi più spesso nei gior-nali scandalistici che sulle pagine della politica. La regalità di Cristo appare molto diversa. La sua corona è di spine, i suoi gioielli sono le sue piaghe e il suo trono è la croce. Non è affatto lontano dai suoi, ma anzi ne condivide da vicino la sorte. Il buon ladrone ci insegna molto sulla preghiera. Succede anche a noi di sentirci in croce, perché la sof-ferenza è un’esperienza comune nella vita. Non si tratta di un errore, come a volte vorrebbero farci credere, ma di un dato di fatto. Prova ne è che Gesù stesso, figlio di Dio, ha dovuto affrontarla, non gli è stata ri-sparmiata, altrimenti potremmo giustamente dubitare che il Maestro sia stato effettivamente un uomo come noi. Il ladrone è poi crocifisso dai suoi errori, come lui stesso riconosce rimproverando il compagno. La cosa importante è proprio questa, egli sa ammettere le sue colpe, non si lascia andare all’autocommiserazione e non si vergogna di invocare Ge-sù, che è accanto a lui nella sofferenza. Il fatto che il Maestro non scen-da dalla croce, come gli suggeriscono beffardamente i suoi aguzzini, si-gnifica che l’ingiustizia che viene dal cuore degli uomini, deve essere corretta dagli uomini stessi e la redenzione deve essere desiderata, scel-ta liberamente, non imposta. Il Regno di Cristo non è di questo mondo, ma non ci è precluso. Gesù, il Re, è torturato in modo infinitamente più ingiusto e crudele di quanto capiti a noi. Questa terribile ingiustizia può diventare la nostra giustizia, se sappiamo alzare lo sguardo sulla croce chiedendo di farci entrare nel suo Regno. Il potere regale del Cristo si manifesta nella sua infinita misericordia, egli non esita un attimo, non fa cadere con degnazione la sua decisione, ma dice: OGGI sarai con me. Lo dice a noi!

“Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita£: Omelia 17 Novembre 2019 (dDA)

VANGELO (Lc 21,5-19)
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Tempio (dMP)

Sono i fedeli a render vivo un tempio, senza fede è solo una rovina.

Ai tempi di Gesù il giudaismo si esprimeva secondo quattro grandi correnti: gli Esseni che vivevano nel deserto in una comunità autarchica e separata; gli Zeloti che volevano ritornare ad essere un regno autonomo con la lotta armata contro i romani; i Farisei, il cui pensiero è la radice dell’ebraismo moderno; ed infine i Sadducei, che erano legati alle tradizioni più antiche e che dunque negavano la resurrezione, anche se ritenevano che l’anima sopravvivesse al corpo. La provocazione di questi ultimi ci permette di gettare uno sguardo sull’aldilà. La tentazione più frequente degli increduli è di immaginare la vita oltre la morte come se fosse del tutto simile a quella che viviamo ora. Anche questi sadducei non fanno eccezione e pensano che pure in paradiso ci si sposi. Se fosse così allora bisognerebbe mantenere la famiglia, andare a lavorare, sopportare il capoufficio. Per l’eternità? No grazie! Questo è il loro ragionamento, e non fa una piega. L’errore sta nel valutare la realtà spirituale con le categorie umane. Il divino non ha niente a che fare con ciò che è terreno ed è quello che Gesù vuol far capire ai suoi interlocutori. Il nostro destino non è rimanere semplici uomini, ma diventare figli di Dio. San Giovanni, nella sua prima lettera, dice molto esplicitamente: saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è. Essere degni dell’altro mondo significa dunque essere divinizzati. Saremo uguali agli angeli, esseri spirituali, che non hanno un corpo mortale come noi. Il corpo in sé non è un aspetto negativo della nostra esistenza visto che è destinato alla resurrezione, cioè ad essere glorificato, ma finché siamo in vita, è soggetto alle conseguenze del peccato originale, cioè alla fatica, al dolore e alla morte. Come tutto il resto della creazione, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo, dice San Paolo (Rm 8,22). Ecco la fondamentale differenza, dopo la resurrezione non saremo più gli stessi, saremo figli di Dio. L’altro mondo non è un luogo, un posto fatto di nuvolette, è l’incontro con l’Amore che finalmente sazia il nostro cuore. L’Apocalisse (21, 3-4) descrive in modo meraviglioso il paradiso: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. Non è possibile concepire tutto questo se pensiamo al nostro futuro eterno come ad una vita simile a quella attuale.

