Don Mauro Pozzi (dMP)

Ama il tuo nemico (dMP)

Amare il nemico vuol dire guardare l’uomo con gli occhi di Dio.

Amare i nemici, porgere l’altra guancia, pregare per chi ci fa del male: come può Gesù chiederci qualcosa di tanto estremo e innaturale? È come rinunciare a difendersi. Tutto questo sembra poco realistico perché noi tendiamo sempre a guardare le cose dal nostro punto di vista, come se fossimo noi il centro della storia, come se tutto l’universo ruotasse intorno a noi. Giudichiamo e condanniamo quello che crediamo essere il male per noi. Il Vangelo invece ci invita a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Quel mondo l’abbiamo sotto gli occhi. È pieno di conflitti; è ingiusto perché pochi hanno in mano le ricchezze, mentre moltissimi soffrono per la fame e l’arretratezza; è spesso frivolo e inebriato da mille illusioni. Tutto questo non è opera di Dio, ma dell’uomo, della sua cattiveria e avidità. Come può Dio amare l’uomo che fa un così cattivo uso della sua libertà e di tutto il bene che gli è stato dato gratuitamente? Eppure lo ama! Questa è la buona notizia! Quello che il Maestro ci invita a fare è guardare il mondo e l’uomo con gli occhi del Padre, non con la nostra meschina giustizia. Dunque se il Padre ama tutti gli uomini, giusti o ingiusti che siano, dobbiamo amarli anche noi. Non solo, ma anche perché noi facciamo l’esperienza del perdono di Dio: qualunque sia il nostro peccato, se siamo pentiti, Lui ce lo perdona. Sempre. Il Signore vuole che noi diventiamo come Lui, per darci tutto sé stesso, e non aspetta che facciamo il primo passo, perché in Gesù ci ama per primo. Gesù ha preso su di sé i nostri peccati e ciò significa che quando il Padre guarda un peccatore, vede suo Figlio, e lo perdona. Perciò anche noi quando guardiamo chi ci fa del male dobbiamo pensare che, anche se cattivo, ha meritato l’amore del Maestro. Un giorno dovremo presentarci davanti a Lui per essere giudicati e non potremo certo pensare di cavarcela solo per i nostri meriti. Nessuno è senza peccato. Ce la caveremo invece se siamo misericordiosi, se sappiamo essere sempre disponibili verso gli altri come lo è Dio. Quello che ci frena è la paura. Abbiamo paura di essere troppo buoni o di essere calpestati. È quello che è capitato al Maestro: si sono approfittati di Lui e lo hanno ucciso, ma è risorto! Non bisogna aver paura, se diamo qualcosa al Signore Lui ce la restituisce centuplicata: una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio. In più abbiamo la risorsa della preghiera, se desideriamo davvero perdonare, anche se non ci riusciamo da soli, chiediamo a Gesù di darcene la forza e Lui ci esaudirà.

Beati (dMP)

La beatitudine è cercare ciò che resta.

La povertà, la fame, il dolore e la persecuzione, come possono essere fonte di beatitudine? Allo stesso tempo la ricchezza, l’allegria, la sazietà e la buona fama, non sembrano essere cose negative. Eppure il Vangelo le descrive così. Dov’è l’errore? Per capire potremmo porci una domanda: dove cerchiamo la felicità? Il fatto che sia qualcosa che va cercato ci dice già che in partenza non siamo felici. La prima cosa che fanno i bambini appena nati è piangere. D’accordo che non conoscono nessun’altra forma di comunicazione, ma indiscutibilmente, passare dal caldo e confortevole rifugio della pancia della mamma, al freddo e confusionario mondo esterno è un bello shock! Quello che ci rende da subito scontenti è la mancanza di qualcosa: del cibo, del riparo, della sicurezza, e da lì inizia la nostra faticosa ricerca della soddisfazione degli infiniti bisogni e desideri che continuamente ci si presentano. Poi sorge l’altro grande interrogativo: è meglio l’uovo oggi o la gallina domani? Il dilemma della cicala e la formica. Per essere soddisfatti ci vuole strategia, si deve fare un ragionevole quantitativo di sacrifici che ci portino in una situazione di tranquillità, dove si possa godere dei frutti del lavoro precedente. È un po’ come mettere in moto la grande ruota di un volano, all’inizio si fa molta fatica, ma quando ha preso velocità la si mantiene in rotazione senza grossi sforzi. Questo ci dice il Maestro: punta a qualcosa di grande, che non sia solo la soddisfazione momentanea, allora sarai beato. Quando un atleta corre la sua maratona, fa una gran fatica, ma al traguardo è soddisfatto perché ha superato la prova. Se durante la gara si fosse fermato avrebbe risolto il problema della fatica, ma non sarebbe arrivato da nessuna parte. Questo è il punto, il nostro traguardo è l’Infinito, l’eternità e la vita la corsa. Chi è beato, chi arriva in fondo o chi si ferma a metà e non arriva più? Meglio aver fame di Dio e riconoscersi poveri perché bisognosi della sua grazia, che arrivare sazi e pieni di soldi al cimitero. Quando si va all’estero si devono cambiare i soldi, perché la nostra moneta non serve. Il Maestro ci invita ad arricchirci della sua grazia, che in paradiso ha molto valore, e non puntare tutto sull’euro che nella cassa da morto non vale niente.

Pescatori (dMP)

Il Signore ci pesca per salvarci e ci insegna a fare come Lui.

C’è più di un punto in comune tra Isaia, Paolo e Pietro. Intanto si sentono inadeguati. Isaia dice di essere un uomo dalle labbra impure, Paolo si definisce un aborto e Pietro si butta in ginocchio accusandosi di essere un grande peccatore. È un sentimento molto comprensibile se pensiamo alla grandezza che si trovano a fronteggiare. Il profeta è circondato dagli angeli e vede la gloria di Dio, Paolo da persecutore della chiesa è stato disarcionato da una luce accecante ed il Pescatore è sbalordito da un vero miracolo. Alla fine però tutti e tre si mettono a disposizione e faranno grandi cose. Il Signore li coinvolge. Paolo è quello che ha subito una delle vocazioni più certe della storia, pressoché una mazzata in testa. Dio tocca il cuore di Isaia mostrandosi quasi angosciato: chi manderò, chi andrà per Noi? Come se l’Onnipotente non sapesse come fare… Il profeta si fa avanti, anche perché l’angelo lo ha appena purificato, ma soprattutto per uno slancio di generosità. Simone ha lavorato tutta la notte senza successo, dalla risposta che dà a Gesù si capisce che è frustrato e stanco, ma è anche affascinato dal Maestro e da quanto gli ha appena sentito dire. Nonostante tutto accetta: sulla tua parola getterò le reti. Un atto di fiducia che gli garantisce il successo. Se i pescatori avevano lavorato la notte significa che di giorno non era il momento migliore per pescare eppure le reti si riempiono tanto da rompersi. Si capisce che non è la barca, la rete o il pescatore che fa la differenza, ma la Sua parola. Stare con Gesù, accettare di essere guidati da lui e soprattutto fidarsi garantiscono la riuscita. Il Maestro rassicura Pietro: non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Dio non vuole costringerci ad amarlo, tuttavia ci corteggia col suo fascino irresistibile, ci attira come un esperto pescatore, non per trasformarci in prede, ma per salvarci. Anche noi dobbiamo imparare questa arte di avvicinare le persone al Signore, ma il primo passo è quello di essere innamorati di Lui, come lo erano Isaia, Paolo e Pietro. Nel vangelo spesso troviamo delle persone entusiaste del loro incontro con Gesù che invitano amici e parenti a conoscerlo. Andrea lo ha fatto con Pietro, Filippo con Natanaele, la samaritana coi suoi concittadini. Bisogna buttarsi anche se, come Simone e Isaia, non ci si sente adeguati di fronte a Dio: non siamo noi a dover essere all’altezza, ci è chiesto solo di ammettere la nostra povertà e di metterci nelle sue mani, il resto è opera sua. In questo modo diventiamo strumenti di un enorme successo.

