Don Mauro Pozzi (dMP)

Nuovo Inizio (dMP)

La Pasqua ci parla di un nuovo inizio, ma per arrivare alla resurrezione bisogna passare dalla passione: mai paura siamo con Lui!

In questa settimana abbiamo ripercorso il terribile cam-mino di Gesù verso la croce. Egli ha dovuto sopportare non solo il dolore fisico ma anche il rifiuto del suo popolo, il tradimento di Giuda e l’abbandono dei suoi che si sono dispersi dopo il suo arresto. Nel momento della morte ha poi sperimentato una lontananza straziante dal Padre, che gli ha fatto gridare Dio mio, Dio mio, perché mi hai ab-bandonato, il lamento che apre il salmo 23. Da questo baratro di solitudine e di sofferenza lui risorge! Pensate a come dovevano sentirsi la Maddalena e l’altra Maria quel-la mattina. Nei loro occhi ancora vivissimo lo strazio della crocifissione. Il loro Gesù, il Maestro, la ragione della loro vita era morto goccia a goccia davanti a loro senza che potessero far nulla per alleviare anche solo un poco la sua inumana sofferenza. Nei loro cuori il vuoto di un fu-turo senza di lui, senza più speranza. Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi»! In un momento pas-sato e futuro scompaiono davanti al presente della sua resurrezione. Si può pensare ad una gioia più grande? Il buio della morte è cancellato dalla luce infinita del Risor-to. Il cielo tocca la terra e la rinnova, la fa rinascere. Il cuore di chi accoglie il Signore, il nostro cuore, diventa la gemma, il fiore, che annuncia una meravigliosa primave-ra. Il mondo ci parla di croce e di Calvario, tiene il nostro sguardo incollato a terra, ma Gesù ci offre di risorgere con lui, di aprire il cuore su un orizzonte infinito, di alza-re la testa vittoriosi sul male e sul peccato. Ecco la nostra speranza e la nostra gioia. Siamo certo ancora in cammi-no, dobbiamo affrontare la fatica del quotidiano col suo carico di inevitabile sofferenza, ma Gesù cammina accan-to a noi e ci guida verso la vittoria della resurrezione. La parola dell’angelo è rivolta anche a noi: non abbiate pau-ra! La resurrezione è la vittoria definitiva del Cristo che vince il mondo. Possiamo immaginare la corsa a perdifia-to delle due donne e la gioia del loro annuncio che è come un’esplosione tra i discepoli affranti e confusi. Viviamo anche noi l’esultanza della resurrezione. Il mondo non è più lo stesso, si è aperta la via al cielo, rinnoviamo la spe-ranza: il Signore è risorto!

Offrire (dMP)

Il nostro piccolo sacrificio può diventare un’offerta a favore di tutti.

Gesù sa perfettamente a quale fine si sta avvicinando, ma non vi si sottrae, anzi gli va incontro decisamente: non ci può essere resurrezione senza la morte. Il tradimento di Giuda è imminente e non cerca di evitarlo perché bisogna morire al mondo per entrare nel Regno. Il Maestro non ha paura e ci dà l’esempio. La sua passione è straziante, viene umiliato, oltraggiato, coronato di spine, flagellato, cioè ferito scientificamente in ogni parte del corpo, trasci-nato sotto il peso del suo stesso patibolo e infine lasciato soffocare inchiodato a un legno. Pensate al dolore di sua Madre, della Maddalena e di chi lo amava, nel vederlo morire così, goccia a goccia, sotto i loro occhi. Uno strazio infinito. Avrebbero voluto sollevarlo in qualche modo, ma non si poteva. Gesù ha voluto sopportare questo enorme peso da solo, a immagine del peso del nostro peccato che Lui porta sulla croce per farlo morire con sé. C’è un epi-sodio narrato nel libro dei Numeri (cap. 21), che aiuta a capire. Gli ebrei si lamentavano del viaggio nel deserto e del cibo leggero, la manna, e furono assaliti da dei ser-penti velenosi che li mordevano uccidendoli. Per fermare il castigo Dio dice a Mosè di fabbricare un serpente di bronzo e metterlo su un palo, chiunque fosse stato morso e avesse guardato il serpente sul palo si sarebbe salvato. Questi serpenti sono il simbolo del peccato che distrugge e uccide, ma sul palo della salvezza non c’è un fiore o un sole o il simbolo della salute, ma ancora un serpente. Ge-sù è come quel serpente, si fa peccato, assume le sem-bianze di quel peccato, perché noi possiamo volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto ed essere salvati. La sua passione e morte diventano un dono per tutti, un’offerta al Padre per la salvezza di ogni uomo. Quando il Maestro dice: rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguimi, ci in-vita a partecipare alla sua passione. Ciò non significa che ci dobbiamo far crocifiggere o che dobbiamo cercare delle sofferenze speciali, ma che possiamo trasformare ogni piccolo o grande dolore della nostra vita in un’offerta al Padre come ha fatto Lui. Questo ci permette di vivere ogni sofferenza, dalla piccola contrarietà al dolore fisico, come un gesto di amore per Dio e per il prossimo.

