Don Mauro Pozzi (dMP)

Nutrirci bene (dMP)

Gesù si fa pane per nutrire il nostro spirito e ci chiede di distribuire il Pane, perchè tutto il nostro mondo affamato spiritualmente, lo possa ricevere.

Un neonato non sa fare niente se non succhiare dal seno di sua madre, perché il nutrirsi è il bisogno assolutamente primario di ogni uomo, ma soddisfare quella necessità non è tutto. Non di solo pane vive l’uomo, significa che non siamo fatti solo di carne e anche lo spirito vuole il suo nutrimento. È un fatto che il nostro occidente super alimentato, spiritualmente è alla fame e i risultati sono sotto i nostri occhi. Il Maestro guarda questo mondo affamato e sfida i suoi discepoli, cioè noi: dategli voi stessi da mangiare. Ci dice due cose, da una parte che non possiamo farcela da soli e d’altronde che lui è pronto a moltiplicare i nostri poveri sforzi. La miseria di quei pochi pani e pesci diventa ricchezza inesauribile. È interessante anche notare che non è lui a distribuirli, ma ancora una volta sono i suoi a farlo. Gesù ci invita a riflettere sul nostro modo di nutrirci e a diventare suoi collaboratori e strumenti. Questo miracolo, come tutti gli altri narrati nel Vangelo, è un segno di una realtà più profonda. Gesù nutre tutta questa gente per mostrare che lui è il pane e il nutrimento di cui il mondo ha bisogno. Il cibo che noi mangiamo ogni giorno viene assimilato dall’organismo e diventa parte del corpo, carne, sangue e ossa. Il Maestro si lascia mangiare da noi per diventare parte di noi. Il suo sacrificio sulla croce, non è solo qualcosa che appartiene al passato, ma si rinnova ad ogni messa e ci accompagna per tutta la vita, proprio come la necessità di mangiare. Gesù ci insegna a chiedere ogni giorno il nostro pane, cioè a desiderare non solo il cibo, ma anche il sostegno dello spirito, cioè lui stesso. Mangiare del suo corpo è dunque una necessità fondamentale della vita cristiana. Questo va capito. È chiaro che non ci si deve accostare alla comunione con leggerezza, ma non è strettamente necessario essersi confessati un attimo prima, a meno che non si siano commessi peccati gravi. L’eucaristia non è un premio, ma un sostegno. Del cibo ne hanno bisogno gli affamati, non quelli che sono già sazi. Per cui noi dobbiamo fare la comunione con grande umiltà, riconoscendo tutti i nostri limiti, ma capendo che proprio per questa nostra debolezza abbiamo bisogno di nutrimento. Gesù ha dato la sua vita per noi, ha versato il suo sangue, ci invita alla sua tavola, vuole essere parte di noi: come possiamo respingere o sottovalutare questa grandissima opportunità? Sentiamo anche la responsabilità di essere testimoni della ricchezza del dono che Gesù ci fa, per collaborare, come i discepoli che distribuiscono i pani, alla sua diffusione.

Trinità (dMP)

Il mistero della Trinità ci fa capire che Dio non è rappresentabile.

La manifestazione di Dio è stata graduale nella storia. Il Dio di Abramo si è mostrato nel suo Figlio, il quale ha inviato lo Spirito Santo, rivelando così la sua natura trinitaria. Il fatto che Dio sia allo stesso tempo uno e trino, cioè singolare e plurale contemporaneamente, è qualcosa che sfugge alla nostra comprensione, ma rivela la sua immensità: Egli non ha limiti, non ha numero, è infinito. Ciascuna delle persone della Trinità esprime tutta la divinità manifestandone un aspetto particolare. Il Padre è il Creatore, il Figlio il Salvatore, lo Spirito Santo l’Amore. Le tre persone sono unite al punto di essere una sola natura e questo legame è espresso dallo Spirito. La creazione in generale e l’uomo in particolare, sono la prova che l’amore che anima l’Infinito non è ripiegato su se stesso, ma si diffonde generando la vita. È il modello al quale anche il nostro modo di amare si deve ispirare. Un amore vero è sempre fecondo, non si compiace di se, ma si dona. In questo l’uomo manifesta il suo essere immagine di Dio. Non si tratta solo di una fecondità in termini fisici, perché l’incontro con un amore vero rinnova, dà nuova vita. Per questo ci sono uomini e donne che pur non essendo mai stati genitori sono chiamati padri e madri. A più di quarant’anni dalla sua morte, per esempio, troviamo chi si professa figlio spirituale di Padre Pio. L’averlo incontrato ha significato per queste persone un cambiamento simile a una nuova nascita. E quante migliaia di persone sono rinate incontrando Madre Teresa di Calcutta, perché hanno avuto dignità e sostegno nella loro povertà, malattia e morte. Quante ragazze hanno trovato il senso della maternità da quella piccola donna, diventando a loro volta mamme di tanti poveri. Ciascuno di noi, vivendo la sua specifica vocazione, deve essere fecondo nell’amare, manifestando il modello dell’amore divino. Dio ci ha creati per amore e per questo ci ha donato la libertà, ma anche se l’uomo ha fatto un cattivo uso di quel dono, è pronto ad accogliere il nostro ritorno. Come il Padre misericordioso della parabola, ci viene incontro pieno di gioia, per rivestirci e ridarci la dignità di figli. Gesù è inchiodato sulla croce con le braccia aperte che rivelano la volontà del Padre di abbracciare ogni uomo. Lo Spirito non smette di agire nei cuori, per unirci sempre più intimamente con Dio. Questa è la Trinità, non un concetto teologico astratto, ma la rivelazione di una infinita e tenerissima misericordia, di un Dio che ama ognuno di noi più di quanto possiamo immaginare e sperare.

Fare spazio (dMP)

Lo Spirito non fa violenza, ma entra nel cuore se glielo permettiamo.