Fiducia (dMP)

Chiediamo al Signore non di capire, ma di avere fiducia in Lui.

Gesù si manifesta ai suoi concittadini e viene rifiutato. Non è il figlio di Giuseppe? Come dire: conosciamo la sua famiglia, è uno di noi. Di fronte alla loro diffidenza il Maestro cita due episodi della vita dei profeti Elia ed Eliseo i quali non hanno fatto miracoli nella loro patria. Paragona i suoi compaesani alla gente del tempo di quei profeti per rimarcare che la durezza di cuore è la stessa. Questo provoca la loro indignazione, tanto che vorrebbero ucciderlo, ma non è ancora il momento e Gesù un piccolo miracolo lo fa, sottraendosi alle loro mani senza dover fuggire. Sarebbe successo anche a noi probabilmente. Se uno dei nostri ragazzi si alzasse in chiesa e si dichiarasse profeta, noi come reagiremmo? Dov’è dunque l’errore? Sta nel fatto che noi crediamo spesso di poter giudicare le cose secondo quello che ci appare sensato. Abbiamo degli schemi, ed è difficile romperli. Ci aspettiamo che la nostra vita vada come vogliamo noi, ma il piano provvidenziale non possiamo conoscerlo. Mi vengono in mente le parole di Isaia (55,9): Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. La Provvidenza muove le cose vedendo l’intero orizzonte, il passato, il presente ed il futuro, mentre noi abbiamo una visione limitata al solo presente, in più viziata dalle nostre aspettative. Quante volte recriminiamo dicendo che un determinato evento non è giusto o che certe cose non dovrebbero succedere? Agostino, per far capire questa cosa faceva un paragone: se un osservatore guarda molto da vicino un mosaico, ne vede solo poche tessere, che apparentemente sono messe lì a caso; ma se si allontana, allora vedrà il disegno nel suo insieme e apprezzerà il lavoro dell’artista. I nazareni credono di capire come vanno le cose e le giudicano, ma non hanno capito niente. Noi lo sappiamo solo perché vediamo la cosa da distante e sappiamo come la storia va a finire, ma nei loro panni sapremmo essere così umili da mettere in discussione le nostre idee preconcette? Questo episodio non ci è proposto perché noi giudichiamo quegli uomini, ma perché giudichiamo noi stessi. Avere fede significa mettersi in ascolto di Dio soprattutto nei momenti bui, quando ci sembra di non capire. Avere fede quando le cose vanno bene è molto facile. La fede si prova nell’oscurità. Siamo disposti a farci prendere per mano per essere guidati su un terreno sconosciuto? Ecco perché non dobbiamo mai stancarci di pregare e di chiedere, non di capire, ma di avere fede.

 

 

Liberazione (dMP)

La liberazione che ci offre il Cristo è oggi, per chi lo incontra davvero.

Chiesa deriva dal termine greco che significa assemblea e definisce l’insieme dei credenti, i quali sono comunità perché si raccolgono intorno alla stessa mensa dove viene spezzato il pane che è la Parola e il Corpo di Cristo. Ogni battezzato partecipa alla missione della chiesa che è annunciare in tutto il mondo la buona notizia dell’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù. Questa missione ci accomuna tutti, ciascuno secondo la sua vocazione e le sue capacità. Non è importante il ruolo, ma l’impegno, infatti noi veneriamo tra i santi tanto i papi come i semplici fedeli. Il mondo ha un grande bisogno di Dio e noi siamo chiamati a divulgare l’annuncio iniziato da Gesù e continuato dagli apostoli, perché la salvezza operata dal Cristo si compie ogni giorno. Nella sinagoga Gesù legge il profeta Isaia, un brano che parla del Messia e annuncia il compimento di quella profezia. Dice: oggi si è adempiuta. Non si tratta di quel giorno particolare del primo secolo, ma del nostro oggi, del presente di ogni uomo che scopre che il Signore si è incarnato e ci ha visitato. Gesù è una presenza e la sua voce grazie a Luca risuona adesso anche per noi. Si rivolge ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. E noi cosa c’entriamo? La povertà di cui parla è la mancanza di Dio, non delle sostanze in senso materiale. Se si legge nella cronaca che i ragazzi si usano violenza tra loro e si ammazzano, che i vicini di casa uccidono, che i terroristi continuano ad assassinare degli innocenti, non viene da pensare che questo mondo è senza Dio, cioè senza il Bene? Non perché Lui si nasconde, ma perché l’uomo lo esclude: ecco perché siamo poveri. Se non sappiamo riconoscere questi segni e non facciamo penitenza è perché siamo ciechi. Il nostro mondo non cerca la felicità, o meglio crede di farlo, ma in realtà cerca solo il piacere e questo lo rende schiavo mille volte, delle sue passioni, della droga, dei debiti delle infinite vendite rateali, dei desideri inappagati: non è una prigionia terribile? Chi è legato da simili catene vive una dura oppressione e sospira la liberazione. Dunque Gesù si rivolge proprio a noi e dice una sola parola: oggi. Questa rivelazione deve farci saltare come una puntura, come quando la tua squadra fa gol e tu salti su con le braccia al cielo anche se sei da solo davanti alla televisione. Non è fantastico? È oggi la nostra liberazione, non fra dieci o mille anni. Ecco perché bisogna pregare, leggere le scritture, confessarsi e fare la comunione, perché noi e il mondo intero abbiamo bisogno di Gesù.

Trasformazione (dMP)

Il Maestro può trasformare l’acqua della nostra povertà nel vino della sua ricchezza.

