Don Mauro Pozzi (dMP)

Liberazione (dMP)

Dal punto più basso in cui può cadere un uomo, Cristo risorge e riconduce al Padre tutto l’universo.

Il centro della nostra fede è la resurrezione di Cristo. È un fatto assolutamente unico e per molti difficile da credere. Quando Paolo si rivolge agli ateniesi all’Areopago e nomina la resurrezione di Gesù, molti di quelli che fino ad allora erano stati a sentirlo se ne vanno deridendolo. Atene, la ca-pitale della cultura del tempo, la patria della filosofia, non può tollerare un cosa tanto fuori dagli schemi. Anche oggi chi crede che la verità sia solo ciò che la scienza può pro-vare, non può accettare la resurrezione. Non si tratta però solo di credere o meno che la cosa sia successa, ma di ca-pire che questo evento cambia radicalmente, e dall’interno, la storia di ogni uomo. Ci sono cose che non capiamo e non capiremo mai: siamo troppo piccoli se ci paragoniamo all’immensità dell’universo in cui viviamo. La religione, ba-sandosi sulla Rivelazione, ci aiuta a orientarci in questo orizzonte infinito. Ci dice che Dio aveva creato l’uomo perché stesse con Lui condividendo la sua opera, ma che l’uomo ha voluto far da solo e ha interrotto la relazione filiale rifiutando la paternità divina. Gesù è il Figlio che noi dovremmo es-sere. Ci mostra la strada. La sua croce rappresenta la fe-deltà alla vocazione. Quante volte noi non ci fidiamo di Dio, lo critichiamo, lo accusiamo di non essere buono o giusto, perché le cose non vanno come pensiamo che debbano an-dare. Invece Gesù ha sempre fiducia nel Padre, offre la sua vita, si mette in gioco fino alla fine. Nella sua passione Cristo diventa la rappresentazione del nostro rifiuto di Dio. Lui che ha sempre fatto solo del bene è condannato ingiustamente e ucciso nel modo più atroce che si possa immaginare. Lui che è Dio sprofonda in un abisso di dolore e di ingiustizia: un annientamento totale, ma da quella desolazione si rivolge al Padre. Gesù dalla croce invoca suo Padre, è una corrente di amore che collega il punto più basso dell’universo con il punto più alto. Chi può sentirsi escluso da questi estremi infiniti? Chi può dire di soffrire più di Gesù o di avere una sorte più ingiusta? E Gesù risorge da questa bassezza ri-conducendo tutto nel cuore del Padre. L’universo intero ri-sorge con lui. Questo ci dice che non c’è nulla di perduto, che l’amore di Dio può ridare la vita in qualunque momento e ci invita a metterci nelle sue mani senza paura, sapendo che, dopo la nostra personale esperienza di croce e la morte, risorgeremo con Lui. Quindi la resurrezione del Maestro non è solo un momento preciso della storia, ma una svolta epo-cale, che da allora in poi riapre la via al cielo.

Passione (dMP)

Gesù si fa immagine del peccato e fa morire quel peccato sulla croce

L’immediato preludio della passione di Gesù, della sua terribile morte, è segnato da un trionfo. Il Nazareno entra in Gerusalemme, tra due ali di folla che lo acclama re e lui non si oppone, nonostante le critiche dei farisei, perché sa di essere effettivamente il re. La gente si aspettava una rivolta contro i romani e la restaurazione della monarchia davidica, ma non è questo il progetto del Padre, il Regno è una realtà interiore. Gesù fa una scelta non violenta, rinuncia alla forza umana per far posto alla potenza divina che si manifesterà nella resurrezione. Bisogna morire al mondo per entrare nel Regno. Il Maestro non ha paura e ci dà l’esempio. La sua passione è straziante, viene umiliato, oltraggiato, coronato di spine, flagellato, cioè ferito scientificamente in ogni parte del corpo, trascinato sotto il peso del suo stesso patibolo e infine lasciato soffocare inchiodato a un legno. Pensate al dolore di sua Madre, della Maddalena e di chi lo amava, nel vederlo morire così, goccia a goccia, sotto i loro occhi. Uno strazio infinito. Avrebbero voluto sollevarlo in qualche modo, ma non si poteva. Gesù ha voluto sopportare questo enorme peso da solo, a immagine del peso del nostro peccato che Lui porta sulla croce per farlo morire con sé. C’è un episodio narrato nel libro dei Numeri (cap. 21), che aiuta a capire. Gli ebrei si lamentavano del viaggio nel deserto e del cibo leggero, la manna, e furono assaliti da dei serpenti velenosi che li mordevano uccidendoli. Per fermare il castigo Dio dice a Mosè di fabbricare un serpente di bronzo e metterlo su un palo, chiunque fosse stato morso e avesse guardato il serpente sul palo si sarebbe salvato. Questi serpenti sono il simbolo del peccato che distrugge e uccide, ma sul palo della salvezza non c’è un fiore o un sole o il simbolo della salute, ma ancora un serpente. Gesù è come quel serpente, si fa peccato, assume le sembianze di quel peccato, perché noi possiamo volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto ed essere salvati. La sua passione e morte diventano un dono per tutti, un’offerta al Padre per la salvezza di ogni uomo. Quando il Maestro dice: rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguimi, ci invita a partecipare alla sua passione. Ciò non significa che ci dobbiamo far crocifiggere o che dobbiamo cercare delle sofferenze speciali, ma che possiamo trasformare ogni piccolo o grande dolore della nostra vita in un’offerta al Padre come ha fatto Lui. Questo ci permette di vivere ogni sofferenza, dalla piccola contrarietà al dolore fisico, come un gesto di amore per Dio e per il prossimo.

Da ora in poi (dMP)

Al Signore interessa la nostra vita da ora in poi, se gli andiamo incontro il passato è cancellato.