Davanti alla la Pietà di Michelangelo quello che cattura l’attenzione non è la materia con cui è fatta, ma la forma. Non ci si sofferma sulla qualità del marmo, ma sulla bellezza e plasticità delle figure rappresentate. Allo stesso modo guardando la Gioconda di Leonardo non ci si cura della cornice, né ci si chiede come sia tessuta la tela. Ciò che lascia senza fiato è l’arte che anima la materia e trae dal sasso o dall’impasto dei colori, immagini ed emozioni. Tutto l’universo è fatto di atomi, gli stessi che compongono i nostri corpi, e anche se questi mattoni fondamentali sono molto pochi, gli elementi infatti sono poco più di cento, le forme sono infinite. C’è un Artista che li ha combinati insieme in un modo assolutamente fantastico. Gesù diceva: è lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla (Gv 6, 63). Se non ci fosse l’Artista saremmo solo sassi informi o tele bianche, grazie a Lui abbiamo la vita, la nostra forma. Lo Spirito Santo, di cui la Sapienza divina è espressione, entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti (Sap 7, 27). Non solo modella e genera l’universo, ma avvicina a sé le anime degli uomini. È quello che è successo agli Apostoli. Mentre erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo, così raccontano gli Atti, venne dal cielo un rombo come di vento gagliardo e delle lingue di fuoco si posarono sulle loro teste. È lo Spirito Santo che trasforma quel gruppo timoroso di discepoli in Apostoli, cioè inviati, dando loro il dono di predicare il Vangelo coraggiosamente e in modo da essere compresi da tutti. Leggendo questo racconto viene in mente un episodio biblico simile ma con esiti opposti: la torre di Babele. In quella circostanza gli uomini parlavano una lingua sola, ma volevano edificare una torre alta fino al cielo per farsi un nome e diventare famosi. Lo sforzo di raggiungere il cielo è simbolo del peccato originale, cioè della pretesa dell’uomo di soppiantare Dio. Il peccato li divide: non si capiscono più. A Gerusalemme al contrario c’è qualcosa che unisce, anche nella comprensione: l’amore trasmesso dallo Spirito. È significativo che Gesù lo chiami il Consolatore. Riempie di tenerezza pensare a questa sollecitudine del Maestro che vuole che sia con noi per sempre. Vuole una nuova intimità con noi, promette di prendere dimora presso chi lo accoglie. Lo Spirito Santo è la presenza di Dio nella nostra vita. Non è qualcosa di automatico, lo Spirito non fa violenza a nessuno, ma entra in chi lo accoglie e gli lascia spazio. Può davvero insegnarci ogni cosa, ma a condizione che noi desideriamo imparare. Se siamo troppo sicuri di noi stessi e dei nostri progetti, non gli permettiamo di entrare. Accogliamolo con umiltà e fiducia.

Pontefici (dMP)

Il Maestro collega la terra al cielo e ci dà il mandato di essere pontefici come Lui.

L’Ascensione di Cristo comincia dalla croce: quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me (Gv 12, 32). Nella passione si realizza l’offerta che Gesù fa di sé stesso al Padre, la Resurrezione segna la vittoria sul peccato che causò la morte e la conseguente Ascensione riapre la strada al cielo, cioè a quella familiarità con Dio che i progenitori avevano perduto col peccato originale. Dice la lettera agli Ebrei (4, 9): Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Nell’incarnazione il Signore si fa uomo, entra nella storia e tornando al cielo porta con sé la sua umanità. L’uomo che non era più ammesso alla presenza di Dio, fa ritorno alla sua dignità. Così si compie il disegno della salvezza. Gli apostoli che guardano Gesù che sale avvolto in una nube, rimangono a bocca aperta a fissare il cielo e due angeli li riportano alla realtà: il Signore tornerà e ora tocca a voi. La via è aperta e il loro compito, da allora in poi, sarà quello di aiutare le persone a trovarla. Per questo il Maestro promette lo Spirito Santo, che è l’anima della Chiesa la cui missione è di annunciare a tutto il mondo la conversione e il perdono dei peccati. La nostra vita terrena acquista una grande importanza, perché non è solo un lento decadere verso la morte, ma la preparazione di un’esistenza piena, liberata dalla sofferenza figlia del peccato. Come i discepoli, anche noi siamo chiamati ad essere testimoni di questa novità. Il Cristo apre la via e noi, come legati in una grande cordata, siamo aiutati da chi ci ha preceduto e diventiamo sostegno ed esempio per chi ci segue. Gesù ha detto a Pietro: seguimi ti farò pescatore di uomini, per indicargli che la sua missione sarebbe stata quella di portare, con le sue reti, più anime possibile in cielo. Questo è il compito della Chiesa, ricordare all’uomo qual è il suo destino, spronandolo ad ispirarsi sempre a grandi ideali, perché la nostra patria è il cielo dove Gesù, Maestro e Capo, ci ha preceduti. Molti vorrebbero che la Chiesa si limitasse a garantire il culto senza far sentire la sua voce altrove, ma non esistono due piani separati, da una parte la religione e dall’altra la vita quotidiana. Gesù si è fatto uomo, ha incarnato la divinità, la sua passione, morte e resurrezione, danno un senso nuovo all’esistenza. Il nostro destino va oltre questa vita. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? (Mt 16, 26). Essere credenti vuol dire ispirare la vita intera all’ideale dell’amore, senza accontentarsi di niente di meno. La luce di Cristo, che nel rito del Battesimo rappresentiamo con una candela, non può essere nascosta, ma deve poter illuminare ogni uomo.

Mai Paura (dMP)

La fiducia nella Provvidenza, che ci ispira lo Spirito Santo, ci libera dalla paura.

La paura è un’arma a doppio taglio. Da una parte ci trattiene dal mettere a repentaglio la nostra incolumità, ma può essere così forte da bloccare ogni iniziativa. Basta pensare a quanta energia assorbono le preoccupazioni, che appunto ci occupano in anticipo. Gesù ci ha insegnato che a ogni giorno basta la sua pena. Per essere così tranquilli ci vuole però una buona dose di fiducia e il Maestro stesso ci mostra la fonte di questo affidamento: Lui e il Padre prendono dimora nel cuore di chi li ama. Dio stesso cammina con noi, che cosa può turbarci? Sembra molto semplice, ma in realtà sappiamo che non è così. La nostra sfiducia dipende dal fatto che vorremmo sempre avere le cose sotto il nostro controllo e appena qualcosa non va come vorremmo, ci agitiamo. Abbiamo la cattiva abitudine di giudicare Dio. Quante volte ho sentito domandare: dov’era Dio mentre succedeva quella brutta cosa? Intanto c’è da dire che spesso noi escludiamo il Signore dalla nostra vita, ma vorremmo che lui fosse sempre disponibile a entrare in scena per fare quello che vogliamo noi. Poi c’è da considerare che il nostro punto di vista è davvero limitato. Tagliare il ramo di una pianta può sembrare una crudeltà, ma diventa un bene se migliora la quantità e la qualità dei frutti. Il Signore vede le cose nel suo orizzonte infinito e sa trarre il bene dal male, noi che vediamo solo davanti al naso come pretendiamo di giudicare? Gesù sta parlando ai suoi discepoli alla vigilia della sua passione e li sta preparando. È come se dicesse: il male a cui assisterete, cioè la crocifissione, in realtà è in prospettiva ciò che vi salverà, cioè un bene inestimabile. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate paura. La stessa cosa la dice a ciascuno di noi: non ti preoccupare io vado al Padre e continuo a prendermi cura di te; abbi fiducia! Già il fatto che Gesù sia così esplicito dovrebbe bastare, ma in realtà abbiamo bisogno di maggior forza. Ecco perché ci manda lo Spirito Santo. Gli stessi discepoli sono rimasti chiusi nel cenacolo pieni di paura fino alla Pentecoste. È lo Spirito che li ha cambiati. Anche noi possiamo cambiare: chiediamo al Signore, con tutto il cuore, il dono del suo Spirito. Solo il Consolatore può permetterci questa unione con Dio che cancella la paura.

Amare come Lui (dMP)

Amare come Lui ama è il modo che ci definisce cristiani, cioè suoi discepoli.

Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. È davvero una novità rivoluzionaria e rimane tale anche dopo due millenni di cristianesimo. Letto nel contesto del vangelo questo comando non dice di amare solo gli amici o i corre-ligionari, ma tutti, nemici compresi. Sappiamo che Gesù rivela il volto dell’Altissimo e che si propone come un modello per noi: Dio dunque si manifesta non come un giudice vendicatore, ma come un Padre che ama e perdona. Come siamo lontani dall’Antico Testamento, dove c’è guerra e vendetta, castigo e violenza. Ciò non significa che prima Dio si era sbagliato, ma che c’è una gradualità nella rivelazione e nella crescita dell’uomo. Non dimentichiamo che nell’A.T. siamo ai confini della preistoria e agli albori della civiltà. Ora il Padre ci chiede un salto di qualità per conquistare, non più una terra, ma il Regno. Non si tratta di vincere un nemico straniero, ma il serpente antico, che ci vuole divisi nel peccato, mentre il Signore ci chiede di essere uniti nell’amore. È una svolta che l’uomo da solo non poteva nemmeno immaginare. Per questo si può parlare certamente di Rivelazione. Oggi c’è chi uccide in nome di Dio, chi vuole buttare in mare gli immigrati, alzare muri. Siamo ad anni luce di distanza dal vangelo, ma questo non ci autorizza a disprezzare o a condannare, perché noi non abbiamo nessun merito, è Cristo che è venuto da noi e non viceversa! Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Sono parole sue. È però un comandamento difficile da attuare. Infatti amare chi è simpatico, bello e la pensa come noi è uno scherzo, ma amare l’avversario, chi ci fa del male, chi ha idee opposte alle nostre è un’impresa apparentemente inattuabile. Come fare? Pensiamo all’annunciazione, Maria chiede all’angelo: come è possibile? Risposta: nulla è impossibile a Dio! Ecco la chiave. Non siamo noi a dover essere santi, ma lasciare che lui ci faccia santi. Non siamo noi a dover amare con le nostre poche forze, ma lasciare che sia lui ad amare servendosi di noi. Questo significa mettere le fondamenta sulla roccia. Finché pensiamo di salvarci da soli sforzandoci di fare i bravi, facciamo solo disastri, ma quando finalmente ci arrendiamo e chiediamo il suo aiuto, tutto cambia. Allora possiamo amare. La via è l’amore per il Signore, coltivato nella preghiera personale e nei sacramenti, che ci porta a incontrarlo nei fratelli, qualunque sia il loro colore, nazionalità, idea o reli-gione. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli. Vuol dire che solo se amiamo così, possiamo essere suoi discepoli. Chiediamogli la forza di farlo.

Ascolto (dMP)

Ascoltare la Sua voce significa cercare il silenzio interiore.

Gesù ci conosce. Altrove nel Vangelo è detto che anche i capelli del nostro capo sono contati. Purtroppo non è sempre vero che noi conosciamo o riconosciamo Lui. La condizione di questa conoscenza da parte nostra è l’ascolto della sua voce. Noi chiamiamo comunemente la Sacra Scrittura Parola di Dio, ma qui si parla di voce, che non sembra essere qualcosa di scritto o definito, ma di una parola viva e attuale, che riguarda il nostro presente. Quindi Dio parla al nostro cuore anche oggi e dobbiamo imparare ad ascoltarlo. Evidentemente non si tratta di usare le orecchie, non dobbiamo credere che il Signore sia una voce comune. Tuttavia è necessario tacere per udirla. Ci sono molti suoni che possono soffocarla. Il primo comandamento recita: non avrai altro Dio all’infuori di me. Quante cose mettiamo prima di Dio? Il lavoro, il denaro, il tempo libero… ognuno può rispondere secondo coscienza. La nostra vita è fatta di tempo e ciò a cui diamo il tempo fa parte della nostra vita. Quanto tempo, e quale tempo. diamo a Dio? Infatti esiste anche una qualità del tempo. Le cose che facciamo nei ritagli, solo se non c’è altro da fare, sono cose di poco conto. Spesso è questo il tempo che diamo al Signore. La preghiera è confinata alla sera, dopo tutto, raramente al mattino, quasi mai durante la giornata. La messa della domenica è certo un tempo di qualità, ma anche questo è a volte sacrificato a favore di altre cose ritenute più importanti. Per ascoltare è necessario il silenzio. La realtà che ci circonda è chiassosa, piena di distrazioni: televisione, musica, spettacoli vari. I nostri sensi sono molto sollecitati e siamo bombardati dalla pubblicità che ci presenta una quantità di oggetti apparentemente meravigliosi e desiderabili. Sembra che la felicità sia nel possedere tante cose. Tutto ciò ci allontana da noi stessi, dal cuore, che è il luogo dove Lui ci parla. Gesù consiglia di non sprecare parole nella preghiera. Se incontrando qualcuno parliamo sempre noi, come possiamo dire di aver ascoltato. A volte pregando facciamo proprio così, spieghiamo a Dio cosa deve fare e cosa vogliamo, in un lungo monologo. È dunque molto importante eliminare le distrazioni e imparare a pregare nel silenzio interiore. I padri dicono che basta dire poche parole, basta anche semplicemente mettersi in adorazione ripetendo Padre o Ave Maria. Se ci mettiamo nel giusto atteggiamento impareremo ad ascoltare la voce del Maestro. Egli ci parlerà suscitando dei sentimenti, ci darà delle belle intuizioni, si manifesterà tramite incontri o circostanze provvidenziali… sta a noi dargliene la possibilità.

Rilancio (dMP)

Gesù risorto conferma i suoi e li proietta verso il futuro.

I discepoli sono di nuovo al nord, in Galilea. Gesù aveva detto alle donne che là l’avrebbero visto. Sono in un momento di sospensione, non sanno ancora quale sarà il loro futuro, anche se l’aver già incontrato il Risorto ha ridato loro fiducia. Pietro decide di dedicarsi al suo vecchio mestiere e va a pescare seguito dai suoi compagni. A volte, quando l’avvenire è incerto, il passato esercita un grande fascino, perché il passato è una terra sicura, che non può fare più danno di quello che ha già fatto. Si tratta però di un’illusione e la prova è che non prendono niente. Gesù li aveva chiamati proprio in un giorno come quello, dopo una notte in cui non avevano pescato nulla, dandogli, come nell’episodio che abbiamo letto oggi, lo stesso segno della pesca miracolosa, e aveva concluso, rivolto a Pietro: sarai pescatore di uomini. Il Maestro ribadisce il suo mandato. Giovanni riconosce subito che quel misterioso personaggio è Gesù e Pietro si butta immediatamente in acqua per raggiungerlo. Il fatto che il Risorto offra loro da mangiare è immagine del sostegno che lui è per i suoi discepoli, ma è anche un modo per dimostrare loro che la sua presenza non è un’illusione, ma una realtà. Pietro trae a riva la rete piena di 153 grossi pesci. È un numero preciso. Se l’evangelista avesse voluto dare una misura che esprimesse questa grande quantità in termini generali avrebbe scelto una cifra tonda e invece dice 153. Questo numero è particolare perché è la somma dei primi 17 numeri interi, ossia si ottiene sommando 1, 2, 3 eccetera fino a 17. Il 17 è poi la somma di 10 e 7 che sono cifre che esprimono la pienezza. In definitiva sembra che Gesù voglia dire a Pietro e ai discepoli che il loro mandato di pescatori di uomini è, non solo confermato, ma riguarda tutto il mondo. Il loro compito sarà emulare il Maestro, senza voltarsi indietro. A Pietro in particolare il Signore rivolge la stessa domanda: mi vuoi bene? Solo pochi giorni prima l’apostolo aveva rinnegato Gesù per tre volte e qui, ancora per tre volte, è invitato fare esattamente l’opposto, affermando la sua adesione alla vocazione che il Maestro gli affida. Lo sprona a seguirlo, senza nascondergli che lo dovrà accompagnare anche nel martirio. Questa richiesta di Gesù è rivolta a tutti i discepoli e anche a noi. Seguimi, significa, metti nelle mie mani le tue povere risorse e io trasformerò il tuo fallimento in un grande successo. Non si tratta di una facile conquista, richiede impegno e fiducia, ma è il miglior modo possibile per realizzare la propria vita.