Nell’Antico Testamento viene esaltata Gerusalemme, ma in realtà era poco più di un villaggio su una collina sassosa e brulla. È una esagerazione? No la città è davvero meravigliosa perché è abitata dal Signore. S. Paolo parla dei diversi doni che arricchiscono la comunità. Chi ha qualche capacità particolare potrebbe inorgoglirsi e credere di avere dei meriti. L’Apostolo sottolinea che ogni carisma viene dallo Spirito Santo che agisce nei singoli a vantaggio della collettività. Queste letture ci facilitano la comprensione dell’episodio proposto nel vangelo di Giovanni. Dopo la visita dei Magi e il Battesimo, il miracolo delle nozze di Cana è considerata la terza epifania di Gesù, cioè la sua terza manifestazione. A Betlemme viene adorato dai Magi e l’adorazione è riservata a Dio, nel Giordano è indicato dallo Spirito Santo come il Messia e qui a Cana dimostra la sua onnipotenza. Il Maestro non voleva esporsi, ma la grande attenzione di sua madre per il prossimo, lo costringe a compiere il miracolo. Appare evidente che Gesù non riesce a sottrarsi alla volontà della Madonna. Maria lo mette con le spalle al muro e, anche se lui cerca di tirarsi indietro, lei si rivolge direttamente ai servitori: fate quello che vi dirà; non ha nessun dubbio che sarà obbedita dal figlio. Ecco perché è importantissimo pregare la Vergine, perché se lei si fa patrona della nostra causa, suo Figlio non può rifiutarle la grazia! L’intercessione di Maria è la chiave di accesso alla misericordia di Gesù. È interessante che il suo primo segno sia per allietare la festa dei suoi amici. Egli è nel mondo non solo per essere pane, ma anche come vino che scalda il cuore. C’è poi da notare che il Maestro non compie mai i miracoli senza la collaborazione degli uomini. Qui si avvale dei servitori, che devono riempire le giare d’acqua. Il vino che ne attingono è il migliore. Il significato di questo avvenimento è notevolissimo per la nostra vita spirituale. Vuol dire che l’importante è mettersi a disposizione, il resto lo fa il Signore. Le nostre poche capacità sono come quell’acqua, ma se le offriamo a Lui, diventeranno ottimo vino. Quindi nel rispondere al Signore che ci chiama a compiere il nostro dovere, ciascuno secondo la sua vocazione, non dobbiamo preoccuparci di noi stessi, di fare brutta figura o di non essere capaci, se ce lo chiede Lui e noi ci mettiamo con fiducia nelle sue mani, le nostre piccole energie diventano la Sua forza. Non bisogna avere mai paura, ma essere generosi e pronti, perché è Lui che trasforma, come un grande artista che fa di un sasso qualsiasi una scultura di valore inestimabile.

Battesimo (dMP)

Lo Spirito Santo porta Gesù come la colomba del diluvio il rametto di ulivo: il segno dell’inizio del Regno come l’ulivo rappresentava la presenza di un nuovo mondo da vivere e far vivere.

Per gli ebrei la santità implica la separazione dai peccati e da chi li commette. Il popolo eletto, essendo santo, cioè consacrato a Dio, deve essere separato dagli altri popoli, cosa che avviene ancora oggi. Per quella mentalità pensare che il Messia, il santo di Dio, si metta in fila con i peccatori per farsi battezzare, è un fatto assolutamente inconcepibile. Per questo gli esegeti dicono che il battesimo di Gesù è un episodio certamente accaduto, perché a nessuno scrittore ebreo sarebbe mai venuto in mente di inventare qualcosa di tanto estraneo alla tradizione. Invece l’Emmanuele, il Dio-con-noi, non solo si fa uomo, ma condivide l’esperienza degli uomini camminando vicino a loro, senza scandalizzarsi di mescolarsi ai peccatori. Egli comincia la sua vita pubblica dal Giordano, iniziando il Regno, come il suo omonimo Giosuè. Gesù e Giosuè derivano dallo stesso nome ebraico che è tradotto differentemente per distinguere le due figure. Giosuè è colui che guida il popolo nella terra promessa al termine dell’esodo durato quarant’anni. L’ingresso nella terra dei Padri avviene proprio dal Giordano, che si ferma davanti agli ebrei permettendo loro di attraversarlo all’asciu tto come il Mar Rosso. Anche l’annuncio del nuovo Regno comincia dalle acque di quel fiume. Si tratta però di una patria spirituale che si svilupperà pienamente solo nell’ultimo giorno. Gesù è colui che ci guida verso quella meta. Il segno della sua regalità è lo Spirito Santo che scende su di lui come una colomba. Questa figura ci ricorda un altro episodio: la fine del diluvio, quando Noè lascia uscire una colomba che torna con un ramo di ulivo nel becco. Quel rametto annuncia un mondo nuovo da abitare. Allo stesso modo la colomba dello Spirito Santo ci porta Gesù che è annuncio del nuovo Regno messianico: un nuovo inizio per l’umanità. Questo ci riconduce al nostro battesimo, che ha segnato l’origine della nostra vita cristiana facendo di noi i cittadini di quel Regno. Come gli ebrei di allora, anche noi nell’acqua battesimale abbiamo incontrato Gesù e il suo Spirito che ci invita a rinascere. L’episodio del battesimo nel Giordano è una delle tre grandi epifanie o manifestazioni di Gesù insieme alla visita dei Magi e al primo miracolo a Cana. Qui però c’è molto di più perché è tutta la Trinità a rivelarsi. Il Figlio è benedetto dalla presenza della colomba dello Spirito Santo e si fa sentire la voce del Padre. L’inizio della missione del Cristo collega la terra con il Cielo e ci permette una conoscenza più profonda del mistero di Dio nel quale il nostro battesimo ci ha immersi.

Il Viaggio (dMP)

I Magi rappresentano chi cerca l’Infinito e non ha paura di compiere un lungo viaggio pur di trovarlo.

Gloria a Dio nel più alto dei cieli, è il canto degli angeli che annunciano la nascita di Gesù. Perché il cielo è da sempre considerato la dimora di Dio? Intanto perché dall’alto Egli vede ogni cosa e il suo sguardo abbraccia tutto l’universo, ma non solo. La terra è un luogo di confusione e di continuo cambiamento, dovuto alla natura stessa che continuamente modifica e modella il nostro pianeta, e anche a causa dell’uomo che genera e distrugge governi e nazioni, provoca guerre, costruisce e demolisce. Il cielo invece è il luogo della perfezione. Le irraggiungibili stelle che ogni notte trapuntano la volta celeste sono le stesse che vedevano i nostri più antichi progenitori, e il moto di quegli astri è costante e immutabile. Niente disordine, non è caos, ma cosmos. In oriente c’è la Mesopotamia, la patria dei Magi, dove è nata la scienza delle stelle con cui i mistici hanno imparato a leggere negli astri la volontà segreta del Creatore. Questi sapienti non erano ebrei, non conoscevano nulla della storia di Israele, né mai avevano letto le antiche profezie, ma vedono nascere una stella. È un segno talmente straordinario che fa comprendere loro che è nato il Re dei re. Fanno allora un gesto di grande coraggio mettendosi in cammino senza sapere dove la stella li condurrà. La loro ricerca è simbolo del fatto che Dio è più grande di ogni religione e che è il Dio di tutti e non solo d’Israele. Essi riconoscono la presenza di un Creatore guardando il mistero della creazione. Oggi la scienza ci insegna moltissimo sulla bellezza e sull’infinita complessità e fantasia della natura. Come può tutto questo essere frutto del caso? Noi sappiamo per esperienza che dietro ogni grande opera si nasconde l’ingegno e la fatica di chi l’ha prodotta. Michelangelo non ha gettato a caso secchi di colori sulle volte della cappella sistina, né Einstein ha formulato la teoria della relatività scarabocchiando simboli e numeri alla rinfusa. Il creato ci parla del suo Autore, è un segno, e chi è coraggioso e curioso si mette in viaggio, come i Magi, affrontando il deserto e l’ignoto per fare il più grande degli incontri, per scoprire la Luce che fa brillare ogni stella. Dice il salmo 84: Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio. I Magi ci invitano a seguirli nel loro cammino verso Betlemme. Non è necessario avere doti straordinarie, ma solo il grande desiderio di incontrare la Verità.