Il confronto con un avversario è sempre difficile. Mettersi in discussione è molto faticoso, per questo spesso è più facile cercare di prendere in castagna chi non la pensa come noi, piuttosto che sforzarsi di ascoltarlo. I nostri politici lo fanno benissimo e così facevano i farisei che non cercavano di capire fino in fondo il messaggio di Gesù, ma piuttosto gli tendevano continuamente dei tranelli per metterlo in difficoltà e avere un pretesto per liberarsi di lui. Per questo gli portano una donna adultera, colta in flagrante, per di più. Dato che la legge di Mosè non dava adito a interpretazioni, ma prevedeva la lapidazione, pensavano di mettere il Maestro alle corde, dando per scontato che lui non l’avrebbe condannata. Gesù si mette a scrivere nella polvere. È un gesto misterioso. Chissà, forse voleva dire che le sentenze degli uomini sono tutt’altro che certe e imparziali. In effetti quegli uomini non vogliono veramente amministrare la giustizia, ma servirsi della circostanza per incastrare Gesù, non sono sinceri, hanno un secondo fine. Il Maestro li smaschera ma non li respinge, né li giudica, anche a loro è offerta l’occasione di guardarsi dentro. Li riporta al cuore del problema, che non è condannare o assolvere, ma prendersi cura di un’anima in difficoltà. Sembra dire loro: saresti severo con te stesso come lo sei con questa donna? Anche noi siamo sempre pronti a puntare il dito sul prossimo, ma l’autocritica è un’altra cosa. La donna resta sola. Proviamo a immaginare il suo stato d’animo, la vergogna che provava a essere messa alla berlina e il terrore davanti a chi stava per ucciderla senza nemmeno un processo. La sua vita era finita, praticamente era come morta. L’incontro con Gesù è una rivoluzione, anzi una resurrezione! Il Maestro non la condanna. Lui non vuole condannarci, non è un giustiziere che viene a ripulire il mondo dalla feccia. Il suo intento è di ridarci una vita vera, risvegliarci dal torpore del peccato. Va’ e d’ora in poi non peccare più. Gesù regala a quella donna il futuro che aveva perduto, le offre finalmente di vivere, perché la vita senza amore, senza rispetto, senza ciò che è il vero spirito della legge, è solo sopravvivenza. L’atteggiamento del Maestro, sia verso i farisei che verso la donna, ci fa capire che il suo scopo non è giudicare o condannare, ma risvegliare le coscienze. Anche oggi Egli si fa presente a noi, nella Parola e nei Sacramenti e ci interpella. Incontrare Gesù è la svolta della vita di un cristiano, è un taglio netto con il passato, è l’inizio di un nuovo percorso, perché nessuno che lo abbia veramente conosciuto rimane lo stesso. Noi abbiamo incontrato davvero Gesù?

Padre misericordioso (dMP)

Quale figlio vogliamo essere, quello del Dio giudice e veterotestamentario, o quello del Dio misericordioso che ci rivela Gesù?

Gesù si intrattiene coi peccatori, mangia addirittura con loro, è uno scandalo per i benpensanti. Questo atteggiamento ha però una precisa motivazione: il Figlio rivela il volto del Padre. Che immagine abbiamo di Dio? Se abbiamo paura dell’inferno pensando che la salvezza dipenda solo dall’osservanza dei comandamenti, allora per noi Dio è un giudice severo, pronto a condannarci. Gesù invece sovverte questa prospettiva e ci mostra che Dio è un Padre misericordioso. Il figlio prodigo, che ha fretta di spendere il suo patrimonio, è Adamo, che vuole fare da solo e rifiuta l’autorità del Padre. Il fatto che chieda l’eredità dimostra che per lui suo padre è come morto. Si butta nella vita e compra il piacere credendo di avere la felicità. È la tentazione che affrontiamo ogni giorno, il mondo ci promette gratificazione e appagamento attraverso i soldi e tutto quello che possono comprare. Ogni piacere però, porta all’assuefazione e lentamente diventa una schiavitù, infatti il giovane si ritrova a pascolare i maiali che per gli ebrei sono gli animali immondi per eccellenza: non si può cadere più in basso. Spesso le sofferenze fanno riflettere sul senso della vita e anche il giovane rientra in sé stesso. È il momento della presa di coscienza. Ognuno di noi deve capire il suo ruolo, noi non siamo divinità autosufficienti, ma creature. È il tempo del ritorno. È qui che entra in scena il Padre che potremmo aspettarci sia offeso e restio a riaccogliere il figlio che lo ha rinnegato e gli ha sperperato mezzo patrimonio. Invece vede il ragazzo da lontano e gli va incontro. È come se lo avesse sempre aspettato e non vede l’ora di riabbracciarlo. Il figlio grande rappresenta la fedeltà arida di chi ubbidisce senza amore, per dovere. Egli si indigna per la festa in onore di suo fratello minore, perché pensa alla giustizia come retribuzione: io ho fatto tanto e quindi merito tanto, non come quel de-bosciato che oltre a non fare ha anche sperperato. Il Padre però vuole il cuore dei suoi figli ed è pronto addirittura a pregare il maggiore. Mentre il minore credeva di seppellire suo padre esigendone l’eredità, in realtà era lui stesso ad essere morto e ora è tornato in vita. Ecco perché si fa festa, non si tratta semplicemente di un ritorno fisico, ma di un’autentica conversione del cuore. Anche noi dobbiamo tornare come il figlio prodigo, ma se ci sembrasse di non essere mai andati via, potremmo essere come il figlio maggiore, cioè degli arroganti che credono di accampare dei meriti, come se la salvezza dipendesse solo da noi. In realtà noi siamo salvati non per i nostri meriti, ma perché il Padre ci ama. Siamo coscienti e grati di questo miracolo?

Pazienza e Urgenza (dMP)

La pazienza del Signore è infinita, ma la nostra vita no… il momento per iniziare a portare frutto è adesso.

Il Signore ha tanta pazienza con noi. Vuole darci tutte le possibilità di fruttificare, anche se noi siamo cocciuti e presuntuosi. Il racconto della vocazione di Mosè ce lo prova. Mosè avvicinandosi al roveto si trova al cospetto di Dio che gli parla e che gli affida la missione di liberare il suo popolo. Ci si potrebbe aspettare un immediato consenso da parte sua, invece fa un mucchio di obiezioni. Se mi chiedono il tuo nome cosa devo dire? Chiede un segno e il Signore gli fa trasformare il bastone in serpente, ma non basta ancora, perché Mosè non vuole accettare, gli dice che è impacciato a parlare e allora Dio lo rassicura dicendo che sarà con lui suo fratello Aronne che gli farà da portavoce. In pratica è Dio che prega Mosè e non viceversa! Se con gli uomini non usasse questa bontà, poveri noi. Gesù ci invita però a non abusare della pazienza del Padre. Si rifà alla cronaca nera del suo tempo e cita due episodi in cui alcuni sono morti, per mano dei romani e per il crollo di una torre. È rassicurante pensare che siano morti perché lo meritavano, ma Gesù ci mette in guardia: in realtà tutti dobbiamo convertirci e non pensare che tocchi sempre agli altri, come se noi fossimo già buoni. I terremoti e le sciagure recenti sono fatti analoghi. Mentre noi crediamo di possedere il mondo e di poterci salvare solo con la scienza e la tecnica, la natura ci riporta alla realtà. Siamo fragili e mortali. Il nostro occidente invece di costruire giustizia fabbrica armi; invece di soccorrere i poveri cerca solo il profitto anche a spese di chi è più debole. Come può sopravvivere a lungo un sistema così iniquo? Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo. Non è la minaccia di un castigo di Dio, ma un avvertimento: se non cambiamo rotta, la nostra avidità ridurrà questo pianeta un deserto. Dalla parabola del fico, sembra addirittura che Dio sia stanco di aspettare che noi, cioè l’albero, facciamo frutto. Vorrebbe che fosse tagliato subito. Il Maestro è il giardiniere, che fa un estremo tentativo: diamogli ancora una possibilità. Grazie a Lui c’è ancora una parte di umanità che prega e che si sforza di vivere la legge dell’amore e così facendo ci salva dall’ira di Dio. Ecco perché dobbiamo convertirci e diventare contagio positivo, per contribuire alla salvezza nostra e del mondo intero. Ogni anno in quaresima siamo invitati a fare un esame di coscienza e a ricominciare. Il vangelo parla a ciascuno di noi, non parla solo agli altri, bisogna che ciascuno dica a se stesso: come posso convertirmi? Cosa mi chiede il Signore? In che modo posso migliorare la mia vita?