 

Liberazione (dMP)

Dal punto più basso in cui può cadere un uomo, Cristo risorge e riconduce al Padre tutto l’universo.

Il centro della nostra fede è la resurrezione di Cristo. È un fatto assolutamente unico e per molti difficile da credere. Quando Paolo si rivolge agli ateniesi all’Areopago e nomina la resurrezione di Gesù, molti di quelli che fino ad allora erano stati a sentirlo se ne vanno deridendolo. Atene, la ca-pitale della cultura del tempo, la patria della filosofia, non può tollerare un cosa tanto fuori dagli schemi. Anche oggi chi crede che la verità sia solo ciò che la scienza può pro-vare, non può accettare la resurrezione. Non si tratta però solo di credere o meno che la cosa sia successa, ma di ca-pire che questo evento cambia radicalmente, e dall’interno, la storia di ogni uomo. Ci sono cose che non capiamo e non capiremo mai: siamo troppo piccoli se ci paragoniamo all’immensità dell’universo in cui viviamo. La religione, ba-sandosi sulla Rivelazione, ci aiuta a orientarci in questo orizzonte infinito. Ci dice che Dio aveva creato l’uomo perché stesse con Lui condividendo la sua opera, ma che l’uomo ha voluto far da solo e ha interrotto la relazione filiale rifiutando la paternità divina. Gesù è il Figlio che noi dovremmo es-sere. Ci mostra la strada. La sua croce rappresenta la fe-deltà alla vocazione. Quante volte noi non ci fidiamo di Dio, lo critichiamo, lo accusiamo di non essere buono o giusto, perché le cose non vanno come pensiamo che debbano an-dare. Invece Gesù ha sempre fiducia nel Padre, offre la sua vita, si mette in gioco fino alla fine. Nella sua passione Cristo diventa la rappresentazione del nostro rifiuto di Dio. Lui che ha sempre fatto solo del bene è condannato ingiustamente e ucciso nel modo più atroce che si possa immaginare. Lui che è Dio sprofonda in un abisso di dolore e di ingiustizia: un annientamento totale, ma da quella desolazione si rivolge al Padre. Gesù dalla croce invoca suo Padre, è una corrente di amore che collega il punto più basso dell’universo con il punto più alto. Chi può sentirsi escluso da questi estremi infiniti? Chi può dire di soffrire più di Gesù o di avere una sorte più ingiusta? E Gesù risorge da questa bassezza ri-conducendo tutto nel cuore del Padre. L’universo intero ri-sorge con lui. Questo ci dice che non c’è nulla di perduto, che l’amore di Dio può ridare la vita in qualunque momento e ci invita a metterci nelle sue mani senza paura, sapendo che, dopo la nostra personale esperienza di croce e la morte, risorgeremo con Lui. Quindi la resurrezione del Maestro non è solo un momento preciso della storia, ma una svolta epo-cale, che da allora in poi riapre la via al cielo.

Passione (dMP)

Gesù si fa immagine del peccato e fa morire quel peccato sulla croce

L’immediato preludio della passione di Gesù, della sua terribile morte, è segnato da un trionfo. Il Nazareno entra in Gerusalemme, tra due ali di folla che lo acclama re e lui non si oppone, nonostante le critiche dei farisei, perché sa di essere effettivamente il re. La gente si aspettava una rivolta contro i romani e la restaurazione della monarchia davidica, ma non è questo il progetto del Padre, il Regno è una realtà interiore. Gesù fa una scelta non violenta, rinuncia alla forza umana per far posto alla potenza divina che si manifesterà nella resurrezione. Bisogna morire al mondo per entrare nel Regno. Il Maestro non ha paura e ci dà l’esempio. La sua passione è straziante, viene umiliato, oltraggiato, coronato di spine, flagellato, cioè ferito scientificamente in ogni parte del corpo, trascinato sotto il peso del suo stesso patibolo e infine lasciato soffocare inchiodato a un legno. Pensate al dolore di sua Madre, della Maddalena e di chi lo amava, nel vederlo morire così, goccia a goccia, sotto i loro occhi. Uno strazio infinito. Avrebbero voluto sollevarlo in qualche modo, ma non si poteva. Gesù ha voluto sopportare questo enorme peso da solo, a immagine del peso del nostro peccato che Lui porta sulla croce per farlo morire con sé. C’è un episodio narrato nel libro dei Numeri (cap. 21), che aiuta a capire. Gli ebrei si lamentavano del viaggio nel deserto e del cibo leggero, la manna, e furono assaliti da dei serpenti velenosi che li mordevano uccidendoli. Per fermare il castigo Dio dice a Mosè di fabbricare un serpente di bronzo e metterlo su un palo, chiunque fosse stato morso e avesse guardato il serpente sul palo si sarebbe salvato. Questi serpenti sono il simbolo del peccato che distrugge e uccide, ma sul palo della salvezza non c’è un fiore o un sole o il simbolo della salute, ma ancora un serpente. Gesù è come quel serpente, si fa peccato, assume le sembianze di quel peccato, perché noi possiamo volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto ed essere salvati. La sua passione e morte diventano un dono per tutti, un’offerta al Padre per la salvezza di ogni uomo. Quando il Maestro dice: rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguimi, ci invita a partecipare alla sua passione. Ciò non significa che ci dobbiamo far crocifiggere o che dobbiamo cercare delle sofferenze speciali, ma che possiamo trasformare ogni piccolo o grande dolore della nostra vita in un’offerta al Padre come ha fatto Lui. Questo ci permette di vivere ogni sofferenza, dalla piccola contrarietà al dolore fisico, come un gesto di amore per Dio e per il prossimo.

Da ora in poi (dMP)

Al Signore interessa la nostra vita da ora in poi, se gli andiamo incontro il passato è cancellato.