“Dio non è dei morti, ma dei viventi”: Omelia 10 Novembre 2019 (dDA)

VANGELO (Lc 20,27-38)
Dio non è dei morti, ma dei viventi.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui»

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Aldilà (dMP)

La vita oltre la vita non sarà simile a quella presente (per fortuna)

Ai tempi di Gesù il giudaismo si esprimeva secondo quattro grandi correnti: gli Esseni che vivevano nel deserto in una comunità autarchica e separata; gli Zeloti che volevano ritornare ad essere un regno autonomo con la lotta armata contro i romani; i Farisei, il cui pensiero è la radice dell’ebraismo moderno; ed infine i Sadducei, che erano legati alle tradizioni più antiche e che dunque negavano la resurrezione, anche se ritenevano che l’anima sopravvivesse al corpo. La provocazione di questi ultimi ci permette di gettare uno sguardo sull’aldilà. La tentazione più frequente degli increduli è di immaginare la vita oltre la morte come se fosse del tutto simile a quella che viviamo ora. Anche questi sadducei non fanno eccezione e pensano che pure in paradiso ci si sposi. Se fosse così allora bisognerebbe mantenere la famiglia, andare a lavorare, sopportare il capoufficio. Per l’eternità? No grazie! Questo è il loro ragionamento, e non fa una piega. L’errore sta nel valutare la realtà spirituale con le categorie umane. Il divino non ha niente a che fare con ciò che è terreno ed è quello che Gesù vuol far capire ai suoi interlocutori. Il nostro destino non è rimanere semplici uomini, ma diventare figli di Dio. San Giovanni, nella sua prima lettera, dice molto esplicitamente: saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è. Essere degni dell’altro mondo significa dunque essere divinizzati. Saremo uguali agli angeli, esseri spirituali, che non hanno un corpo mortale come noi. Il corpo in sé non è un aspetto negativo della nostra esistenza visto che è destinato alla resurrezione, cioè ad essere glorificato, ma finché siamo in vita, è soggetto alle conseguenze del peccato originale, cioè alla fatica, al dolore e alla morte. Come tutto il resto della creazione, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo, dice San Paolo (Rm 8,22). Ecco la fondamentale differenza, dopo la resurrezione non saremo più gli stessi, saremo figli di Dio. L’altro mondo non è un luogo, un posto fatto di nuvolette, è l’incontro con l’Amore che finalmente sazia il nostro cuore. L’Apocalisse (21, 3-4) descrive in modo meraviglioso il paradiso: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. Non è possibile concepire tutto questo se pensiamo al nostro futuro eterno come ad una vita simile a quella attuale.

“Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”: Omelia 3 Novembre 2019 (dDV)

VANGELO (Lc 19,1-10)
Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

“Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”: Omelia 1 Novembre 2019 (dDA)

VANGELO (Mt 5,1-12a)
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Desiderare l’incontro (dMP)

Zaccheo si rende disponibile all’incontro con Gesù. Anche noi lo desideriamo?