Incontro (dMP)

Se la difettosa umanità dei discepoli può incontrare Gesù, abbiamo buone speranze di riuscirci anche noi.

La figura di Gesù è molto affascinante. La sua umanità, il suo essere controcorrente, la coerenza e la non violenza, hanno un effetto seducente. Molti sono gli ammiratori, non solo credenti, ma anche atei e non cristiani. Spesso viene descritto come un grande personaggio, un meraviglioso rivoluzionario. La storia cerca di classificarlo così, un grande uomo, come altri grandi, Buddha, Maometto, Gandhi. Anche i suoi discepoli potevano cadere in questo equivoco ed era necessario prepararli e istruirli. Solo Pietro, Giacomo e Giovanni hanno avuto il privilegio di assistere alla trasfigurazione, ma la loro esperienza diventa la nostra, i loro occhi diventano i nostri e, attraverso di loro, anche noi possiamo partecipare. Gesù li porta su un monte a pregare, è la condizione di partenza: se vogliamo avere accesso al divino dobbiamo fargli spazio, metterci in una condizione di silenzio e raccoglimento, altrimenti i rumori e le mille distrazioni della vita ci impediranno di incontrarlo. Davanti a loro si trasfigura, cioè permette agli occhi dei suoi discepoli di aprirsi e di vedere oltre l’apparenza umana la luce divina che si nasconde ai distratti e ai superficiali. Il mistero di Cristo è il contatto dell’eternità con la storia, con un preciso istante. I tre testimoni comprendono che Gesù è il Messia atteso da sempre, vedendo il passato, Mosè ed Elia cioè la Legge e i Profeti, che sono accanto a lui e parlano del futuro. Questo miracolo si ripropone nella vicenda di ciascuno di noi, Gesù entra nella nostra vita e nel nostro tempo, dandoci accesso all’eternità, mostrandoci che nel piano infinito della Provvidenza, ci siamo anche noi, testimoni della sua divinità e suoi discepoli. I tre apostoli, poveri pescatori, uomini comuni, senza cultura o nobiltà, entrano a pieno titolo nel disegno dell’Infinito. Quegli uomini ci rappresentano, siamo noi che, proprio come loro, possiamo partecipare alla salvezza. Siamo da sempre nel cuore di Dio! È una gioia travolgente. Ecco perché Pietro vorrebbe fermare quell’istante: è bello per noi stare qui, facciamo tre tende… ma il mistero che possiamo intuire e fuggevolmente contemplare, mentre si rivela, rimane inaccessibile: è una nube che avvolge. L’infinità di Dio mette paura, è troppo per noi. Allora il Padre, che ci vuole comunque permettere di abbracciarlo, si dona a noi nel Figlio: la nube si dilegua e rimane Gesù solo. In lui possiamo contemplare il volto di Dio. È mio figlio. L’umanità del Cristo rivela la premura del Padre che vuole esserci accanto, camminare con noi e permetterci di essere figli nel Figlio.

Tentazione (dMP)

Gesù, come ogni uomo, subisce la tentazione e ci mostra con quale atteggiamento la si può respingere.

L’umanità di Gesù è autentica, nella sua esperienza c’è, come per ogni uomo, la tentazione. Questo episodio svela la strategia demoniaca, che vale anche per noi. Il diavolo inizia a tentarlo nel momento in cui ha fame: la sollecitazione al peccato si innesta sul desiderio, sulla mancanza di qualcosa. Satana amplifica questa fame per trasformarla in un appetito smodato. Per prima cosa fa leva sull’avidità: dì a questa pietra che diventi pane. È il desiderio della ricchezza, dell’usare delle proprie capacità in modo egoistico. Il Maestro risponde sempre citando la scrittura, come dire che il modo di opporsi al demonio è sotto i nostri occhi, lo conosciamo anche noi. Non di solo pane vivrà l’uomo, e la citazione continua, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Se il tuo cuore aspira solo alla ricchezza materiale, se non sai staccarti dalle cose, sarai sempre una preda facile… La seconda arma è la fame di potere che diventa un idolo da adorare, a cui sacrificare sé stessi e la propria vita. Gesù sembra chiederci: chi è il tuo Dio? È una bella domanda: cos’è veramente importante per te, cosa metti al primo posto? Il potere è la ricerca di sé stessi, il gonfiarsi fino a credersi divino, ma se al primo posto c’è Dio, tutto è ridimensionato: Lui solo adorerai. In ultimo la fama, il successo. Il diavolo porta Gesù sul pinnacolo del tempio, dove tutti possono vederlo e lo sollecita a usare il suo potere per affermarsi davanti alla gente, per diventare un divo. C’è chi, pur di avere un nome famoso, è disposto a tutto, anche a prostituirsi. Essere importante, ammirato, invidiato. Ancora una volta l’io si gonfia come un pallone. Non tenterai il Signore Dio tuo. Come dire, stai al tuo posto, non fare come Adamo, che vuole essere Dio, ma si scopre nudo e mortale. Ecco che la strategia di satana è sempre la stessa fin dalle origini, ci vuole far dimenticare che siamo povere creature per farci credere divini, ma è illusione. Satana è un grande illusionista. All’inizio della quaresima siamo invitati a questo esame di coscienza, che si fa nel deserto, cioè lontano dalle distrazioni. Ci è chiesto di fare un po’ più di silenzio e di rientrare in noi stessi per capire chi sta veramente al primo posto nella nostra vita. Ecco perché il gesto che si fa iniziando la quaresima è il rito delle ceneri in cui si dice: ricordati che sei polvere e polvere ritornerai. Siamo invitati a cercare il Signore con maggiore impegno. Concretamente significa dedicargli più tempo. Gesù, nel vangelo che abbiamo letto mercoledì, dice: entra nella tua stanza e chiudi la porta. Coltiva il tuo rapporto con Dio facendolo diventare sempre più intimo.

Ama il tuo nemico (dMP)

Amare il nemico vuol dire guardare l’uomo con gli occhi di Dio.