Il confronto con un avversario è sempre difficile. Mettersi in discussione è molto faticoso, per questo spesso è più facile cercare di prendere in castagna chi non la pensa come noi, piuttosto che sforzarsi di ascoltarlo. I nostri politici lo fanno benissimo e così facevano i farisei che non cercavano di capire fino in fondo il messaggio di Gesù, ma piuttosto gli tendevano continuamente dei tranelli per metterlo in difficoltà e avere un pretesto per liberarsi di lui. Per questo gli portano una donna adultera, colta in flagrante, per di più. Dato che la legge di Mosè non dava adito a interpretazioni, ma prevedeva la lapidazione, pensavano di mettere il Maestro alle corde, dando per scontato che lui non l’avrebbe condannata. Gesù si mette a scrivere nella polvere. È un gesto misterioso. Chissà, forse voleva dire che le sentenze degli uomini sono tutt’altro che certe e imparziali. In effetti quegli uomini non vogliono veramente amministrare la giustizia, ma servirsi della circostanza per incastrare Gesù, non sono sinceri, hanno un secondo fine. Il Maestro li smaschera ma non li respinge, né li giudica, anche a loro è offerta l’occasione di guardarsi dentro. Li riporta al cuore del problema, che non è condannare o assolvere, ma prendersi cura di un’anima in difficoltà. Sembra dire loro: saresti severo con te stesso come lo sei con questa donna? Anche noi siamo sempre pronti a puntare il dito sul prossimo, ma l’autocritica è un’altra cosa. La donna resta sola. Proviamo a immaginare il suo stato d’animo, la vergogna che provava a essere messa alla berlina e il terrore davanti a chi stava per ucciderla senza nemmeno un processo. La sua vita era finita, praticamente era come morta. L’incontro con Gesù è una rivoluzione, anzi una resurrezione! Il Maestro non la condanna. Lui non vuole condannarci, non è un giustiziere che viene a ripulire il mondo dalla feccia. Il suo intento è di ridarci una vita vera, risvegliarci dal torpore del peccato. Va’ e d’ora in poi non peccare più. Gesù regala a quella donna il futuro che aveva perduto, le offre finalmente di vivere, perché la vita senza amore, senza rispetto, senza ciò che è il vero spirito della legge, è solo sopravvivenza. L’atteggiamento del Maestro, sia verso i farisei che verso la donna, ci fa capire che il suo scopo non è giudicare o condannare, ma risvegliare le coscienze. Anche oggi Egli si fa presente a noi, nella Parola e nei Sacramenti e ci interpella. Incontrare Gesù è la svolta della vita di un cristiano, è un taglio netto con il passato, è l’inizio di un nuovo percorso, perché nessuno che lo abbia veramente conosciuto rimane lo stesso. Noi abbiamo incontrato davvero Gesù?

Padre misericordioso (dMP)

Quale figlio vogliamo essere, quello del Dio giudice e veterotestamentario, o quello del Dio misericordioso che ci rivela Gesù?

Gesù si intrattiene coi peccatori, mangia addirittura con loro, è uno scandalo per i benpensanti. Questo atteggiamento ha però una precisa motivazione: il Figlio rivela il volto del Padre. Che immagine abbiamo di Dio? Se abbiamo paura dell’inferno pensando che la salvezza dipenda solo dall’osservanza dei comandamenti, allora per noi Dio è un giudice severo, pronto a condannarci. Gesù invece sovverte questa prospettiva e ci mostra che Dio è un Padre misericordioso. Il figlio prodigo, che ha fretta di spendere il suo patrimonio, è Adamo, che vuole fare da solo e rifiuta l’autorità del Padre. Il fatto che chieda l’eredità dimostra che per lui suo padre è come morto. Si butta nella vita e compra il piacere credendo di avere la felicità. È la tentazione che affrontiamo ogni giorno, il mondo ci promette gratificazione e appagamento attraverso i soldi e tutto quello che possono comprare. Ogni piacere però, porta all’assuefazione e lentamente diventa una schiavitù, infatti il giovane si ritrova a pascolare i maiali che per gli ebrei sono gli animali immondi per eccellenza: non si può cadere più in basso. Spesso le sofferenze fanno riflettere sul senso della vita e anche il giovane rientra in sé stesso. È il momento della presa di coscienza. Ognuno di noi deve capire il suo ruolo, noi non siamo divinità autosufficienti, ma creature. È il tempo del ritorno. È qui che entra in scena il Padre che potremmo aspettarci sia offeso e restio a riaccogliere il figlio che lo ha rinnegato e gli ha sperperato mezzo patrimonio. Invece vede il ragazzo da lontano e gli va incontro. È come se lo avesse sempre aspettato e non vede l’ora di riabbracciarlo. Il figlio grande rappresenta la fedeltà arida di chi ubbidisce senza amore, per dovere. Egli si indigna per la festa in onore di suo fratello minore, perché pensa alla giustizia come retribuzione: io ho fatto tanto e quindi merito tanto, non come quel de-bosciato che oltre a non fare ha anche sperperato. Il Padre però vuole il cuore dei suoi figli ed è pronto addirittura a pregare il maggiore. Mentre il minore credeva di seppellire suo padre esigendone l’eredità, in realtà era lui stesso ad essere morto e ora è tornato in vita. Ecco perché si fa festa, non si tratta semplicemente di un ritorno fisico, ma di un’autentica conversione del cuore. Anche noi dobbiamo tornare come il figlio prodigo, ma se ci sembrasse di non essere mai andati via, potremmo essere come il figlio maggiore, cioè degli arroganti che credono di accampare dei meriti, come se la salvezza dipendesse solo da noi. In realtà noi siamo salvati non per i nostri meriti, ma perché il Padre ci ama. Siamo coscienti e grati di questo miracolo?

Pazienza e Urgenza (dMP)

La pazienza del Signore è infinita, ma la nostra vita no… il momento per iniziare a portare frutto è adesso.