La Vita (dMP)

Gesù si commuove di fronte al nostro dolore e ci fa vedere che è vita in cui sempre possiamo sperare.

Il rapporto tra Gesù e i farisei aveva raggiunto la massima tensione. L’intento del Maestro era quello di gettare i semi del suo Regno, insegnando che l’amore di Dio è una disposizione interiore prima di tutto. Per questo aveva detto alla samarita-na che era ora di adorare Dio in spirito e verità. Egli affermava il suo insegnamento coi miracoli e non rinunciava a provocare i benpensanti violando il sabato. I farisei invece erano così at-taccati alla lettera della legge che ne avevano fatto una sorta di idolo, tanto che non furono capaci di riconoscere la presen-za del Messia. Il loro fanatismo li rendeva ciechi. Gesù aveva rischiato di essere lapidato e dunque si era allontanato dalla Giudea. Quando viene a sapere della malattia di Lazzaro e de-cide di tornarvi, i suoi discepoli si mettono in agitazione. Tommaso dà voce al loro sentimento dicendo: andiamo a mori-re con lui. È convinto che la pelle la rischiano tutti. Alla paura dei suoi, Gesù oppone invece una grande determinazione. Parlando della morte di Lazzaro come l’occasione della sua glorificazione, non pensa certo al suo successo personale, ma al fatto che il miracolo della resurrezione sarebbe stato il pre-testo per il suo arresto. Non mostra né paura, né cedimento, ma va incontro alla morte con decisione. Il gesto che compie ha un grande valore simbolico. Certamente quando Lazzaro è uscito vivo dal sepolcro avranno provato una grande gioia, ma il poveretto è dovuto morire un’altra volta! Cosa serve risorge-re se si muore di nuovo? Ecco perché se Gesù ha compiuto questo segno, lo ha fatto una volta di più per affermare coi fatti che le sue parole sono verità: io sono la resurrezione e la vita. È anche molto importante la sua commozione, che esprime la sua compassione e partecipazione al dolore delle sorelle di Lazzaro. Gesù si commuove anche per noi, quando ci vede prostrati dalla sofferenza, dalla fatica e anche dal pec-cato. È pronto a farci risorgere. Lazzaro è coperto da una pie-tra pesantissima, è legato e fasciato, è morto da quattro giorni e quindi già mezzo decomposto, eppure risorge. Questo ci dà una speranza enorme, è come se Gesù ci dicesse, non importa se sei un disgraziato pieno di peccati, anche se sei caduto così in basso che il tuo peccato ti blocca e ti schiaccia come una pietra tombale, se hai fiducia in me, io ti faccio rialzare. Que-sta è la resurrezione che dobbiamo desiderare adesso, ed è quella che si compirà alla fine dei tempi, quando nonostante tutto, ritorneremo a vivere rinnovati anche nel corpo, e non per i nostri meriti, ma perché siamo suoi amici, come lo era Lazzaro.

Guardare e vedere (dMP)

Vediamo quello che guardiamo? Se no, cosa ce lo impedisce, cosa ci acceca?