Sacra Famiglia (dMP)

Compito di ogni educatore è far scoprire ai ragazzi qual è la loro vocazione.

Gesù è Gerusalemme per la pasqua. Ha dodici anni, l’età del Bar Mitzvah, che letteralmente significa figlio del precetto, il momento in cui il giovane ebreo, ormai adulto, si assume tutte le responsabilità dei suoi doveri morali e religiosi. È l’equivalente della nostra confermazione con cui si conclude l’iniziazione cristiana e si è considerati cristiani adulti. Gesù si intrattiene coi dottori, li ascolta e li interroga, quindi non si pone come superiore a loro, ma dimostra tutta la sua sapienza, che colpisce moltissimo quegli anziani. Il fatto è particolare perché questo confronto è durato due o tre giorni: lo studio delle scritture è un lavoro inesauribile e sempre apportatore di nuove idee e scoperte. Per quanto si vada a fondo c’è sempre qualcosa da imparare. Naturalmente Maria e Giuseppe sono preoccupati perché non hanno sue notizie da giorni, tuttavia Gesù non sembra affatto pentito del suo comportamento, è quasi spietato con loro. È molto più attratto dal Padre celeste e dalla Sua volontà. Davanti ai suoi genitori mostra di dare più importanza a Dio. Questa è l’ultima occasione in cui il vangelo ci parla di Giuseppe. La sua funzione è finita: egli ha condotto il figlio a scoprire chi è il suo vero Padre e come padre putativo, o potremmo dire come padre spirituale, si fa da parte perché Gesù ha compiuto la sua maturazione. Il ragazzo rimane coi suoi genitori per completare la sua crescita, ma ha capito l’orientamento della sua vita. I due sposi non comprendono e Maria conserva nel cuore queste cose. Le capirà più avanti. Sono quasi intimoriti di fronte a questa svolta della vita del loro ragazzo, ma non lo rimproverano più. Accettano il loro ruolo di accompagnatori della sua crescita. Applicato alla nostra vita, questo è un modello che va bene sia per i genitori, sia per chi, come i sacerdoti o gli educatori, collaborano alla formazione dei ragazzi. Sono anime che non ci appartengono e che noi dobbiamo guidare a scoprire di chi sono realmente figli. Ogni uomo è unico e amato in modo speciale dal Padre e per ciascuno c’è una particolare vocazione. La vera realizzazione di un uomo è capire qual è la volontà di Dio per lui e ogni educatore deve preoccuparsi che chi è affidato alla sua responsabilità lo scopra. Come Maria e Giuseppe siamo davanti a un mistero che va custodito e aiutato a realizzarsi. Questa è la prima educazione che dobbiamo preoccuparci di dare ai nostri ragazzi.

Portatori (dMP)

Come la Madre così anche noi dobbiamo imparare a portare il Figlio al mondo.

Maria ed Elisabetta si incontrano. Due storie speciali, che richiedono silenzio e raccoglimento per essere capite. Elisabetta piena di gioia per essere finalmente madre, ma anche bisognosa di aiuto perché sente i suoi anni. Maria che vuole staccarsi dal quotidiano per capire il senso della sua misteriosa maternità. Tace e aspetta che gli eventi maturino. Si affida silenziosamente. Ci penserà l’angelo a tranquillizzare Giuseppe e a permetterle di affrontare la sua vita familiare. Intanto lei va da sua cugina per rendersi utile. La cosa però evidente è che, più del suo aiuto pratico, Elisabetta apprezza la presenza di Gesù dentro di lei. Maria è il tramite di un contatto meraviglioso. Questo è un modello per noi. Dobbiamo imparare a portare Gesù agli altri: è la cosa davvero più importante. Non c’è carità senza preghiera, non c’è azione senza contemplazione. Il mondo ha bisogno di Gesù prima di tutto e Lui ha bisogno di persone che lo rendano presente attraverso l’amore per gli altri. Madre Teresa ha insegnato alle sue suore a pregare per un’ora prima di incontrare i poveri. Ogni mattina le sorelle rinnovano la presenza di Cristo nel loro cuore per portarlo a chi soffre. È questa la loro prima carità. Anche nel nostro mondo ricco e distratto la più grande povertà è l’assenza di Dio, non perché Lui si nasconda, ma perché viene escluso. Gesù continua a cercare una capanna dove poter trovare posto. Bisogna pregare perché Maria ci porti suo Figlio e anche per diventare come lei, capaci di accogliere Gesù nel nostro cuore e portarlo a chi ne ha bisogno. La nascita del Salvatore non si sarebbe potuta realizzare senza il sì detto dalla Madre. Ogni Natale abbiamo la grande opportunità di dire il nostro sì, di chiedere con tutto il cuore a Gesù di servirsi di noi per illuminare la notte del mondo.
È opportuno che ci prepariamo bene ad accogliere il Signore. Quando un ospite importante viene a farci visita, puliamo bene la casa e tiriamo fuori le stoviglie migliori. Anche per Gesù dobbiamo avere la stessa preoccupazione preparandogli un posto degno nel nostro cuore con una buona confessione. Confrontiamoci con i due precetti che riassumono tutta la legge: ama Dio con tutto il cuore e ama il prossimo come te stesso. Chi può dire in tutta coscienza di aver sempre messo il Signore al primo posto? Allo stesso modo chi può affermare che ha agito sempre senza nessun egoismo e si è dato agli altri con la stessa totale generosità con cui Gesù si dona a noi?

Il vero discepolo (dMP)

“Cosa devo fare?” è la domanda del discepolo, di chi vuole imparare ed è pronto a mettersi in discussione.