Amare i nemici, porgere l’altra guancia, pregare per chi ci fa del male: come può Gesù chiederci qualcosa di tanto estremo e innaturale? È come rinunciare a difendersi. Tutto questo sembra poco realistico perché noi tendiamo sempre a guardare le cose dal nostro punto di vista, come se fossimo noi il centro della storia, come se tutto l’universo ruotasse intorno a noi. Giudichiamo e condanniamo quello che crediamo essere il male per noi. Il Vangelo invece ci invita a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Quel mondo l’abbiamo sotto gli occhi. È pieno di conflitti; è ingiusto perché pochi hanno in mano le ricchezze, mentre moltissimi soffrono per la fame e l’arretratezza; è spesso frivolo e inebriato da mille illusioni. Tutto questo non è opera di Dio, ma dell’uomo, della sua cattiveria e avidità. Come può Dio amare l’uomo che fa un così cattivo uso della sua libertà e di tutto il bene che gli è stato dato gratuitamente? Eppure lo ama! Questa è la buona notizia! Quello che il Maestro ci invita a fare è guardare il mondo e l’uomo con gli occhi del Padre, non con la nostra meschina giustizia. Dunque se il Padre ama tutti gli uomini, giusti o ingiusti che siano, dobbiamo amarli anche noi. Non solo, ma anche perché noi facciamo l’esperienza del perdono di Dio: qualunque sia il nostro peccato, se siamo pentiti, Lui ce lo perdona. Sempre. Il Signore vuole che noi diventiamo come Lui, per darci tutto sé stesso, e non aspetta che facciamo il primo passo, perché in Gesù ci ama per primo. Gesù ha preso su di sé i nostri peccati e ciò significa che quando il Padre guarda un peccatore, vede suo Figlio, e lo perdona. Perciò anche noi quando guardiamo chi ci fa del male dobbiamo pensare che, anche se cattivo, ha meritato l’amore del Maestro. Un giorno dovremo presentarci davanti a Lui per essere giudicati e non potremo certo pensare di cavarcela solo per i nostri meriti. Nessuno è senza peccato. Ce la caveremo invece se siamo misericordiosi, se sappiamo essere sempre disponibili verso gli altri come lo è Dio. Quello che ci frena è la paura. Abbiamo paura di essere troppo buoni o di essere calpestati. È quello che è capitato al Maestro: si sono approfittati di Lui e lo hanno ucciso, ma è risorto! Non bisogna aver paura, se diamo qualcosa al Signore Lui ce la restituisce centuplicata: una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio. In più abbiamo la risorsa della preghiera, se desideriamo davvero perdonare, anche se non ci riusciamo da soli, chiediamo a Gesù di darcene la forza e Lui ci esaudirà.

Beati (dMP)

La beatitudine è cercare ciò che resta.

La povertà, la fame, il dolore e la persecuzione, come possono essere fonte di beatitudine? Allo stesso tempo la ricchezza, l’allegria, la sazietà e la buona fama, non sembrano essere cose negative. Eppure il Vangelo le descrive così. Dov’è l’errore? Per capire potremmo porci una domanda: dove cerchiamo la felicità? Il fatto che sia qualcosa che va cercato ci dice già che in partenza non siamo felici. La prima cosa che fanno i bambini appena nati è piangere. D’accordo che non conoscono nessun’altra forma di comunicazione, ma indiscutibilmente, passare dal caldo e confortevole rifugio della pancia della mamma, al freddo e confusionario mondo esterno è un bello shock! Quello che ci rende da subito scontenti è la mancanza di qualcosa: del cibo, del riparo, della sicurezza, e da lì inizia la nostra faticosa ricerca della soddisfazione degli infiniti bisogni e desideri che continuamente ci si presentano. Poi sorge l’altro grande interrogativo: è meglio l’uovo oggi o la gallina domani? Il dilemma della cicala e la formica. Per essere soddisfatti ci vuole strategia, si deve fare un ragionevole quantitativo di sacrifici che ci portino in una situazione di tranquillità, dove si possa godere dei frutti del lavoro precedente. È un po’ come mettere in moto la grande ruota di un volano, all’inizio si fa molta fatica, ma quando ha preso velocità la si mantiene in rotazione senza grossi sforzi. Questo ci dice il Maestro: punta a qualcosa di grande, che non sia solo la soddisfazione momentanea, allora sarai beato. Quando un atleta corre la sua maratona, fa una gran fatica, ma al traguardo è soddisfatto perché ha superato la prova. Se durante la gara si fosse fermato avrebbe risolto il problema della fatica, ma non sarebbe arrivato da nessuna parte. Questo è il punto, il nostro traguardo è l’Infinito, l’eternità e la vita la corsa. Chi è beato, chi arriva in fondo o chi si ferma a metà e non arriva più? Meglio aver fame di Dio e riconoscersi poveri perché bisognosi della sua grazia, che arrivare sazi e pieni di soldi al cimitero. Quando si va all’estero si devono cambiare i soldi, perché la nostra moneta non serve. Il Maestro ci invita ad arricchirci della sua grazia, che in paradiso ha molto valore, e non puntare tutto sull’euro che nella cassa da morto non vale niente.

Pescatori (dMP)

Il Signore ci pesca per salvarci e ci insegna a fare come Lui.

C’è più di un punto in comune tra Isaia, Paolo e Pietro. Intanto si sentono inadeguati. Isaia dice di essere un uomo dalle labbra impure, Paolo si definisce un aborto e Pietro si butta in ginocchio accusandosi di essere un grande peccatore. È un sentimento molto comprensibile se pensiamo alla grandezza che si trovano a fronteggiare. Il profeta è circondato dagli angeli e vede la gloria di Dio, Paolo da persecutore della chiesa è stato disarcionato da una luce accecante ed il Pescatore è sbalordito da un vero miracolo. Alla fine però tutti e tre si mettono a disposizione e faranno grandi cose. Il Signore li coinvolge. Paolo è quello che ha subito una delle vocazioni più certe della storia, pressoché una mazzata in testa. Dio tocca il cuore di Isaia mostrandosi quasi angosciato: chi manderò, chi andrà per Noi? Come se l’Onnipotente non sapesse come fare… Il profeta si fa avanti, anche perché l’angelo lo ha appena purificato, ma soprattutto per uno slancio di generosità. Simone ha lavorato tutta la notte senza successo, dalla risposta che dà a Gesù si capisce che è frustrato e stanco, ma è anche affascinato dal Maestro e da quanto gli ha appena sentito dire. Nonostante tutto accetta: sulla tua parola getterò le reti. Un atto di fiducia che gli garantisce il successo. Se i pescatori avevano lavorato la notte significa che di giorno non era il momento migliore per pescare eppure le reti si riempiono tanto da rompersi. Si capisce che non è la barca, la rete o il pescatore che fa la differenza, ma la Sua parola. Stare con Gesù, accettare di essere guidati da lui e soprattutto fidarsi garantiscono la riuscita. Il Maestro rassicura Pietro: non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Dio non vuole costringerci ad amarlo, tuttavia ci corteggia col suo fascino irresistibile, ci attira come un esperto pescatore, non per trasformarci in prede, ma per salvarci. Anche noi dobbiamo imparare questa arte di avvicinare le persone al Signore, ma il primo passo è quello di essere innamorati di Lui, come lo erano Isaia, Paolo e Pietro. Nel vangelo spesso troviamo delle persone entusiaste del loro incontro con Gesù che invitano amici e parenti a conoscerlo. Andrea lo ha fatto con Pietro, Filippo con Natanaele, la samaritana coi suoi concittadini. Bisogna buttarsi anche se, come Simone e Isaia, non ci si sente adeguati di fronte a Dio: non siamo noi a dover essere all’altezza, ci è chiesto solo di ammettere la nostra povertà e di metterci nelle sue mani, il resto è opera sua. In questo modo diventiamo strumenti di un enorme successo.