Il vangelo di oggi ci parla ancora della preghiera descrivendocela come il desiderio di un incontro, la voglia di conoscere il Signore. La storia di Zaccheo è una metafora della nostra vita. Gesù è una figura affascinante, anche per gli uomini di oggi. C’è però una folla che lo sottrae alla vista. La folla delle mille occupazioni che riempiono il nostro quotidiano, le innumerevoli distrazioni, il grande brusio che copre la sua voce. La piccola statura del pubblicano ricorda gli orizzonti limitati di chi non sa più alzare lo sguardo verso qualcosa di grande. Abbiamo ancora degli ideali? Molti messaggi suadenti ci suggeriscono che il massimo della vita è soddisfare immediatamente ogni desiderio, cercare la comodità, avere tante cose e volerne sempre di più. Questo ci inchioda al presente e ci rende scontenti. Ci sembra di non avere abbastanza. La grande speranza dell’uomo medio è vincere al superenalotto così da potersi comprare la vita comoda che ci fanno sognare i pubblicitari. Ecco cosa significa essere piccoli di statura, non riuscire a vedere oltre la massa che intruppa, che trascina. La folla non incontra Gesù, lo cerca come un fenomeno, lo segue finché moltiplica i pani e guarisce, ma rimane compatta nel suo conformismo. Zaccheo vuole qualcosa di più. Vuole un approccio personale, vuole uscire dal gregge dei pecoroni: vuole un ideale per crescere. Allora si arrampica sul sicomoro uscendo dal mucchio impersonale e il Maestro lo nota subito, perché lui non è un numero nella folla, è un uomo che desidera incontrarlo. Ecco la chiave. Se ci accontentiamo di guardare Gesù da lontano, distrattamente, come i tanti personaggi famosi che non sono reali, ma figurine che appaiono in televisione o sui giornali, lui rimane uno sconosciuto. Se invece lo vogliamo incontrare davvero, dobbiamo desiderarlo, salire su un albero perché ci possa vedere. In altri termini dobbiamo farci trovare. Infatti il Signore bussa discretamente alla porta del nostro cuore, ma noi siamo impegnati a correre dietro al lavoro, ai mille desideri, non abbiamo tempo. E questo ci rende imprendibili. Fermati. Siedi in silenzio nella tranquillità della tua stanza, chiudi la porta ai rumori e sentirai. Hai mai chiesto a Gesù di entrare nella tua vita? Bisogna volerlo e averne il coraggio. Infatti la vita di Zaccheo non è più la stessa, rinuncia alla sua avidità, restituisce il maltolto, in una parola si converte, ma è pieno di gioia. Lo chiedo a me stesso e lo domando a ciascuno di voi: desideri veramente incontrarlo?

Preghiera del cuore (dMP)

Chi c’è al centro della mia preghiera: io o Lui?

Se noi potessimo salvarci da soli, osservando i comandamenti per guadagnarci il paradiso, non ci sarebbe stato bisogno del sacrificio di Gesù. Invece, per quanto ci si sforzi di evitarlo, il peccato fa parte della nostra vita. Per questo il Maestro ci insegna ad avere l’atteggiamento giusto nella preghiera. Il fariseo della parabola sta in piedi davanti a Dio e prega con orgoglio. Accampa dei meriti e crede di essere migliore degli altri nel suo sforzo di osservare la legge. Lui stesso è il protagonista della sua preghiera, perché non loda Dio, ma il suo essere rispettoso e ligio a tutti i precetti. Anche questo passo, come altri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, invita a riflettere su cosa significhi essere religioso. Intanto la nostra preghiera deve mettere al centro il Signore e non il nostro io. Capita il contrario se dico: ti prego perché io ho bisogno, oppure perché io desidero questa grazia, perché io che sono bravo merito la tua attenzione. È invece giusto mettersi semplicemente nelle sue mani senza pretese cercando di capire cosa Lui voglia da me. La religiosità non è fatta solo di atti esteriori, come fare digiuno o pagare la decima, ma significa aderire a Dio con il cuore. Non che il digiuno o qualunque altra pratica di pietà, sia inutile, ma è solo uno strumento per avvicinarsi al Divino, non è il fine della religiosità, ma serve se aiuta alla conversione. Il profeta Isaia ammonisce: Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. È una pratica vuota, senza cuore. Come lo è andare a messa solo perché è un obbligo, senza un vero desiderio di incontrare Gesù. Noi sappiamo che il primo peccato dell’uomo è l’orgoglio. Il cammino spirituale comincia perciò rinunciando alla pretesa di essere autosufficienti. Ecco perché il pubblicano è nel giusto: è cosciente della sua povertà e mette al centro il Signore implorando la sua misericordia. Domenica scorsa abbiamo parlato della preghiera del cuore, che consiste nella continua invocazione di Dio tramite una giaculatoria. La supplica del pubblicano è diventata il modello per coloro che, in ogni tempo, hanno praticato e praticano la preghiera del cuore. Le parole non sono l’aspetto più importante, ma piuttosto l’espressione di un atteggiamento interiore. L’uomo che si consegna a Dio sapendo di essere povero, gli apre il cuore e lo accoglie. Chi invece crede di essere giusto non permette al Signore di entrare, perché ha il cuore occupato interamente dall’orgoglio.

“Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui”: Omelia 20 Ottobre 2019 (dDA)

VANGELO (Lc 18,1-8)
Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Preghiera continua (dMP)

Gesù dice che pregare sempre senza stancarsi mai è una necessità, non semplicemente una possibilità.