Un discepolo è chi vuole imparare, chi si fida del Maestro. Se uno pensa di sapere già, non sente di certo il bisogno di mettersi alla scuola di qualcuno. Ecco perché il vero discepolo è colui che chiede: cosa devo fare? Anche gli ascoltatori di Giovanni, colpiti dalle sue parole, gli rivolgono questa domanda. È segno che sono disposti a cambiare, o quanto meno a mettersi in discussione. Non è possibile incontrare veramente qualcuno se non ci si mette in gioco. Quando da adolescenti si comincia a interessarsi dell’altro sesso, si scopre che non si può pretendere l’amore di qualcuno come si pretende l’amore della mamma, ma bisogna conquistarlo. Costruire un rapporto personale vuol dire mettersi in gioco, uscire da sé e andare incontro all’altro. Per cui all’annuncio di Giovanni che invita a preparare la strada al Signore, è giusto chiedersi come fare. È interessante notare che la risposta non è uguale per tutti. Giovanni invita a dividere il superfluo coi poveri e questo vale per tutti, ma poi due categorie particolari chiedono cosa fare: i pubblicani e i soldati. I primi sono gli esattori delle tasse, collaborazionisti con l’invasore e generalmente inclini a fare la cresta sui tributi. I secondi sono il braccio armato dell’oppressione, facili al sopruso e alla prepotenza. Non sono certo le migliori categorie. È importante sottolineare che Giovanni non chiede loro di cambiare mestiere, ma di esercitarlo con onestà. Questo significa che chiunque può preparare un posto per il Signore che viene, nella generosità e facendo onestamente il suo dovere. Non si tratta di cose impossibili evidentemente. Insomma siamo invitati a fare un esame di coscienza e a pensare concretamente come migliorare riguardo a questi due aspetti. Essere attenti agli altri è osservare nella quotidianità il precetto dell’amore per il prossimo. Nell’attenzione agli altri si incarna l’amore per il Signore, che non è qualcosa che si vive solo in chiesa o nella preghiera, ma un abito (abitudine), cioè una costante disposizione spirituale. Fare bene il proprio dovere è vivere il quotidiano come un modo per portare Gesù nel nostro ambiente e fare giorno per giorno la sua volontà. Il Signore vuole servirsi di noi per raggiungere il nostro prossimo. Il Messia che viene cambia la storia. La sua presenza segna l’anno zero, non si può prescindere da questo evento. Egli opera una purificazione, cioè un battesimo, che è Spirito Santo e fuoco. Il vento, cioè lo Spirito, che soffia via la pula e lascia solo il grano; il fuoco che brucia le scorie e lascia solo il metallo puro. Siamo pronti all’esame?

Deserto (dMP)

Giovanni Battista ci invita a creare lo spazio adatto per accogliere Colui che viene.

Il profeta Baruc (I lettura) era il segretario di Geremia e scrive dall’esilio babilonese dove gran parte del popolo si trova deportato. Si rivolge ai suoi connazionali rimasti a Gerusalemme che vivono miseramente in una città semidistrutta. Il profeta si rivolge alla capitale personificata incoraggiandola con la speranza dei tempi messianici. I suoi figli le sono stati allontanati dai nemici, ma torneranno. Le valli riempite e i monti spianati simboleggiano qui il futuro di un Regno dove il dolore e la fatica non avranno posto. Anche l’Apocalisse descrive il mondo nuovo come la Gerusalemme celeste, illuminata in eterno dal Sole di Giustizia. Queste parole valgono ugualmente per noi che viviamo nel caos della città terrena nella speranza di vedere un giorno il trionfo del bene sul male. Anche Giovanni Battista, è un uomo vissuto in un preciso momento storico, tuttavia, dato che è stato il precursore del Messia che ha cambiato la storia, la sua voce non ha tempo, si rivolge agli uomini di ogni epoca. Il vangelo (Mt 3,4) lo presenta come un asceta vestito di peli di cammello, che vive nel deserto cibandosi di cavallette e miele selvatico. Così viene raffigurato, appoggiato al suo bastone, col dito che indica il cielo. Le sue parole parlano di deserto e di purificazione. Ci invita a preparare una via al Signore, spianando e colmando le asperità per renderle piane. Ci dice che se vogliamo incontrare Gesù dobbiamo fargli posto, fare silenzio, essere accoglienti. Gli ostacoli più grossi da rimuovere dalla strada che prepariamo al Messia sono di certo i nostri peccati, ma ancora più grandi, vere montagne e difficili da eliminare, sono le cause di quei peccati. Ecco perché Giovanni ci invita nel deserto, cioè ci invita all’essenzialità. Avere tante cose vuol dire tante distrazioni, tanti desideri, molta inquietudine. Il deserto è anche silenzio, qualcosa di ignoto per noi. I nostri potenziali silenzi sono riempiti di televisione, radio, cinema, musica… Il Signore non ci può trovare, perché noi gli sfuggiamo, siamo imprendibili, non ci fermiamo mai in una girandola di impegni. Il Maestro dice che se vuoi pregare devi entrare nella tua stanza e chiudere la porta, lasciare cioè fuori il rumore e la confusione. Fermati, ci invita Giovanni, chiudi occhi e orecchie e apri il cuore. Prova a sederti in silenzio, facendo risuonare dentro di te una sola parola: vieni Signore, e poi ascolta. È un’esperienza che bisogna fare, le parole non la spiegano né la comunicano. È così che i sentieri sono raddrizzati perché Gesù possa raggiungerci.

Fine del mondo (dMP)

L’attesa del ritorno di Gesù non è una minaccia di morte, ma la speranza per il futuro.

Dopo aver celebrato Cristo Re, la festa che chiude l’anno liturgico, il nuovo ciclo si apre con l’Avvento, che è il tempo dell’attesa del Messia. In queste prime domeniche la nostra attenzione è focalizzata sulla seconda venuta di Gesù, quella che segnerà la fine del mondo e il giudizio dei vivi e dei morti. Sarà un avvenimento terribile e meraviglioso allo stesso tempo. Come in un parto la gioia del Regno sarà preceduta dalla tribolazione della fine del mondo e del giudizio. Il profeta Geremia nella prima lettura ci descrive il futuro messianico caratterizzato dalla pace e dall’adempimento delle promesse, ma dobbiamo ancora arrivarci. Siamo ancora prigionieri del tempo. Ogni giorno il sole sorge e tramonta e non possiamo farci niente. Il nostro corpo cresce e invecchia, è sano o malato e non ci chiede il permesso. I nostri desideri e bisogni scandiscono il succedersi della giornata finché il sonno non ci costringe a fermarci per ricominciare al risveglio. Il futuro è sempre fonte di preoccupazione: sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Molti cercano di esorcizzare tutto questo occupando la mente con il lavoro, con il divertimento, con qualche droga, con qualsiasi cosa che leghi al presente. Il nostro mondo è schiavo del presente, fa finta di essere immortale, perché ha paura del futuro. È angosciante, ma non definitivo. Alza la testa, ci dice il Maestro, la tua liberazione è vicina. Ecco chi aspettiamo, il liberatore. Il tempo dell’avvento ci aiuta a pensare al nostro futuro non come ad una condanna, ma come ad una liberazione. Non è il succedersi di giorni tutti uguali, ma è la speranza di un’attesa, di un incontro. Per questo Gesù ci invita alla vigilanza. Non vuol dire consumarsi nell’inquietudine, ma vivere il vangelo. È quello che San Paolo scrive ai Tessalonicesi: fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti. Essere vigilanti significa dunque anticipare la pace del Regno vivendo già ora in armonia. Ecco il criterio per vivere bene il presente e per realizzare la felicità. Nessuno di noi può vivere da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se siamo animati dal desiderio di fare del bene al prossimo, allora ogni singolo atto è un’occasione di essere rispettosi e servizievoli. Questo è il paradiso, cioè una società fondata sull’amore. Il Signore lo si incontra nel prossimo. Amando gli altri non temiamo il suo arrivo improvviso perché di fatto è già con noi.