Fiducia (dMP)

Chiediamo al Signore non di capire, ma di avere fiducia in Lui.

Gesù si manifesta ai suoi concittadini e viene rifiutato. Non è il figlio di Giuseppe? Come dire: conosciamo la sua famiglia, è uno di noi. Di fronte alla loro diffidenza il Maestro cita due episodi della vita dei profeti Elia ed Eliseo i quali non hanno fatto miracoli nella loro patria. Paragona i suoi compaesani alla gente del tempo di quei profeti per rimarcare che la durezza di cuore è la stessa. Questo provoca la loro indignazione, tanto che vorrebbero ucciderlo, ma non è ancora il momento e Gesù un piccolo miracolo lo fa, sottraendosi alle loro mani senza dover fuggire. Sarebbe successo anche a noi probabilmente. Se uno dei nostri ragazzi si alzasse in chiesa e si dichiarasse profeta, noi come reagiremmo? Dov’è dunque l’errore? Sta nel fatto che noi crediamo spesso di poter giudicare le cose secondo quello che ci appare sensato. Abbiamo degli schemi, ed è difficile romperli. Ci aspettiamo che la nostra vita vada come vogliamo noi, ma il piano provvidenziale non possiamo conoscerlo. Mi vengono in mente le parole di Isaia (55,9): Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. La Provvidenza muove le cose vedendo l’intero orizzonte, il passato, il presente ed il futuro, mentre noi abbiamo una visione limitata al solo presente, in più viziata dalle nostre aspettative. Quante volte recriminiamo dicendo che un determinato evento non è giusto o che certe cose non dovrebbero succedere? Agostino, per far capire questa cosa faceva un paragone: se un osservatore guarda molto da vicino un mosaico, ne vede solo poche tessere, che apparentemente sono messe lì a caso; ma se si allontana, allora vedrà il disegno nel suo insieme e apprezzerà il lavoro dell’artista. I nazareni credono di capire come vanno le cose e le giudicano, ma non hanno capito niente. Noi lo sappiamo solo perché vediamo la cosa da distante e sappiamo come la storia va a finire, ma nei loro panni sapremmo essere così umili da mettere in discussione le nostre idee preconcette? Questo episodio non ci è proposto perché noi giudichiamo quegli uomini, ma perché giudichiamo noi stessi. Avere fede significa mettersi in ascolto di Dio soprattutto nei momenti bui, quando ci sembra di non capire. Avere fede quando le cose vanno bene è molto facile. La fede si prova nell’oscurità. Siamo disposti a farci prendere per mano per essere guidati su un terreno sconosciuto? Ecco perché non dobbiamo mai stancarci di pregare e di chiedere, non di capire, ma di avere fede.

 

 

Liberazione (dMP)

La liberazione che ci offre il Cristo è oggi, per chi lo incontra davvero.

Chiesa deriva dal termine greco che significa assemblea e definisce l’insieme dei credenti, i quali sono comunità perché si raccolgono intorno alla stessa mensa dove viene spezzato il pane che è la Parola e il Corpo di Cristo. Ogni battezzato partecipa alla missione della chiesa che è annunciare in tutto il mondo la buona notizia dell’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù. Questa missione ci accomuna tutti, ciascuno secondo la sua vocazione e le sue capacità. Non è importante il ruolo, ma l’impegno, infatti noi veneriamo tra i santi tanto i papi come i semplici fedeli. Il mondo ha un grande bisogno di Dio e noi siamo chiamati a divulgare l’annuncio iniziato da Gesù e continuato dagli apostoli, perché la salvezza operata dal Cristo si compie ogni giorno. Nella sinagoga Gesù legge il profeta Isaia, un brano che parla del Messia e annuncia il compimento di quella profezia. Dice: oggi si è adempiuta. Non si tratta di quel giorno particolare del primo secolo, ma del nostro oggi, del presente di ogni uomo che scopre che il Signore si è incarnato e ci ha visitato. Gesù è una presenza e la sua voce grazie a Luca risuona adesso anche per noi. Si rivolge ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. E noi cosa c’entriamo? La povertà di cui parla è la mancanza di Dio, non delle sostanze in senso materiale. Se si legge nella cronaca che i ragazzi si usano violenza tra loro e si ammazzano, che i vicini di casa uccidono, che i terroristi continuano ad assassinare degli innocenti, non viene da pensare che questo mondo è senza Dio, cioè senza il Bene? Non perché Lui si nasconde, ma perché l’uomo lo esclude: ecco perché siamo poveri. Se non sappiamo riconoscere questi segni e non facciamo penitenza è perché siamo ciechi. Il nostro mondo non cerca la felicità, o meglio crede di farlo, ma in realtà cerca solo il piacere e questo lo rende schiavo mille volte, delle sue passioni, della droga, dei debiti delle infinite vendite rateali, dei desideri inappagati: non è una prigionia terribile? Chi è legato da simili catene vive una dura oppressione e sospira la liberazione. Dunque Gesù si rivolge proprio a noi e dice una sola parola: oggi. Questa rivelazione deve farci saltare come una puntura, come quando la tua squadra fa gol e tu salti su con le braccia al cielo anche se sei da solo davanti alla televisione. Non è fantastico? È oggi la nostra liberazione, non fra dieci o mille anni. Ecco perché bisogna pregare, leggere le scritture, confessarsi e fare la comunione, perché noi e il mondo intero abbiamo bisogno di Gesù.

Trasformazione (dMP)

Il Maestro può trasformare l’acqua della nostra povertà nel vino della sua ricchezza.