Nell’antichità le vedove erano una delle categorie sociali più deboli. Le donne non lavoravano e non esisteva nessuna assistenza pensionistica, per cui, se una vedova non aveva dei figli che potessero mantenerla, era certamente alla miseria. Come purtroppo accade ancora oggi, una persona influente può ottenere favori e attenzione, ma un povero è sempre in fondo alla fila. Questa donna socialmente debole ha però una grande qualità: non si arrende, ma insiste fino ad avere soddisfazione. Il giudice è l’opposto, è potente e sprezzante verso tutti, ma deve cedere alla perseveranza della povera vedova. Non credo che il Maestro voglia dirci che basta essere insistenti per ottenere qualsiasi cosa, ma piuttosto che un simile atteggiamento è il segno di una grande fede. I Padri della chiesa hanno preso molto sul serio questa indicazione di Gesù circa la necessità di pregare sempre e senza stancarsi. Da qui è nata la preghiera detta del cuore. Il libro Racconti Di Un Pellegrino Russo, scritto da un anonimo nel ‘700, narra delle peregrinazioni di un uomo che attraversa tutta la Russia alla ricerca di una guida spirituale che gli spieghi come è possibile pregare incessantemente. Finalmente incontra un anziano monaco che gli svela il segreto: occorre “colorare” il respiro con una giaculatoria. In particolare nella tradizione orientale usano ripetere Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore. Dato che respirare è un’attività assolutamente incessante nella vita dell’uomo, se ci si abitua a dire una preghiera innestata sul respiro, l’orazione sarà perpetua. La stessa cosa si ottiene se l’invocazione è collegata al battito cardiaco. Consiglio la lettura dei Racconti, sia perché è un ottimo alimento per la vita spirituale, sia perché dà alcune indicazioni pratiche molto interessanti sul pregare. Il testo è reperibile anche su internet all’indirizzo:
www.verbumweb.net/ebooks/Racconti_pellegrino_russo.pdf
Gesù non ha nessun dubbio che Dio sia attento alla voce di chi notte e giorno lo invoca e che non lo faccia aspettare, ma piuttosto si chiede se la fede possa sopravvivere sulla terra. È una domanda molto inquietante, che ci deve far riflettere. Noi non possediamo il futuro e per forza dobbiamo affidarci a qualche cosa. Il fatto di non aver fede in Dio significa che ci fidiamo di qualcosa d’altro. Se siamo come il giudice confidiamo sulle nostre forze o sulle nostre sostanze, ma sappiamo che nulla è eterno a questo mondo, per cui è molto meglio essere come la vedova, cioè capire che davanti al Signore tutti siamo poveri e chiedere con fiducia e insistenza il suo aiuto.

“Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero”: Omelia 13 Ottobre 2019 (dGP)

VANGELO (Lc 17,11-19)
Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.

+ Dal Vangelo secondo Luca

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

“Se aveste fede! “: Omelia 6 Ottobre 2019 (dDV)

VANGELO (Lc 17,5-10)
Se aveste fede!

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Egoismo vs Condivisione (dMP)

La ricchezza è una condanna se diventa egoismo che impedisce la relazione.

Gesù è un narratore eccezionale. In pochi tratti, delinea storia e personaggi in modo vivissimo. La porpora e il bisso degli abiti preziosi del ricco si contrappongono alle piaghe che ricoprono il poveretto. I lauti banchetti si oppongono alla fame e ai cani che leccano la pelle ulcerata. Due colpi di pennello e abbiamo già il quadro. La brevità di questa prima parte è anche un’immagine di come la vita sia un soffio. La vicenda si svolge soprattutto nell’aldilà. Ancora una volta Gesù propone il confronto tra ricchezza e povertà. Il premio del povero e la condanna del ricco, non hanno niente a che vedere con il tenore di vita dei protagonisti, altrimenti ci potremmo aspettare che nel giudizio finale ci venga esaminato il reddito anziché la coscienza. Oltretutto Lazzaro viene portato da Abramo, il quale in vita era un uomo ricchissimo. Il punto cruciale è l’atteggiamento dell’uno e dell’altro. Il ricco è inconsapevole ed egoista. Mangia e beve e nemmeno si accorge che sotto la sua tavola c’è chi muore di fame. Sembra che non gli manchi nulla, né si dà pensiero per nulla, ubriaco dei suoi piaceri. È la figura dell’uomo pieno di sé, che pensa di bastare a sé stesso, mentre Lazzaro, al contrario, è l’immagine di chi sa di essere bisognoso di tutto e incapace di darsi la salvezza da solo. È figlio di Abramo perché, come il patriarca, non fa conto su di sé, ma si affida in tutto. Così merita di essere portato in cielo dagli angeli, mentre il ricco va sotto terra a continuare la sua corruzione. L’inferno che lo tormenta è così atroce che il pensiero di una sola goccia d’acqua è un sollievo enorme, ma l’abisso è invalicabile. Sembra una giustizia spietata e crudele, ma non si tratta di una condanna, è in realtà la conseguenza delle libere scelte del ricco che ha creduto di poter avere tutto e comprare tutto. Questo è il punto, la libertà. Il Signore vuole essere scelto liberamente e non costringerci a farlo. Per questo Abramo rifiuta di avvertire i fratelli del dannato. Abbiamo la Rivelazione e molti segni, se vogliamo vederli. L’uomo che si fida solo delle sue forze è però come accecato, è questo il vero pericolo e il vero peccato. La povertà non è un valore in sé, è un’attitudine, una disposizione. Il povero è umile, non ha pretese, sa di non avere risorse e si affida. Per questo, da sempre, chi vuole progredire nella via spirituale, rifiuta la pretesa della ricchezza.