Regno della Verità (dMP)

Gesù non esita a sacrificare sè stesso, al contrario di Pilato che, per mantenere il suo potere, sacrifica la verità.

Il profeta Daniele racconta una sua visione in cui un figlio
d’uomo, venuto con le nubi del cielo, riceve il regno e il potere
su tutte le nazioni. Gesù nel vangelo si riferisce a se stesso
come al figlio dell’uomo proprio rifacendosi al profeta. Questa
espressione ha un doppio significato. Gli ebrei la usavano,
come noi diciamo “il sottoscritto”, per dire “io”, mentre nei
testi rabbinici antichi indicava il Messia. È dunque molto
adatta a Gesù che è vero Dio e vero uomo. La stessa visione di
Daniele suggerisce che questa figura, benché umana
nell’aspetto, venendo dal cielo appartiene alla sfera della
divinità. Così il libro dell’Apocalisse presenta Gesù come il
principio e la fine, l’alfa e l’omega, Dio che finalmente dà
compimento al suo regno eterno. Ogni occhio lo vedrà: è il
tramonto della fede e l’alba della certezza, finalmente il regno
si realizza. Un regno di sacerdoti. La funzione del sacerdote è
quella di offrire sacrifici a Dio a nome del popolo. Oggi però il
sacrificio non è più materiale, come l’offerta degli animali, ma
spirituale. La morte di Cristo sulla croce è il sacrificio eterno
che rinnoviamo sull’altare ad ogni Messa. San Paolo nella
lettera ai romani (12, 1) dice: vi esorto fratelli a offrire i vostri
corpi come sacrificio vivente; a imitazione di Cristo (15,1) noi
che siamo i forti abbiamo il dovere di portare le infermità dei
deboli. Gesù diventa il modello di un sacerdozio nuovo che
offre non beni materiali esteriori, ma il cuore a vantaggio di
ogni uomo. Ecco perché in Cristo noi siamo tutti sacerdoti e
partecipiamo alla sua regalità. Il suo regno è completamente
diverso dai regni umani. Il confronto con Pilato lo rende
ancora più evidente. Il governatore vorrebbe liberare Gesù
capendo che non ha commesso nessuna colpa, ma deve
sacrificare la verità a vantaggio del suo potere. Quando i
giudei lo minacciano dicendo che se assolve il Nazareno non è
amico di Cesare, immediatamente ottengono la sentenza di
morte. Ecco la realtà della politica: il compromesso per
mantenere il potere. Gesù non vuole dominare, non cerca il
privilegio, vuole far crescere il suo gregge. Non ha paura di
spendersi a vantaggio nostro. Questo amore infinito è la
Verità che è destinata a trionfare su tutte le meschinità del
mondo. L’Apocalisse sottolinea che Cristo Re venendo sulle
nubi, sarà visto anche da chi lo ha trafitto. La croce è il
giudizio sul mondo, che nasconde la verità privilegiando
l’interesse, che uccide l’innocente per salvare il suo potere.
Celebrare invece la regalità del Cristo è ascoltare la voce della
Verità e diventarne i testimoni.

Autenticità (dMP)

Quello che conta davvero non è ciò che appare, ma l’intenzione del cuore. Il cuore più che la forma.

La cosa più difficile nella vita affettiva è imparare a donare. Il nostro istinto è quello di cercare di soddisfare prima di tutto le nostre esigenze, ma perché un rapporto sia equilibrato, non si può solo chiedere, bisogna anche dare. Più cresce la misura del dono, più l’amore si purifica. Chi ama in modo totale non si preoccupa più di se stesso, come fa una mamma con il suo bambino. Dio ci ama così, senza misura, senza calcolo. Ma ogni amore interpella, smuove la coscienza. Un figlio crescendo si accorge di quanto gli è stato donato gratuitamente e cerca di ricambiare. Spesso è la vita a spingere in questa direzione quando sono i figli che devono prendersi cura dei loro anziani genitori. Il nostro rapporto con Dio deve avere questa dinamica. Non possiamo sempre solo chiedere come fanno i bambini, ma occorre lasciarci interpellare dal Suo amore e domandarci come possiamo ricambiare. Questa consapevolezza trasforma il modo di essere religiosi. La religione può essere solo esteriore: norme, obblighi, riti; la preghiera può limitarsi ad una infinita serie di richieste, ma quando scopriamo la paternità di Dio, il suo amore personale, allora tutto quello che è esteriore diventa un mezzo per arrivare all’interiorità. La messa è molto più di un rito, è un incontro con Gesù che si rende presente nella Parola e nel Pane. La preghiera è molto più di una richiesta, diviene ascolto, intimità con Lui. Gesù è seduto davanti al tesoro del tempio e guarda la gente che vi getta dentro i soldi. Tutti fanno lo stesso gesto, ma il Maestro giudica l’intenzione che lo su-scita. Lui apprezza la vedova non per la consistenza dell’offerta, ma per la sua autenticità. Dio non ha bisogno di soldi, l’universo è suo, ha bisogno di figli che lo accettino come un padre: questo è molto più che una fredda e formale osser-vanza dei precetti. Lui oggi ci guarda e ci chiede: cosa fai qui in casa mia, sei venuto a trovare tuo padre per amore o a timbrare il cartellino del precetto domenicale? Uscito di qui cosa farai, mi porterai nel cuore dentro la tua vita o tornerai a fare le tue cose come se io non esistessi? Quando ero ragazzo mi resi conto che io facevo la stessa vita di tutti gli altri, sognavo i soldi e il successo come tutti gli altri, l’unica differenza era che andavo in chiesa un’ora scarsa alla domenica. Basta questo per dirsi cristiani? Gesù fa come la vedova, non misura il suo impegno per noi, ma si dà tutto, fino alla morte. Davanti a un amore tanto generoso come possiamo rispondere? Anche noi dobbiamo gettare nel tesoro del tempio la nostra vita, non semplicemente qualche briciola.