Nell’Antico Testamento viene esaltata Gerusalemme, ma in realtà era poco più di un villaggio su una collina sassosa e brulla. È una esagerazione? No la città è davvero meravigliosa perché è abitata dal Signore. S. Paolo parla dei diversi doni che arricchiscono la comunità. Chi ha qualche capacità particolare potrebbe inorgoglirsi e credere di avere dei meriti. L’Apostolo sottolinea che ogni carisma viene dallo Spirito Santo che agisce nei singoli a vantaggio della collettività. Queste letture ci facilitano la comprensione dell’episodio proposto nel vangelo di Giovanni. Dopo la visita dei Magi e il Battesimo, il miracolo delle nozze di Cana è considerata la terza epifania di Gesù, cioè la sua terza manifestazione. A Betlemme viene adorato dai Magi e l’adorazione è riservata a Dio, nel Giordano è indicato dallo Spirito Santo come il Messia e qui a Cana dimostra la sua onnipotenza. Il Maestro non voleva esporsi, ma la grande attenzione di sua madre per il prossimo, lo costringe a compiere il miracolo. Appare evidente che Gesù non riesce a sottrarsi alla volontà della Madonna. Maria lo mette con le spalle al muro e, anche se lui cerca di tirarsi indietro, lei si rivolge direttamente ai servitori: fate quello che vi dirà; non ha nessun dubbio che sarà obbedita dal figlio. Ecco perché è importantissimo pregare la Vergine, perché se lei si fa patrona della nostra causa, suo Figlio non può rifiutarle la grazia! L’intercessione di Maria è la chiave di accesso alla misericordia di Gesù. È interessante che il suo primo segno sia per allietare la festa dei suoi amici. Egli è nel mondo non solo per essere pane, ma anche come vino che scalda il cuore. C’è poi da notare che il Maestro non compie mai i miracoli senza la collaborazione degli uomini. Qui si avvale dei servitori, che devono riempire le giare d’acqua. Il vino che ne attingono è il migliore. Il significato di questo avvenimento è notevolissimo per la nostra vita spirituale. Vuol dire che l’importante è mettersi a disposizione, il resto lo fa il Signore. Le nostre poche capacità sono come quell’acqua, ma se le offriamo a Lui, diventeranno ottimo vino. Quindi nel rispondere al Signore che ci chiama a compiere il nostro dovere, ciascuno secondo la sua vocazione, non dobbiamo preoccuparci di noi stessi, di fare brutta figura o di non essere capaci, se ce lo chiede Lui e noi ci mettiamo con fiducia nelle sue mani, le nostre piccole energie diventano la Sua forza. Non bisogna avere mai paura, ma essere generosi e pronti, perché è Lui che trasforma, come un grande artista che fa di un sasso qualsiasi una scultura di valore inestimabile.

Battesimo (dMP)

Lo Spirito Santo porta Gesù come la colomba del diluvio il rametto di ulivo: il segno dell’inizio del Regno come l’ulivo rappresentava la presenza di un nuovo mondo da vivere e far vivere.

Per gli ebrei la santità implica la separazione dai peccati e da chi li commette. Il popolo eletto, essendo santo, cioè consacrato a Dio, deve essere separato dagli altri popoli, cosa che avviene ancora oggi. Per quella mentalità pensare che il Messia, il santo di Dio, si metta in fila con i peccatori per farsi battezzare, è un fatto assolutamente inconcepibile. Per questo gli esegeti dicono che il battesimo di Gesù è un episodio certamente accaduto, perché a nessuno scrittore ebreo sarebbe mai venuto in mente di inventare qualcosa di tanto estraneo alla tradizione. Invece l’Emmanuele, il Dio-con-noi, non solo si fa uomo, ma condivide l’esperienza degli uomini camminando vicino a loro, senza scandalizzarsi di mescolarsi ai peccatori. Egli comincia la sua vita pubblica dal Giordano, iniziando il Regno, come il suo omonimo Giosuè. Gesù e Giosuè derivano dallo stesso nome ebraico che è tradotto differentemente per distinguere le due figure. Giosuè è colui che guida il popolo nella terra promessa al termine dell’esodo durato quarant’anni. L’ingresso nella terra dei Padri avviene proprio dal Giordano, che si ferma davanti agli ebrei permettendo loro di attraversarlo all’asciu tto come il Mar Rosso. Anche l’annuncio del nuovo Regno comincia dalle acque di quel fiume. Si tratta però di una patria spirituale che si svilupperà pienamente solo nell’ultimo giorno. Gesù è colui che ci guida verso quella meta. Il segno della sua regalità è lo Spirito Santo che scende su di lui come una colomba. Questa figura ci ricorda un altro episodio: la fine del diluvio, quando Noè lascia uscire una colomba che torna con un ramo di ulivo nel becco. Quel rametto annuncia un mondo nuovo da abitare. Allo stesso modo la colomba dello Spirito Santo ci porta Gesù che è annuncio del nuovo Regno messianico: un nuovo inizio per l’umanità. Questo ci riconduce al nostro battesimo, che ha segnato l’origine della nostra vita cristiana facendo di noi i cittadini di quel Regno. Come gli ebrei di allora, anche noi nell’acqua battesimale abbiamo incontrato Gesù e il suo Spirito che ci invita a rinascere. L’episodio del battesimo nel Giordano è una delle tre grandi epifanie o manifestazioni di Gesù insieme alla visita dei Magi e al primo miracolo a Cana. Qui però c’è molto di più perché è tutta la Trinità a rivelarsi. Il Figlio è benedetto dalla presenza della colomba dello Spirito Santo e si fa sentire la voce del Padre. L’inizio della missione del Cristo collega la terra con il Cielo e ci permette una conoscenza più profonda del mistero di Dio nel quale il nostro battesimo ci ha immersi.

Il Viaggio (dMP)

I Magi rappresentano chi cerca l’Infinito e non ha paura di compiere un lungo viaggio pur di trovarlo.

Gloria a Dio nel più alto dei cieli, è il canto degli angeli che annunciano la nascita di Gesù. Perché il cielo è da sempre considerato la dimora di Dio? Intanto perché dall’alto Egli vede ogni cosa e il suo sguardo abbraccia tutto l’universo, ma non solo. La terra è un luogo di confusione e di continuo cambiamento, dovuto alla natura stessa che continuamente modifica e modella il nostro pianeta, e anche a causa dell’uomo che genera e distrugge governi e nazioni, provoca guerre, costruisce e demolisce. Il cielo invece è il luogo della perfezione. Le irraggiungibili stelle che ogni notte trapuntano la volta celeste sono le stesse che vedevano i nostri più antichi progenitori, e il moto di quegli astri è costante e immutabile. Niente disordine, non è caos, ma cosmos. In oriente c’è la Mesopotamia, la patria dei Magi, dove è nata la scienza delle stelle con cui i mistici hanno imparato a leggere negli astri la volontà segreta del Creatore. Questi sapienti non erano ebrei, non conoscevano nulla della storia di Israele, né mai avevano letto le antiche profezie, ma vedono nascere una stella. È un segno talmente straordinario che fa comprendere loro che è nato il Re dei re. Fanno allora un gesto di grande coraggio mettendosi in cammino senza sapere dove la stella li condurrà. La loro ricerca è simbolo del fatto che Dio è più grande di ogni religione e che è il Dio di tutti e non solo d’Israele. Essi riconoscono la presenza di un Creatore guardando il mistero della creazione. Oggi la scienza ci insegna moltissimo sulla bellezza e sull’infinita complessità e fantasia della natura. Come può tutto questo essere frutto del caso? Noi sappiamo per esperienza che dietro ogni grande opera si nasconde l’ingegno e la fatica di chi l’ha prodotta. Michelangelo non ha gettato a caso secchi di colori sulle volte della cappella sistina, né Einstein ha formulato la teoria della relatività scarabocchiando simboli e numeri alla rinfusa. Il creato ci parla del suo Autore, è un segno, e chi è coraggioso e curioso si mette in viaggio, come i Magi, affrontando il deserto e l’ignoto per fare il più grande degli incontri, per scoprire la Luce che fa brillare ogni stella. Dice il salmo 84: Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio. I Magi ci invitano a seguirli nel loro cammino verso Betlemme. Non è necessario avere doti straordinarie, ma solo il grande desiderio di incontrare la Verità.