Il fatto che nel mondo esistano persone più fortunate di altre è un mistero. Noi viviamo in una società ricca, abbiamo scuole, ospedali, previdenza sociale ecc., ma molte popolazioni del mondo non hanno nemmeno il necessario per vivere. Cosa abbiamo fatto per meritarlo? Non si può rispondere. I discepoli vorrebbero giudicare la sfortuna del cieco e metterla in relazione con le colpe della sua famiglia, ma Gesù dice che la menomazione di quell’uomo è parte del piano divino. Un piano cui noi non abbiamo accesso. Non spetta a noi giudicare, piuttosto dobbiamo aver fiducia nella Provvidenza. Il Maestro decide di guarirlo. Ha appena detto di essere la luce del mondo e subito compie un gesto che conferma le sue parole. Impasta del fango con la saliva, lo spalma sugli occhi dell’uomo e lo manda alla piscina. Il fango ricorda la creazione, l’acqua il battesimo. L’uomo è solo argilla e le sue capacità sono menomate se non c’è in lui il soffio dello Spirito, la purificazione che viene da Dio. La vera luce che permette di vedere è la fede che è un dono. Il miracolo è compiuto di sabato, quando la legge prescrive di non lavorare, ma Gesù ha fatto del fango usandolo come medicazione e quindi ha violato il sabato. Inizia allora il confronto tra chi si dice vedente e chi non dovrebbe vedere. I farisei guardano il miracolo, ma non vedono la mano di Dio. Ciò che impedisce loro di capire è la pretesa di giudicare sulla base della legge e non dello Spirito. Lo Spirito infatti soffia dove vuole e non sono i limiti delle cose umane che lo possono fermare. Questo vale anche per noi. Dio non è di proprietà della chiesa cattolica, ma parla al cuore di ogni uomo del pianeta e può fare miracoli anche senza di noi. Il Figlio dell’uomo è padrone del sabato, ciò significa che il Padre è il sovrano e noi dobbiamo ubbidire e non pretendere di comandare. I veri ciechi sono allora i farisei, il cui peccato rimane, perché credono di vedere. Ci sono poi i genitori dell’uomo che possono apprezzare più di tutti il segno compiuto da Gesù, ma non vogliono riconoscerlo, perché hanno paura. Essi rappresentano i cristiani che si nascondono e non hanno il coraggio di prendere posizione. Alla fine il cieco è l’unico che vede. Affronta apertamente i farisei e riconosce Gesù. Nonostante sia un uomo semplice li mette con le spalle al muro. Vede perché ha la luce della fede. Tutto questo può servirci come un esame di coscienza. Quante volte guardiamo senza vedere, senza saper riconoscere la presenza di Gesù nella nostra vita, e quanto spesso pretendiamo di giudicare il suo operato!

Quaresima al tempo del Corona (dMP)

La nostra umanità assetata può trovare nell’acqua viva di Gesù il suo sollievo.

Gesù è stanco e assetato, fa caldo ed è mezzogiorno. È ora di mangiare, infatti i discepoli sono andati a prendere del cibo in città. Nel rivelare tutta l’umanità del Maestro l’evangelista introduce i veri protagonisti di questa storia: la sete e l’acqua. Gesù si rivolge a una donna straniera. I samaritani erano il resto degli ebrei del nord che, scampati alla deportazione assira, erano rimasti in patria ma si erano assimilati con le popolazioni pagane e per questo, pur avendo conservato il culto e la legge, non erano stimati veri ebrei. Le donne poi non godevano di grande considerazione a quei tempi. Gesù si manifesta anche per questi stranieri cominciando a far capire l’universalità del suo messaggio e sceglie una donna, cioè un testimone “debole”, come ha fatto per la sua resurrezione, per confondere i forti (1Cor 1,27), per mostrare che il suo Regno si afferma grazie a Dio e non agli uomini. Al capitolo 25 del vangelo di Matteo, nel brano del giudizio finale, Gesù dice che gli eletti lo hanno dissetato quando hanno dato da bere a chi ne aveva bisogno. L’uomo bisognoso è immagine del corpo stanco e assetato del Signore che chiede da bere a noi. I grandi santi della carità hanno adorato il Cristo nei poveri dandoci l’esempio. In cambio della tua acqua, ci dice Gesù, io ti darò la mia, che sazierà la tua sete per sempre, anzi farà di te una sorgente. Il primo incontro con questa fonte è stato il nostro battesimo, che è una rigenerazione, una morte e una resurrezione. Il Signore propone questa rinascita alla donna, la quale risponde in modo un po’ aspro: sì dammi la tua acqua così risparmio la fatica di venire ad attingere tutti i giorni. Non capisce veramente quello il Maestro le sta offrendo e lui, come sempre con delicatezza, le fa vedere che legge nel suo cuore. Non c’è giudizio nelle sue parole, solo una sottile ironia che fa eco a quella della donna. L’atmosfera cambia, ella capisce che è un maestro che le parla, ma insiste ancora sulla diversità del culto. Bisogna adorare in spirito e verità, si può andare al tempio senza fede o a messa senza ascoltare nemmeno una parola: quello che conta è il cuore e lo Spirito che lo abita. La donna scappa in città e lascia lì la brocca. È venuta per attingere, ma ha trovato qualcosa di molto più dissetante e, proprio come diceva Gesù, diventa lei stessa sorgente per i suoi concittadini, invitandoli a conoscerlo e incontrarlo. Lasciamo anche noi la nostra brocca ai piedi di Gesù perché ce la riempia della sua acqua viva.