Il Signore ha tanta pazienza con noi. Vuole darci tutte le possibilità di fruttificare, anche se noi siamo cocciuti e presuntuosi. Il racconto della vocazione di Mosè ce lo prova. Mosè avvicinandosi al roveto si trova al cospetto di Dio che gli parla e che gli affida la missione di liberare il suo popolo. Ci si potrebbe aspettare un immediato consenso da parte sua, invece fa un mucchio di obiezioni. Se mi chiedono il tuo nome cosa devo dire? Chiede un segno e il Signore gli fa trasformare il bastone in serpente, ma non basta ancora, perché Mosè non vuole accettare, gli dice che è impacciato a parlare e allora Dio lo rassicura dicendo che sarà con lui suo fratello Aronne che gli farà da portavoce. In pratica è Dio che prega Mosè e non viceversa! Se con gli uomini non usasse questa bontà, poveri noi. Gesù ci invita però a non abusare della pazienza del Padre. Si rifà alla cronaca nera del suo tempo e cita due episodi in cui alcuni sono morti, per mano dei romani e per il crollo di una torre. È rassicurante pensare che siano morti perché lo meritavano, ma Gesù ci mette in guardia: in realtà tutti dobbiamo convertirci e non pensare che tocchi sempre agli altri, come se noi fossimo già buoni. I terremoti e le sciagure recenti sono fatti analoghi. Mentre noi crediamo di possedere il mondo e di poterci salvare solo con la scienza e la tecnica, la natura ci riporta alla realtà. Siamo fragili e mortali. Il nostro occidente invece di costruire giustizia fabbrica armi; invece di soccorrere i poveri cerca solo il profitto anche a spese di chi è più debole. Come può sopravvivere a lungo un sistema così iniquo? Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo. Non è la minaccia di un castigo di Dio, ma un avvertimento: se non cambiamo rotta, la nostra avidità ridurrà questo pianeta un deserto. Dalla parabola del fico, sembra addirittura che Dio sia stanco di aspettare che noi, cioè l’albero, facciamo frutto. Vorrebbe che fosse tagliato subito. Il Maestro è il giardiniere, che fa un estremo tentativo: diamogli ancora una possibilità. Grazie a Lui c’è ancora una parte di umanità che prega e che si sforza di vivere la legge dell’amore e così facendo ci salva dall’ira di Dio. Ecco perché dobbiamo convertirci e diventare contagio positivo, per contribuire alla salvezza nostra e del mondo intero. Ogni anno in quaresima siamo invitati a fare un esame di coscienza e a ricominciare. Il vangelo parla a ciascuno di noi, non parla solo agli altri, bisogna che ciascuno dica a se stesso: come posso convertirmi? Cosa mi chiede il Signore? In che modo posso migliorare la mia vita?

Incontro (dMP)

Se la difettosa umanità dei discepoli può incontrare Gesù, abbiamo buone speranze di riuscirci anche noi.

La figura di Gesù è molto affascinante. La sua umanità, il suo essere controcorrente, la coerenza e la non violenza, hanno un effetto seducente. Molti sono gli ammiratori, non solo credenti, ma anche atei e non cristiani. Spesso viene descritto come un grande personaggio, un meraviglioso rivoluzionario. La storia cerca di classificarlo così, un grande uomo, come altri grandi, Buddha, Maometto, Gandhi. Anche i suoi discepoli potevano cadere in questo equivoco ed era necessario prepararli e istruirli. Solo Pietro, Giacomo e Giovanni hanno avuto il privilegio di assistere alla trasfigurazione, ma la loro esperienza diventa la nostra, i loro occhi diventano i nostri e, attraverso di loro, anche noi possiamo partecipare. Gesù li porta su un monte a pregare, è la condizione di partenza: se vogliamo avere accesso al divino dobbiamo fargli spazio, metterci in una condizione di silenzio e raccoglimento, altrimenti i rumori e le mille distrazioni della vita ci impediranno di incontrarlo. Davanti a loro si trasfigura, cioè permette agli occhi dei suoi discepoli di aprirsi e di vedere oltre l’apparenza umana la luce divina che si nasconde ai distratti e ai superficiali. Il mistero di Cristo è il contatto dell’eternità con la storia, con un preciso istante. I tre testimoni comprendono che Gesù è il Messia atteso da sempre, vedendo il passato, Mosè ed Elia cioè la Legge e i Profeti, che sono accanto a lui e parlano del futuro. Questo miracolo si ripropone nella vicenda di ciascuno di noi, Gesù entra nella nostra vita e nel nostro tempo, dandoci accesso all’eternità, mostrandoci che nel piano infinito della Provvidenza, ci siamo anche noi, testimoni della sua divinità e suoi discepoli. I tre apostoli, poveri pescatori, uomini comuni, senza cultura o nobiltà, entrano a pieno titolo nel disegno dell’Infinito. Quegli uomini ci rappresentano, siamo noi che, proprio come loro, possiamo partecipare alla salvezza. Siamo da sempre nel cuore di Dio! È una gioia travolgente. Ecco perché Pietro vorrebbe fermare quell’istante: è bello per noi stare qui, facciamo tre tende… ma il mistero che possiamo intuire e fuggevolmente contemplare, mentre si rivela, rimane inaccessibile: è una nube che avvolge. L’infinità di Dio mette paura, è troppo per noi. Allora il Padre, che ci vuole comunque permettere di abbracciarlo, si dona a noi nel Figlio: la nube si dilegua e rimane Gesù solo. In lui possiamo contemplare il volto di Dio. È mio figlio. L’umanità del Cristo rivela la premura del Padre che vuole esserci accanto, camminare con noi e permetterci di essere figli nel Figlio.

Tentazione (dMP)

Gesù, come ogni uomo, subisce la tentazione e ci mostra con quale atteggiamento la si può respingere.

L’umanità di Gesù è autentica, nella sua esperienza c’è, come per ogni uomo, la tentazione. Questo episodio svela la strategia demoniaca, che vale anche per noi. Il diavolo inizia a tentarlo nel momento in cui ha fame: la sollecitazione al peccato si innesta sul desiderio, sulla mancanza di qualcosa. Satana amplifica questa fame per trasformarla in un appetito smodato. Per prima cosa fa leva sull’avidità: dì a questa pietra che diventi pane. È il desiderio della ricchezza, dell’usare delle proprie capacità in modo egoistico. Il Maestro risponde sempre citando la scrittura, come dire che il modo di opporsi al demonio è sotto i nostri occhi, lo conosciamo anche noi. Non di solo pane vivrà l’uomo, e la citazione continua, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Se il tuo cuore aspira solo alla ricchezza materiale, se non sai staccarti dalle cose, sarai sempre una preda facile… La seconda arma è la fame di potere che diventa un idolo da adorare, a cui sacrificare sé stessi e la propria vita. Gesù sembra chiederci: chi è il tuo Dio? È una bella domanda: cos’è veramente importante per te, cosa metti al primo posto? Il potere è la ricerca di sé stessi, il gonfiarsi fino a credersi divino, ma se al primo posto c’è Dio, tutto è ridimensionato: Lui solo adorerai. In ultimo la fama, il successo. Il diavolo porta Gesù sul pinnacolo del tempio, dove tutti possono vederlo e lo sollecita a usare il suo potere per affermarsi davanti alla gente, per diventare un divo. C’è chi, pur di avere un nome famoso, è disposto a tutto, anche a prostituirsi. Essere importante, ammirato, invidiato. Ancora una volta l’io si gonfia come un pallone. Non tenterai il Signore Dio tuo. Come dire, stai al tuo posto, non fare come Adamo, che vuole essere Dio, ma si scopre nudo e mortale. Ecco che la strategia di satana è sempre la stessa fin dalle origini, ci vuole far dimenticare che siamo povere creature per farci credere divini, ma è illusione. Satana è un grande illusionista. All’inizio della quaresima siamo invitati a questo esame di coscienza, che si fa nel deserto, cioè lontano dalle distrazioni. Ci è chiesto di fare un po’ più di silenzio e di rientrare in noi stessi per capire chi sta veramente al primo posto nella nostra vita. Ecco perché il gesto che si fa iniziando la quaresima è il rito delle ceneri in cui si dice: ricordati che sei polvere e polvere ritornerai. Siamo invitati a cercare il Signore con maggiore impegno. Concretamente significa dedicargli più tempo. Gesù, nel vangelo che abbiamo letto mercoledì, dice: entra nella tua stanza e chiudi la porta. Coltiva il tuo rapporto con Dio facendolo diventare sempre più intimo.