Sacra Famiglia (dMP)

Compito di ogni educatore è far scoprire ai ragazzi qual è la loro vocazione.

Gesù è Gerusalemme per la pasqua. Ha dodici anni, l’età del Bar Mitzvah, che letteralmente significa figlio del precetto, il momento in cui il giovane ebreo, ormai adulto, si assume tutte le responsabilità dei suoi doveri morali e religiosi. È l’equivalente della nostra confermazione con cui si conclude l’iniziazione cristiana e si è considerati cristiani adulti. Gesù si intrattiene coi dottori, li ascolta e li interroga, quindi non si pone come superiore a loro, ma dimostra tutta la sua sapienza, che colpisce moltissimo quegli anziani. Il fatto è particolare perché questo confronto è durato due o tre giorni: lo studio delle scritture è un lavoro inesauribile e sempre apportatore di nuove idee e scoperte. Per quanto si vada a fondo c’è sempre qualcosa da imparare. Naturalmente Maria e Giuseppe sono preoccupati perché non hanno sue notizie da giorni, tuttavia Gesù non sembra affatto pentito del suo comportamento, è quasi spietato con loro. È molto più attratto dal Padre celeste e dalla Sua volontà. Davanti ai suoi genitori mostra di dare più importanza a Dio. Questa è l’ultima occasione in cui il vangelo ci parla di Giuseppe. La sua funzione è finita: egli ha condotto il figlio a scoprire chi è il suo vero Padre e come padre putativo, o potremmo dire come padre spirituale, si fa da parte perché Gesù ha compiuto la sua maturazione. Il ragazzo rimane coi suoi genitori per completare la sua crescita, ma ha capito l’orientamento della sua vita. I due sposi non comprendono e Maria conserva nel cuore queste cose. Le capirà più avanti. Sono quasi intimoriti di fronte a questa svolta della vita del loro ragazzo, ma non lo rimproverano più. Accettano il loro ruolo di accompagnatori della sua crescita. Applicato alla nostra vita, questo è un modello che va bene sia per i genitori, sia per chi, come i sacerdoti o gli educatori, collaborano alla formazione dei ragazzi. Sono anime che non ci appartengono e che noi dobbiamo guidare a scoprire di chi sono realmente figli. Ogni uomo è unico e amato in modo speciale dal Padre e per ciascuno c’è una particolare vocazione. La vera realizzazione di un uomo è capire qual è la volontà di Dio per lui e ogni educatore deve preoccuparsi che chi è affidato alla sua responsabilità lo scopra. Come Maria e Giuseppe siamo davanti a un mistero che va custodito e aiutato a realizzarsi. Questa è la prima educazione che dobbiamo preoccuparci di dare ai nostri ragazzi.

Portatori (dMP)

Come la Madre così anche noi dobbiamo imparare a portare il Figlio al mondo.

Maria ed Elisabetta si incontrano. Due storie speciali, che richiedono silenzio e raccoglimento per essere capite. Elisabetta piena di gioia per essere finalmente madre, ma anche bisognosa di aiuto perché sente i suoi anni. Maria che vuole staccarsi dal quotidiano per capire il senso della sua misteriosa maternità. Tace e aspetta che gli eventi maturino. Si affida silenziosamente. Ci penserà l’angelo a tranquillizzare Giuseppe e a permetterle di affrontare la sua vita familiare. Intanto lei va da sua cugina per rendersi utile. La cosa però evidente è che, più del suo aiuto pratico, Elisabetta apprezza la presenza di Gesù dentro di lei. Maria è il tramite di un contatto meraviglioso. Questo è un modello per noi. Dobbiamo imparare a portare Gesù agli altri: è la cosa davvero più importante. Non c’è carità senza preghiera, non c’è azione senza contemplazione. Il mondo ha bisogno di Gesù prima di tutto e Lui ha bisogno di persone che lo rendano presente attraverso l’amore per gli altri. Madre Teresa ha insegnato alle sue suore a pregare per un’ora prima di incontrare i poveri. Ogni mattina le sorelle rinnovano la presenza di Cristo nel loro cuore per portarlo a chi soffre. È questa la loro prima carità. Anche nel nostro mondo ricco e distratto la più grande povertà è l’assenza di Dio, non perché Lui si nasconda, ma perché viene escluso. Gesù continua a cercare una capanna dove poter trovare posto. Bisogna pregare perché Maria ci porti suo Figlio e anche per diventare come lei, capaci di accogliere Gesù nel nostro cuore e portarlo a chi ne ha bisogno. La nascita del Salvatore non si sarebbe potuta realizzare senza il sì detto dalla Madre. Ogni Natale abbiamo la grande opportunità di dire il nostro sì, di chiedere con tutto il cuore a Gesù di servirsi di noi per illuminare la notte del mondo.
È opportuno che ci prepariamo bene ad accogliere il Signore. Quando un ospite importante viene a farci visita, puliamo bene la casa e tiriamo fuori le stoviglie migliori. Anche per Gesù dobbiamo avere la stessa preoccupazione preparandogli un posto degno nel nostro cuore con una buona confessione. Confrontiamoci con i due precetti che riassumono tutta la legge: ama Dio con tutto il cuore e ama il prossimo come te stesso. Chi può dire in tutta coscienza di aver sempre messo il Signore al primo posto? Allo stesso modo chi può affermare che ha agito sempre senza nessun egoismo e si è dato agli altri con la stessa totale generosità con cui Gesù si dona a noi?

Il vero discepolo (dMP)

“Cosa devo fare?” è la domanda del discepolo, di chi vuole imparare ed è pronto a mettersi in discussione.