“Non potete servire Dio e la ricchezza”: Omelia 22 Settembre 2019 (dDA)

VANGELO (Lc 16,1-13)
Non potete servire Dio e la ricchezza.

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Lettura (audio) del Vangelo

Omelia
(mp3)

Amministrazione (dMP)

Con la “disonesta” ricchezza si può fare anche del bene: tutti punti paradiso!

Il Maestro è sempre terribilmente provocatorio. Non ci lascia tranquilli, ma continuamente ci sollecita a guardarci dentro, a vedere le cose nella prospettiva eterna del Regno, piuttosto che nei limiti della quotidianità. Spinge fino all’estremo e lo fa con un’acutezza meravigliosa. Qui ci prende quasi in giro, usando come modello un piccolo imbroglione, un furbastro, che ricorda un po’ le nostre maschere popolari. Una specie di Arlecchino che svicola tra le maglie della legalità per ottenere il suo tornaconto. Falsifica le ricevute dei debiti per trasformarli in crediti a suo vantaggio. È un evidente furfanteria che attira la nostra attenzione e che ci spinge a giudicare l’amministratore, ma proprio qui Gesù ci spiazza, perché indica un simile comportamento come lodevole. Il padrone vede nell’intraprendenza del suo servo una manifestazione di intelligenza, un modo originale di affrontare e risolvere il problema e giudica questo aspetto come un’attenuante. In realtà non ci è detto il destino del gaglioffo, ma solo che ha destato l’ammirazione del padrone. Noi siamo quell’uomo. Siamo infatti amministratori di ricchezze che usiamo come se fossero nostre, ma che in realtà dovremo abbandonare alla fine e che, se le abbiamo accumulate, è grazie a delle possibilità, come l’intelligenza o la fortuna familiare, che non ci siamo meritati, ma che ci siamo trovati a possedere. Di solito chi è ricco fa dei regali alle persone che possono accrescere la loro ricchezza. Chi vende omaggia i suoi clienti migliori e chi occupa posti di potere è abituato a ricevere doni da chi vuole la sua benevolenza. Il Maestro ci dice di fare lo stesso, cioè di usare della ricchezza terrena, per farci degli amici nelle dimore eterne. Dare ai poveri, aiutare le missioni, fare atti di carità, sostenere la chiesa, sono investimenti per il futuro. Il Regno è in continuità con la nostra vita presente, e il modo con cui noi amministriamo i beni terreni e sappiamo amare il prossimo adesso, diventa credito eterno. Noi ora abbiamo solo il poco, in confronto al molto cui siamo destinati, ma è nella gestione di quel poco che dimostriamo di poter meritare di più. Se la ricchezza, cioè mammona, il diavolo, diventa un idolo e prende il posto di Dio, siamo come accecati. Il vero bene è l’amore, per cui se sappiamo usare delle risorse terrene per andare incontro ai fratelli produciamo ricchezza per il Regno, ma se le usiamo solo per egoismo il giudizio sulla nostra amministrazione sarà molto severo.

LA SETTIMANA 2019
Num. 965 del 8 dic 2019
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