Ama il tuo nemico (dMP)

Amare il nemico vuol dire guardare l’uomo con gli occhi di Dio.

Amare i nemici, porgere l’altra guancia, pregare per chi ci fa del male: come può Gesù chiederci qualcosa di tanto estremo e innaturale? È come rinunciare a difendersi. Tutto questo sembra poco realistico perché noi tendiamo sempre a guardare le cose dal nostro punto di vista, come se fossimo noi il centro della storia, come se tutto l’universo ruotasse intorno a noi. Giudichiamo e condanniamo quello che crediamo essere il male per noi. Il Vangelo invece ci invita a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Quel mondo l’abbiamo sotto gli occhi. È pieno di conflitti; è ingiusto perché pochi hanno in mano le ricchezze, mentre moltissimi soffrono per la fame e l’arretratezza; è spesso frivolo e inebriato da mille illusioni. Tutto questo non è opera di Dio, ma dell’uomo, della sua cattiveria e avidità. Come può Dio amare l’uomo che fa un così cattivo uso della sua libertà e di tutto il bene che gli è stato dato gratuitamente? Eppure lo ama! Questa è la buona notizia! Quello che il Maestro ci invita a fare è guardare il mondo e l’uomo con gli occhi del Padre, non con la nostra meschina giustizia. Dunque se il Padre ama tutti gli uomini, giusti o ingiusti che siano, dobbiamo amarli anche noi. Non solo, ma anche perché noi facciamo l’esperienza del perdono di Dio: qualunque sia il nostro peccato, se siamo pentiti, Lui ce lo perdona. Sempre. Il Signore vuole che noi diventiamo come Lui, per darci tutto sé stesso, e non aspetta che facciamo il primo passo, perché in Gesù ci ama per primo. Gesù ha preso su di sé i nostri peccati e ciò significa che quando il Padre guarda un peccatore, vede suo Figlio, e lo perdona. Perciò anche noi quando guardiamo chi ci fa del male dobbiamo pensare che, anche se cattivo, ha meritato l’amore del Maestro. Un giorno dovremo presentarci davanti a Lui per essere giudicati e non potremo certo pensare di cavarcela solo per i nostri meriti. Nessuno è senza peccato. Ce la caveremo invece se siamo misericordiosi, se sappiamo essere sempre disponibili verso gli altri come lo è Dio. Quello che ci frena è la paura. Abbiamo paura di essere troppo buoni o di essere calpestati. È quello che è capitato al Maestro: si sono approfittati di Lui e lo hanno ucciso, ma è risorto! Non bisogna aver paura, se diamo qualcosa al Signore Lui ce la restituisce centuplicata: una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio. In più abbiamo la risorsa della preghiera, se desideriamo davvero perdonare, anche se non ci riusciamo da soli, chiediamo a Gesù di darcene la forza e Lui ci esaudirà.

Beati (dMP)

La beatitudine è cercare ciò che resta.

La povertà, la fame, il dolore e la persecuzione, come possono essere fonte di beatitudine? Allo stesso tempo la ricchezza, l’allegria, la sazietà e la buona fama, non sembrano essere cose negative. Eppure il Vangelo le descrive così. Dov’è l’errore? Per capire potremmo porci una domanda: dove cerchiamo la felicità? Il fatto che sia qualcosa che va cercato ci dice già che in partenza non siamo felici. La prima cosa che fanno i bambini appena nati è piangere. D’accordo che non conoscono nessun’altra forma di comunicazione, ma indiscutibilmente, passare dal caldo e confortevole rifugio della pancia della mamma, al freddo e confusionario mondo esterno è un bello shock! Quello che ci rende da subito scontenti è la mancanza di qualcosa: del cibo, del riparo, della sicurezza, e da lì inizia la nostra faticosa ricerca della soddisfazione degli infiniti bisogni e desideri che continuamente ci si presentano. Poi sorge l’altro grande interrogativo: è meglio l’uovo oggi o la gallina domani? Il dilemma della cicala e la formica. Per essere soddisfatti ci vuole strategia, si deve fare un ragionevole quantitativo di sacrifici che ci portino in una situazione di tranquillità, dove si possa godere dei frutti del lavoro precedente. È un po’ come mettere in moto la grande ruota di un volano, all’inizio si fa molta fatica, ma quando ha preso velocità la si mantiene in rotazione senza grossi sforzi. Questo ci dice il Maestro: punta a qualcosa di grande, che non sia solo la soddisfazione momentanea, allora sarai beato. Quando un atleta corre la sua maratona, fa una gran fatica, ma al traguardo è soddisfatto perché ha superato la prova. Se durante la gara si fosse fermato avrebbe risolto il problema della fatica, ma non sarebbe arrivato da nessuna parte. Questo è il punto, il nostro traguardo è l’Infinito, l’eternità e la vita la corsa. Chi è beato, chi arriva in fondo o chi si ferma a metà e non arriva più? Meglio aver fame di Dio e riconoscersi poveri perché bisognosi della sua grazia, che arrivare sazi e pieni di soldi al cimitero. Quando si va all’estero si devono cambiare i soldi, perché la nostra moneta non serve. Il Maestro ci invita ad arricchirci della sua grazia, che in paradiso ha molto valore, e non puntare tutto sull’euro che nella cassa da morto non vale niente.

Pescatori (dMP)

Il Signore ci pesca per salvarci e ci insegna a fare come Lui.