Un mondo d’amore (dMP)

La legge dell’amore è la ricetta della felicità.

Le leggi sono alla base dell’ordinamento civile. Ciascuno di noi desidera essere libero ed esprimersi secondo la propria coscienza e sa in cuor suo cosa è giusto, ma la libertà deve avere dei limiti. Il principio classico, che tutti conoscono, è che la libertà del singolo finisce dove inizia quella degli altri. Lo scopo delle leggi è appunto quello di stabilire i confini della libertà individuale in modo oggettivo. È il fondamento di un qualunque ordinamento civile, ma perché osservare le leggi? In genere la trasgressione è associata a un castigo, come la prigione o una multa. Allora dobbiamo dire che rispettiamo la legge per paura? Anche dal punto di vista religioso si può ragionare così: io rispetto i comandamenti sennò vado all’inferno. Che tristezza però! Questo significherebbe che la legge non mi appartiene, ma mi è imposta dall’esterno, per mezzo dello spauracchio della condanna. Invece il Maestro ci dice che la motivazione al rispetto della legge deve venire da dentro. La legge va rispettata per amore. Io mi comporto bene prima di tutto perché amo Dio, cioè coi fatti mi dimostro riconoscente verso Colui che mi ha dato la vita e ogni giorno mi regala il lago, i boschi, il sole, i miei amici e le persone care. E poi mi sforzo di amare tutti gli uomini perché sono miei fratelli, respirano la mia stessa aria, camminano sul mio stesso pianeta e soffrono delle stesse cose di cui soffro io. È soprattutto questo che ci fa sentire fratelli, la fatica quotidiana. Lo sai che la persona che è vicino a te vorrebbe essere amata proprio come te? Che desidera la felicità proprio come te? Che come te soffre perché il mondo sembra ingiusto e perché la vita è a volte tanto faticosa? Insomma siamo colleghi di sventura! Se poi penso che Gesù è morto per salvare me, io cosa ho fatto per meritarlo? Proprio niente, eppure l’ha fatto; e non è così anche per gli altri? Perciò noi dobbiamo amare il prossimo, cioè il vicino, perché è così importante che Gesù ha dato la sua vita per lui. Non bisogna poi tralasciare la motivazione che ci suggerisce Mosè, il quale ci raccomanda: ascolta, o Israele, e bada di mettere in pratica [i comandamenti]; perché tu sia felice. La legge è fonte di felicità. Per capirlo basta pensare come sarebbe bello il mondo se tutti si amassero e facessero di tutto per far star bene gli altri. Forse non possiamo cambiare il mondo, ma noi possiamo cambiare. Perciò cominciamo da noi stessi e cerchiamo di contagiare gli altri nel bene!

Desiderio di un incontro (dMP)

Il cieco ci rappresenta. Anche noi sentiamo la presenza di Gesù, ma non possiamo vederlo. Se lo chiamiamo gli permettiamo di avvicinarci.

Il verbo vedere non si riferisce solo all’uso degli occhi, ma significa anche saper cogliere e comprendere la realtà in senso più ampio. La vista ci permette di orientarci costruendo la mappa dello spazio in cui ci muoviamo. Questo spazio è anche interiore. In quest’ultima dimensione siamo per lo più tutti ciechi. Bartimeo rappresenta la nostra incapacità di vedere interiormente. Come il cieco noi ci rendiamo conto della presenza di Dio, lo sentiamo, ma non riusciamo a vederlo con chiarezza. Bartimeo però non si dà per vinto, è deciso a incontrare Gesù che gli passa vicino e si mette a gridare ripetutamente il suo desiderio: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! Questo è l’atteggiamento della preghiera. Dice Sant’Agostino: Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Come ci ha insegnato il Maestro stesso, non sono necessarie molte parole nella preghiera dato che il Signore conosce benissimo le nostre necessità. Quello che vuole da noi è un cuore ardente, un sincero desiderio di comunione con Lui. Come dice l’Apocalisse (3,20): Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il Signore rispetta sempre la nostra libertà e non si impone, sta a noi accogliere il suo invito. La preghiera ripetuta esprime un atteggiamento. Dispone il cuore all’accoglienza, permettendo così a Dio di raggiungerci. Molti però rimproverano il cieco perché smetta di gridare. Molti insinuano che pregare non serve perché tanto non si viene mai esauditi. Il fatto è che il Signore non è un distributore automatico di grazie, Lui vuole il nostro bene e ci dà quello che veramente ci serve. Al primo posto c’è la salute dell’anima e quindi se chiediamo la fede, la forza di fare il bene e di amare ci verrà data. Bartimeo è un uomo nel buio e chiede la luce, come noi sente la presenza di Gesù, ma non riesce a vederlo e allora lo invoca con tutte le sue forze. Coraggio! Alzati, ti chiama! La vera guarigione del cieco è che vede la Luce, cioè il Maestro. La salute del corpo conta relativamente, infatti nessuno può sfuggire alla morte. Perfino Lazzaro, benché resuscitato, ha dovuto morire una seconda volta! Se l’anima non è sana invece, è un problema molto più serio. A quella che Francesco nel Cantico delle Creature chiama la morte secunda, non c’è rimedio. Anche noi dunque dobbiamo invocarlo con tutto il cuore perché si mostri a noi in modo che ci sia possibile, come Bartimeo, vederlo e poterlo seguire lungo la strada.

Essere i primi (dMP)

Il Maestro ci chiede di cercare il primato nel servizio e non nel potere

Gesù è venuto a instaurare il regno. Il profeta Isaia (I lettura) aveva predetto molto chiaramente che il Messia sarebbe stato prostrato dai dolori perché si sarebbe addossato le colpe del popolo. Tuttavia questa predizione non era stata compresa, infatti gli ebrei si aspettavano che il regno annunciato da Gesù fosse il ritorno della monarchia di Israele, vale a dire l’autonomia da Roma e da qualunque altro potere straniero. Non si trattava solo di un fatto politico, ma anche religioso, perché non essere sotto il giogo degli stranieri significava poter vivere la religione senza contaminazioni. Anche i discepoli credevano e speravano che Gesù fosse l’uomo capace di realizzare questo sogno. Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di avere i posti più importanti accanto a lui dopo la sua vittoria, ma non è della gloria del paradiso a cui pensano, ma della gloria del sovrano che regna dopo aver sconfitto i suoi nemici. Il Maestro, come dice la lettera agli Ebrei (II lettura), sa prendere parte alle debolezze dei suoi discepoli e non li allontana da sé. Per far loro capire che condivideranno la stessa sorte, ma su un piano completamente diverso, li motiva domandando se possono essere partecipi del suo battesimo. Loro non sanno che Gesù parla della sua passione e si dicono pronti. Gli altri discepoli si sdegnano, non per la domanda che i due hanno fatto, ma perché l’hanno fatta prima di loro tentando di scavalcarli. Insomma non sono da meno. Gesù con molta pazienza spiega loro che cosa sia veramente regnare. Non si tratta di un dominio, ma di un servizio. Uno dei desideri più seducenti per l’uomo è il potere. Nel mondo la gente sgomita per ottenere i primi posti, ma agli occhi del Signore non conta il successo umano. Gesù è sconfitto per il mondo, la vittoria della resurrezione appare solo agli occhi della fede. Noi saremo giudicati sull’amore, la chiave della nostra realizzazione spirituale è l’amore che si esprime nel servizio agli altri. Il Maestro è il primo perché si dona senza riserve, non perché cerca il potere o il prestigio sociale. Gesù ci invita a metterci al servizio, ciascuno nella sua posizione. A me dice: se vuoi essere pastore devi essere servitore della tua comunità, e a ciascuno di voi chiede di servire la comunità per arricchirla e farla crescere dando il proprio contributo in modo proporzionato alle sue capacità e possibilità. Il primato che dobbiamo tutti cercare è quello dell’amore, per essere immagine di Gesù che ci ha amati per primo.