Un discepolo è chi vuole imparare, chi si fida del Maestro. Se uno pensa di sapere già, non sente di certo il bisogno di mettersi alla scuola di qualcuno. Ecco perché il vero discepolo è colui che chiede: cosa devo fare? Anche gli ascoltatori di Giovanni, colpiti dalle sue parole, gli rivolgono questa domanda. È segno che sono disposti a cambiare, o quanto meno a mettersi in discussione. Non è possibile incontrare veramente qualcuno se non ci si mette in gioco. Quando da adolescenti si comincia a interessarsi dell’altro sesso, si scopre che non si può pretendere l’amore di qualcuno come si pretende l’amore della mamma, ma bisogna conquistarlo. Costruire un rapporto personale vuol dire mettersi in gioco, uscire da sé e andare incontro all’altro. Per cui all’annuncio di Giovanni che invita a preparare la strada al Signore, è giusto chiedersi come fare. È interessante notare che la risposta non è uguale per tutti. Giovanni invita a dividere il superfluo coi poveri e questo vale per tutti, ma poi due categorie particolari chiedono cosa fare: i pubblicani e i soldati. I primi sono gli esattori delle tasse, collaborazionisti con l’invasore e generalmente inclini a fare la cresta sui tributi. I secondi sono il braccio armato dell’oppressione, facili al sopruso e alla prepotenza. Non sono certo le migliori categorie. È importante sottolineare che Giovanni non chiede loro di cambiare mestiere, ma di esercitarlo con onestà. Questo significa che chiunque può preparare un posto per il Signore che viene, nella generosità e facendo onestamente il suo dovere. Non si tratta di cose impossibili evidentemente. Insomma siamo invitati a fare un esame di coscienza e a pensare concretamente come migliorare riguardo a questi due aspetti. Essere attenti agli altri è osservare nella quotidianità il precetto dell’amore per il prossimo. Nell’attenzione agli altri si incarna l’amore per il Signore, che non è qualcosa che si vive solo in chiesa o nella preghiera, ma un abito (abitudine), cioè una costante disposizione spirituale. Fare bene il proprio dovere è vivere il quotidiano come un modo per portare Gesù nel nostro ambiente e fare giorno per giorno la sua volontà. Il Signore vuole servirsi di noi per raggiungere il nostro prossimo. Il Messia che viene cambia la storia. La sua presenza segna l’anno zero, non si può prescindere da questo evento. Egli opera una purificazione, cioè un battesimo, che è Spirito Santo e fuoco. Il vento, cioè lo Spirito, che soffia via la pula e lascia solo il grano; il fuoco che brucia le scorie e lascia solo il metallo puro. Siamo pronti all’esame?

Deserto (dMP)

Giovanni Battista ci invita a creare lo spazio adatto per accogliere Colui che viene.

Il profeta Baruc (I lettura) era il segretario di Geremia e scrive dall’esilio babilonese dove gran parte del popolo si trova deportato. Si rivolge ai suoi connazionali rimasti a Gerusalemme che vivono miseramente in una città semidistrutta. Il profeta si rivolge alla capitale personificata incoraggiandola con la speranza dei tempi messianici. I suoi figli le sono stati allontanati dai nemici, ma torneranno. Le valli riempite e i monti spianati simboleggiano qui il futuro di un Regno dove il dolore e la fatica non avranno posto. Anche l’Apocalisse descrive il mondo nuovo come la Gerusalemme celeste, illuminata in eterno dal Sole di Giustizia. Queste parole valgono ugualmente per noi che viviamo nel caos della città terrena nella speranza di vedere un giorno il trionfo del bene sul male. Anche Giovanni Battista, è un uomo vissuto in un preciso momento storico, tuttavia, dato che è stato il precursore del Messia che ha cambiato la storia, la sua voce non ha tempo, si rivolge agli uomini di ogni epoca. Il vangelo (Mt 3,4) lo presenta come un asceta vestito di peli di cammello, che vive nel deserto cibandosi di cavallette e miele selvatico. Così viene raffigurato, appoggiato al suo bastone, col dito che indica il cielo. Le sue parole parlano di deserto e di purificazione. Ci invita a preparare una via al Signore, spianando e colmando le asperità per renderle piane. Ci dice che se vogliamo incontrare Gesù dobbiamo fargli posto, fare silenzio, essere accoglienti. Gli ostacoli più grossi da rimuovere dalla strada che prepariamo al Messia sono di certo i nostri peccati, ma ancora più grandi, vere montagne e difficili da eliminare, sono le cause di quei peccati. Ecco perché Giovanni ci invita nel deserto, cioè ci invita all’essenzialità. Avere tante cose vuol dire tante distrazioni, tanti desideri, molta inquietudine. Il deserto è anche silenzio, qualcosa di ignoto per noi. I nostri potenziali silenzi sono riempiti di televisione, radio, cinema, musica… Il Signore non ci può trovare, perché noi gli sfuggiamo, siamo imprendibili, non ci fermiamo mai in una girandola di impegni. Il Maestro dice che se vuoi pregare devi entrare nella tua stanza e chiudere la porta, lasciare cioè fuori il rumore e la confusione. Fermati, ci invita Giovanni, chiudi occhi e orecchie e apri il cuore. Prova a sederti in silenzio, facendo risuonare dentro di te una sola parola: vieni Signore, e poi ascolta. È un’esperienza che bisogna fare, le parole non la spiegano né la comunicano. È così che i sentieri sono raddrizzati perché Gesù possa raggiungerci.

Fine del mondo (dMP)

L’attesa del ritorno di Gesù non è una minaccia di morte, ma la speranza per il futuro.

Dopo aver celebrato Cristo Re, la festa che chiude l’anno liturgico, il nuovo ciclo si apre con l’Avvento, che è il tempo dell’attesa del Messia. In queste prime domeniche la nostra attenzione è focalizzata sulla seconda venuta di Gesù, quella che segnerà la fine del mondo e il giudizio dei vivi e dei morti. Sarà un avvenimento terribile e meraviglioso allo stesso tempo. Come in un parto la gioia del Regno sarà preceduta dalla tribolazione della fine del mondo e del giudizio. Il profeta Geremia nella prima lettura ci descrive il futuro messianico caratterizzato dalla pace e dall’adempimento delle promesse, ma dobbiamo ancora arrivarci. Siamo ancora prigionieri del tempo. Ogni giorno il sole sorge e tramonta e non possiamo farci niente. Il nostro corpo cresce e invecchia, è sano o malato e non ci chiede il permesso. I nostri desideri e bisogni scandiscono il succedersi della giornata finché il sonno non ci costringe a fermarci per ricominciare al risveglio. Il futuro è sempre fonte di preoccupazione: sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Molti cercano di esorcizzare tutto questo occupando la mente con il lavoro, con il divertimento, con qualche droga, con qualsiasi cosa che leghi al presente. Il nostro mondo è schiavo del presente, fa finta di essere immortale, perché ha paura del futuro. È angosciante, ma non definitivo. Alza la testa, ci dice il Maestro, la tua liberazione è vicina. Ecco chi aspettiamo, il liberatore. Il tempo dell’avvento ci aiuta a pensare al nostro futuro non come ad una condanna, ma come ad una liberazione. Non è il succedersi di giorni tutti uguali, ma è la speranza di un’attesa, di un incontro. Per questo Gesù ci invita alla vigilanza. Non vuol dire consumarsi nell’inquietudine, ma vivere il vangelo. È quello che San Paolo scrive ai Tessalonicesi: fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti. Essere vigilanti significa dunque anticipare la pace del Regno vivendo già ora in armonia. Ecco il criterio per vivere bene il presente e per realizzare la felicità. Nessuno di noi può vivere da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se siamo animati dal desiderio di fare del bene al prossimo, allora ogni singolo atto è un’occasione di essere rispettosi e servizievoli. Questo è il paradiso, cioè una società fondata sull’amore. Il Signore lo si incontra nel prossimo. Amando gli altri non temiamo il suo arrivo improvviso perché di fatto è già con noi.

LA SETTIMANA 2019
Num. 946 del 21 apr 2019
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Notiziario 1/2019
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