Luce (dMP)

La luce di Cristo trasfigurato è la presenza del divino nella realtà che gli occhi della fede ci permettono di vedere.

Tutto cominciò con la vocazione di Abramo. Esci dalla tua terra, cioè dalle tue certezze, dai tuoi schemi e mettiti in cammino. Una parola che vale per gli uomini di ogni tempo e dunque anche per noi: se vogliamo incontrare Dio dobbiamo fare silenzio e con tanta umiltà lasciargli l’iniziativa, senza pretendere di essere noi a stabilire come devono andare le cose. Abramo fece il suo primo passo lasciando casa e famiglia paterna e Dio camminò con lui, educandolo e facendolo crescere, fino al momento in cui gli chiese il sacrificio di Isacco, ossia il sacrificio completo della sua volontà, in favore del piano divino. Abramo non fu per questo schiacciato o umiliato, anzi divenne ricco sia spiritualmente che materialmente e il suo nome è rimasto nella storia come quello degli uomini più grandi. Non era però un re o un condottiero, ma un semplice pastore. Abbandonarsi a Dio è sempre un guadagno, ecco perché il tentatore continuamente cerca di far credere il contrario. Pietro, Giacomo e Giovanni erano anch’essi uomini semplici, dei pescatori senza istruzione. Il segno è chiaro: la sapienza viene da Dio e non dagli uomini. Essi hanno risposto alla chiamata di Gesù e ora si trovano ad essere testimoni di un evento che segna la fine del tempo dell’Antico Testamento e l’inizio del Nuovo. Mosè è il grande liberatore del popolo, un uomo leggendario che ogni ebreo avrebbe voluto conoscere, egli rappresenta la Legge, la Torà, che è il fondamento dell’ebraismo. Elia raffigura invece i profeti, la voce di Dio nella storia, coloro che hanno guidato la crescita del popolo lungo i secoli. Entrambi sono davanti a loro vivi. È qualcosa che non solo non ha precedenti, ma non avverrà mai più. Pietro dà voce allo stupore e all’entusiasmo quando esclama: Signore, è bello per noi restare qui. Vuole restare lì per sempre. In pochi secondi si trova a camminare nella storia e scopre che lui, povero pescatore Galileo, è nel cuore e nel progetto di Dio da tutta l’eternità. Addirittura i tre sentono la voce del Padre. Quando Mosè nel deserto chiese a Dio di far sentire la sua voce al popolo, la gente ne fu così atterrita che lo supplicò di non udirla mai più. Ecco perché i tre apostoli crollano al suolo, sono sopraffatti, in estasi. Gesù con questa esperienza rivela la sua divinità ai discepoli e dunque a noi e ci mostra che credere in lui significa entrare nella vita divina e partecipare al progetto infinito che il Padre ha nel cuore dall’eternità. È un invito alla contemplazione e al silenzio, perché siamo al cospetto del mistero eterno della nostra salvezza.

Quarantena e contagio (dMP)

La quaresima è il tempo per isolarsi dal contagio del peccato.