C’è più di un punto in comune tra Isaia, Paolo e Pietro. Intanto si sentono inadeguati. Isaia dice di essere un uomo dalle labbra impure, Paolo si definisce un aborto e Pietro si butta in ginocchio accusandosi di essere un grande peccatore. È un sentimento molto comprensibile se pensiamo alla grandezza che si trovano a fronteggiare. Il profeta è circondato dagli angeli e vede la gloria di Dio, Paolo da persecutore della chiesa è stato disarcionato da una luce accecante ed il Pescatore è sbalordito da un vero miracolo. Alla fine però tutti e tre si mettono a disposizione e faranno grandi cose. Il Signore li coinvolge. Paolo è quello che ha subito una delle vocazioni più certe della storia, pressoché una mazzata in testa. Dio tocca il cuore di Isaia mostrandosi quasi angosciato: chi manderò, chi andrà per Noi? Come se l’Onnipotente non sapesse come fare… Il profeta si fa avanti, anche perché l’angelo lo ha appena purificato, ma soprattutto per uno slancio di generosità. Simone ha lavorato tutta la notte senza successo, dalla risposta che dà a Gesù si capisce che è frustrato e stanco, ma è anche affascinato dal Maestro e da quanto gli ha appena sentito dire. Nonostante tutto accetta: sulla tua parola getterò le reti. Un atto di fiducia che gli garantisce il successo. Se i pescatori avevano lavorato la notte significa che di giorno non era il momento migliore per pescare eppure le reti si riempiono tanto da rompersi. Si capisce che non è la barca, la rete o il pescatore che fa la differenza, ma la Sua parola. Stare con Gesù, accettare di essere guidati da lui e soprattutto fidarsi garantiscono la riuscita. Il Maestro rassicura Pietro: non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Dio non vuole costringerci ad amarlo, tuttavia ci corteggia col suo fascino irresistibile, ci attira come un esperto pescatore, non per trasformarci in prede, ma per salvarci. Anche noi dobbiamo imparare questa arte di avvicinare le persone al Signore, ma il primo passo è quello di essere innamorati di Lui, come lo erano Isaia, Paolo e Pietro. Nel vangelo spesso troviamo delle persone entusiaste del loro incontro con Gesù che invitano amici e parenti a conoscerlo. Andrea lo ha fatto con Pietro, Filippo con Natanaele, la samaritana coi suoi concittadini. Bisogna buttarsi anche se, come Simone e Isaia, non ci si sente adeguati di fronte a Dio: non siamo noi a dover essere all’altezza, ci è chiesto solo di ammettere la nostra povertà e di metterci nelle sue mani, il resto è opera sua. In questo modo diventiamo strumenti di un enorme successo.

Fiducia (dMP)

Chiediamo al Signore non di capire, ma di avere fiducia in Lui.

Gesù si manifesta ai suoi concittadini e viene rifiutato. Non è il figlio di Giuseppe? Come dire: conosciamo la sua famiglia, è uno di noi. Di fronte alla loro diffidenza il Maestro cita due episodi della vita dei profeti Elia ed Eliseo i quali non hanno fatto miracoli nella loro patria. Paragona i suoi compaesani alla gente del tempo di quei profeti per rimarcare che la durezza di cuore è la stessa. Questo provoca la loro indignazione, tanto che vorrebbero ucciderlo, ma non è ancora il momento e Gesù un piccolo miracolo lo fa, sottraendosi alle loro mani senza dover fuggire. Sarebbe successo anche a noi probabilmente. Se uno dei nostri ragazzi si alzasse in chiesa e si dichiarasse profeta, noi come reagiremmo? Dov’è dunque l’errore? Sta nel fatto che noi crediamo spesso di poter giudicare le cose secondo quello che ci appare sensato. Abbiamo degli schemi, ed è difficile romperli. Ci aspettiamo che la nostra vita vada come vogliamo noi, ma il piano provvidenziale non possiamo conoscerlo. Mi vengono in mente le parole di Isaia (55,9): Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. La Provvidenza muove le cose vedendo l’intero orizzonte, il passato, il presente ed il futuro, mentre noi abbiamo una visione limitata al solo presente, in più viziata dalle nostre aspettative. Quante volte recriminiamo dicendo che un determinato evento non è giusto o che certe cose non dovrebbero succedere? Agostino, per far capire questa cosa faceva un paragone: se un osservatore guarda molto da vicino un mosaico, ne vede solo poche tessere, che apparentemente sono messe lì a caso; ma se si allontana, allora vedrà il disegno nel suo insieme e apprezzerà il lavoro dell’artista. I nazareni credono di capire come vanno le cose e le giudicano, ma non hanno capito niente. Noi lo sappiamo solo perché vediamo la cosa da distante e sappiamo come la storia va a finire, ma nei loro panni sapremmo essere così umili da mettere in discussione le nostre idee preconcette? Questo episodio non ci è proposto perché noi giudichiamo quegli uomini, ma perché giudichiamo noi stessi. Avere fede significa mettersi in ascolto di Dio soprattutto nei momenti bui, quando ci sembra di non capire. Avere fede quando le cose vanno bene è molto facile. La fede si prova nell’oscurità. Siamo disposti a farci prendere per mano per essere guidati su un terreno sconosciuto? Ecco perché non dobbiamo mai stancarci di pregare e di chiedere, non di capire, ma di avere fede.

 

 

Liberazione (dMP)

La liberazione che ci offre il Cristo è oggi, per chi lo incontra davvero.

Chiesa deriva dal termine greco che significa assemblea e definisce l’insieme dei credenti, i quali sono comunità perché si raccolgono intorno alla stessa mensa dove viene spezzato il pane che è la Parola e il Corpo di Cristo. Ogni battezzato partecipa alla missione della chiesa che è annunciare in tutto il mondo la buona notizia dell’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù. Questa missione ci accomuna tutti, ciascuno secondo la sua vocazione e le sue capacità. Non è importante il ruolo, ma l’impegno, infatti noi veneriamo tra i santi tanto i papi come i semplici fedeli. Il mondo ha un grande bisogno di Dio e noi siamo chiamati a divulgare l’annuncio iniziato da Gesù e continuato dagli apostoli, perché la salvezza operata dal Cristo si compie ogni giorno. Nella sinagoga Gesù legge il profeta Isaia, un brano che parla del Messia e annuncia il compimento di quella profezia. Dice: oggi si è adempiuta. Non si tratta di quel giorno particolare del primo secolo, ma del nostro oggi, del presente di ogni uomo che scopre che il Signore si è incarnato e ci ha visitato. Gesù è una presenza e la sua voce grazie a Luca risuona adesso anche per noi. Si rivolge ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. E noi cosa c’entriamo? La povertà di cui parla è la mancanza di Dio, non delle sostanze in senso materiale. Se si legge nella cronaca che i ragazzi si usano violenza tra loro e si ammazzano, che i vicini di casa uccidono, che i terroristi continuano ad assassinare degli innocenti, non viene da pensare che questo mondo è senza Dio, cioè senza il Bene? Non perché Lui si nasconde, ma perché l’uomo lo esclude: ecco perché siamo poveri. Se non sappiamo riconoscere questi segni e non facciamo penitenza è perché siamo ciechi. Il nostro mondo non cerca la felicità, o meglio crede di farlo, ma in realtà cerca solo il piacere e questo lo rende schiavo mille volte, delle sue passioni, della droga, dei debiti delle infinite vendite rateali, dei desideri inappagati: non è una prigionia terribile? Chi è legato da simili catene vive una dura oppressione e sospira la liberazione. Dunque Gesù si rivolge proprio a noi e dice una sola parola: oggi. Questa rivelazione deve farci saltare come una puntura, come quando la tua squadra fa gol e tu salti su con le braccia al cielo anche se sei da solo davanti alla televisione. Non è fantastico? È oggi la nostra liberazione, non fra dieci o mille anni. Ecco perché bisogna pregare, leggere le scritture, confessarsi e fare la comunione, perché noi e il mondo intero abbiamo bisogno di Gesù.

LA SETTIMANA 2019
Num. 953 del 9 giu 2019
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Num. 2 - Giu 2019
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Notiziario 1/2019
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