Insieme (dMP)

Realizzare una vocazione è l’impegno di una vita, non può essere un impegno temporaneo.

La legge di Mosè prevedeva la possibilità del ripudio della moglie. Si discuteva se potesse avvenire solo in caso di adulterio o anche per motivi diversi. I farisei che interrogano Gesù vogliono vedere se lui propenda per l’una o l’altra delle posizioni. Il Maestro invece proclama l’indissolubilità del legame tra l’uomo e la donna citando il brano che ci è stato proposto come prima lettura. Non si tratta di una imposizione contraria alla natura, ma nella vocazione degli sposi a essere, nella loro unione, l’immagine di Dio. Egli è una sola natura in tre persone, le quali sono legate da un amore così grande da costituire l’unità di un solo essere. L’Infinito amore che lega le persone divine non è chiuso in sé stesso, ma si diffonde nella creazione dell’universo. Infine Dio non abbandona il creato al suo destino disinteressandosene ma, anche se il peccato rompe l’armonia originaria, Egli cerca di riportare con tutti i mezzi l’uomo alla sua dignità perduta, fino ad offrire la vita del Figlio come atto estremo di redenzione. L’uomo è stato creato a immagine del Creatore, maschio e femmina li creò. Quindi non è l’uno o l’altra che somiglia a Dio, ma l’uomo e la donna insieme ne sono l’immagine. Non si tratta evidentemente di una somiglianza fisica, ma spirituale. I due amandosi formano una carne sola, cioè costituiscono un’unità come le tre persone divine. Il loro amore è fecondo, procrea, come l’amore trinitario crea. Insieme essi si prendono cura dei loro figli per educarli e farli crescere, così come Dio segue il cammino dell’uomo per portarlo alla salvezza. Gli sposi sono dunque chiamati a realizzare l’immagine stessa del Creatore. Una aspirazione così grande non può portare alla separazione, ma solo a crescere nell’unità. Proprio per l’importanza di questa vocazione e per sostenere i due in ogni momento della loro vita, la Chiesa ha istituito il sacramento del matrimonio, che è un dono di grazia, cioè di energia spirituale, da cui i coniugi devono imparare ad attingere. La radice dell’unione è dunque di natura spirituale e va oltre il semplice amore umano. Il brano si conclude con la benedizione dei bambini che Gesù addita come modello. Essere come loro significa accogliere il Maestro con entusiasmo e fiducia. Un bimbo è capace di un completo abbandono, non fa calcoli, si affida in tutto ai suoi genitori. È questa disponibilità che il Signore ci chiede. Il Padre è pronto ad andare incontro ai suoi figli perdonando ogni cosa. Spesso siamo noi a nasconderci ignorando il suo amore. Lasciamoci abbracciare con fiducia.

Gelosia (dMP)

Se lavoriamo per il Signore non dobbiamo essere gelosi di chi fa la stessa cosa: l’obiettivo è sempre l’apostolato. Lasciamo che il Signore si serva di noi mettendo da parte le nostre pretese di successo.

Il Maestro sposta sempre l’attenzione dei discepoli da quello che li distrae a ciò che è veramente importante. In questo caso sono gelosi, qualcuno fa miracoli nel nome di Gesù senza essere uno di loro. Chi non è contro di noi è per noi, risponde il Signore. A volte anche noi parroci siamo gelosi dei gruppi e movimenti che agiscono all’esterno della parrocchia perché portano via delle persone alle nostre chiese. È un atteggiamento miope dato che lo scopo che tutti ci prefiggiamo è di portare più gente possibile a Lui. Anzi è invece da ammirare l’infinita fantasia dello Spirito Santo che inventa sempre nuove occasioni per soddisfare i gusti di tutti. Ogni gesto compiuto in nome di Cristo e a favore di chi gli appar-tiene è degno della ricompensa, che sarà data a suo tempo a colui che la merita senza curarsi se è o non è cristiano o se fa parte della parrocchia piuttosto che di un’altra comunità. Invece di guardare a queste cose è meglio vegliare su sé stessi perché siamo sotto gli occhi di tutti e l’esempio che diamo è fondamentale. Quante volte, magari solo per provocarci, ci viene detto: come mai tu che sei cristiano ti comporti così? Per questo la responsabilità di chi ha un ruolo più importante e più in vista è maggiore. Se chi dà scandalo merita di essere gettato in mare con una macina al collo, vuol dire che Gesù considera la cosa di estrema gravità. Così come chi scandalizza deve essere allontanato, allo stesso modo quanto ci espone a potenziali pericoli va eliminato senza pietà. È difficile pensare a qualcosa di più estremo che privarsi di una mano, di un piede o di un occhio, ma essere dannati in eterno è molto peggio! Il Maestro dunque riporta l’attenzione dei suoi sull’essenziale: invece di guardare a quello che fanno gli altri, preoccupati di te stesso, liberati di tutti gli ostacoli e punta alla perfezione. Le mani sono il nostro contatto col mondo, possono costruire ma anche distruggere, dare come arraffare. I piedi sono l’equilibrio e anche la possibilità di camminare. Possiamo percorrere delle strade sicure o inoltrarci su sentieri pericolosi. Gli occhi sono la lucerna del corpo (Mt 6,22). Un occhio limpido vede solo ciò che è bello, non si fa attrarre dall’orrore. Lo sguardo è come un canale che convoglia nella memoria le immagini. Se sono brutte sporcano se sono belle ar-ricchiscono. L’occhio indirizza, il piede muove, la mano lavora. Tutto deve essere nella direzione del bene senza compromessi. Ogni strumento è neutro, ciò che lo rende utile o dannoso è lo scopo che si prefigge chi lo usa. Il Signore ci invita a fare pulizia, a essere sempre all’altezza della nostra vocazione di cristiani.

LA SETTIMANA 2019
Num. 938 del 24 feb 2019
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IL PONTE
Num. 4 - Dic 2018
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Notiziario 3/2018
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