La tentazione esiste perché siamo liberi. Dio ha creato l’uomo per amore. L’amore si fonda sulla libertà. Non si può costringere ad amare e dunque il Signore nel mettere Adamo nel giardino, lo pone di fronte alla scelta dell’amore: accettare la paternità di Dio, oppure rifiutarla e optare per l’autonomia. Non è un trabocchetto malizioso, fatto oltretutto da chi sapeva già come sarebbe andata a finire, ma è il dono della libertà. La strategia del tentatore è la stessa sia per Adamo che per Gesù: fa leva sull’amor proprio, spinge perché l’uomo cerchi sé stesso, usi della sua libertà per accrescere il suo orgoglio. Suggerisce ad Adamo di sostituirsi a Dio nel decidere cosa è bene e cosa è male, lo invita a misconoscere la paternità del Creatore e ad agire come se il mondo fosse proprietà sua. Gesù è vero Dio e vero uomo. È nato da una donna e ha dovuto affrontare tutte le prove della condizione umana. Oltre al dolore e alla morte, che non gli sono state risparmiate, ha dovuto subire la tentazione. Gesù incontra il diavolo subito dopo il battesimo, cioè dopo che ha compiuto il passo di accettare la sua missione. Il tentatore mette sempre alla prova le nostre scelte, lo fa anche con Gesù e cerca di sedurlo spingendolo a cercare successo e affermazione. Vuole che il Messia, anziché utilizzare le sue capacità per fare la volontà del Padre, le sfrutti a suo vantaggio. Trasformare i sassi in pane è la tentazione della ricchezza, dell’avere, che fa credere di poter far fronte a qualunque necessità comprando una soluzione del problema. Gesù è però deciso a cercare la Parola, cioè la volontà, di Dio. Il demonio allora prova a far leva sul desiderio di essere famoso e ammirato. Se ti butti dal pinnacolo tutti vedranno che gli angeli ti salvano e così ti ammireranno. E infine il potere. Invece di mettere le tue doti al servizio degli altri, usale per conquistarli e sottometterli. La risposta del Maestro è quella che dovrebbe dare ognuno di noi: adora il Signore Dio tuo, a lui solo rendi culto. Non cercare te stesso, cerca il Signore. Il risultato non è un annichilimento di sé, ma una piena realizzazione, infatti gli angeli si avvicinano e lo servono. Gesù è il nuovo Adamo, colui che dà origine all’umanità nuova e la novità è proprio nel rifiuto del peccato originale. L’uomo Gesù non rinnega Dio, non cerca la sua volontà, ma quella del Padre e ci indica la strada. All’inizio della Quaresima siamo invitati a imitarlo. Questa è la conversione, voltare le spalle alla nostra pretesa di autonomia e andare incontro al Signore per risorgere con Lui.

Presentazione (dMP)

La luce della Sua presenza è un faro di speranza.

Nella notte della fuga dall’Egitto si era abbattuta sul popolo del Nilo la decima piaga: la morte dei primogeniti. I bambini degli Ebrei erano stati risparmiati grazie al sangue dell’agnello che segnava gli stipiti delle porte delle loro case. Da allora i primogeniti del bestiame e della prole erano considerati sacri al Signore per cui andavano riscattati con un sacrificio. Nel caso di un bambino la legge prescriveva il sacrificio di due tortore o due giovani colombe. Maria e Giuseppe, ebrei osservanti, vanno a Gerusalemme per compiere il rito come molti altri genitori, il Tempio era infatti l’unico luogo di culto, per cui molti altri genitori e bambini saranno stati con loro, ma Simeone e Anna, i due anziani profeti, tra tutti quei neonati, riconoscono Gesù. È lo Spirito che apre loro gli occhi. Simeone, prima del sonno della morte, vede la luce del Cristo, e la sua esultanza è diventata l’inno che da secoli si dice nella compieta, la preghiera che si recita prima di dormire. È molto bella questa immagine: nel buio incombente, la luce di Cristo è un faro di speranza. Ecco il segno delle candele. Nel purgatorio Dante fa recitare alle anime compieta: Te lucis ante terminum…; è un’immagine che mi ha sempre commosso. Quelle anime che aspirano alla visione di Dio siamo noi, che desideriamo con tutto il cuore di vedere la Luce della Sua Salvezza nel buio della faticosa vita che stiamo vivendo. Siamo invitati a riconoscere la presenza della Sua luce nella nostra vita, a capire che Gesù illumina i momenti belli e rischiara le tenebre dei momenti brutti che ognuno di noi attraversa. Dobbiamo chiedere il dono dello Spirito per riconoscere la Sua presenza nella nostra vita, presenza che spinge ad una scelta, mette in luce quello che è nei cuori, per questo è segno di contraddizione. Tutto questo non è indolore, e implica un travaglio per l’umanità e una sofferenza anche per la Vergine, che sarà testimone della passione di suo Figlio. Il prezzo più alto però, lo paga certamente il Padre che, pur avendo risparmiato i figli primogeniti degli ebrei, non risparmia il suo, che muore innocente sulla croce. Maria e Giuseppe sono sempre più coscienti che a loro è affidato un compito grande e difficile, ma lo vivono con compostezza e fiducia. Anche se queste cose superano la loro comprensione lasciano che il disegno provvidenziale si sveli vegliando sul piccolo Gesù che insieme a loro cresce e si fortifica in sapienza e grazia. Ci insegnano ad avere sempre fiducia e mai fretta, lasciando al Signore i suoi tempi.

Prontezza (dMP)

I primi 4 Apostoli rispondono con meravigliosa prontezza alla chiamata di Gesù.

L’attività di Gesù ha inizio al nord, in Galilea, sulle rive del lago di Cafarnao, non molto lontano da Nazaret dove il Maestro viveva con la sua famiglia. Gli evangelisti ten-gono sempre a precisare che gli avvenimenti narrati non sono casuali, ma confermano fedelmente le profezie messianiche dell’Antico Testamento. Gesù è dunque il Messia che annuncia il Regno. Molti suoi contemporanei pensavano che si trattasse di un regno terreno, cioè la restaurazione della monarchia e la liberazione dal giogo dell’impero romano, mentre la prospettiva è ben più am-pia perché non riguarda qualcosa di temporale, ma di eterno. Il nostro fine è abitare nella casa del Signore per lunghissimi anni, come dice il salmo 22, e la conversio-ne significa desiderarlo. Gesù vuole attirare a sé tutti gli uomini e per questo inizia a mettere le fondamenta della Chiesa, che dovrà continuare la sua opera, chiamando i suoi primi collaboratori. Non si rivolge a persone istruite o a dei religiosi, ma a semplici pescatori. Offre loro di continuare a gettare le reti, ma in un mare molto più grande e per una preda ben più importante: anime da salvare, ed essi, con un meraviglioso slancio, subito ac-cettano. Questo stesso invito è rivolto anche a noi. Tutti apparteniamo alla chiesa e siamo tutti chiamati a com-piere la sua missione di annunciare il vangelo, la buona notizia della salvezza. Ciascuno ha il suo carisma, il suo dono, che deve mettere a frutto perché tutti possano es-sere raggiunti. È la vocazione missionaria della chiesa, che non riguarda solo il vescovo e i suoi preti, ma tutti. Non è necessario fare cose straordinarie, solo accogliere Gesù nella nostra vita. Quando il Maestro incontrò la samaritana le disse: chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diven-terà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eter-na. È Gesù stesso che, come acqua zampillante, si rende visibile nella vita di chi lo ama. Tutto quello che dob-biamo fare è accoglierlo e amarlo in ciò che facciamo ogni giorno. Occorre imparare a pregare perché il Signo-re ci mostri che cosa vuole da noi e poi, con lo stesso fantastico slancio degli apostoli, farlo subito.

Testimonianza (dMP)

Anche noi come Giovanni Battista dobbiamo diventare testimoni.

Giovanni chiama Gesù l’agnello di Dio. Questo appellativo deri-va dai profeti che parlano del Messia come di un agnello condot-to al macello. In particolare Isaia (53) descrive Gesù come colui che prende su di sé il peccato. È un riferimento anche al sacrifi-cio espiatorio che consisteva nel cacciare un agnello dall’accampamento dopo averlo caricato dei peccati di tutti. È il famoso capro espiatorio che ancora nominiamo. C’è anche un rimando all’agnello mangiato dagli ebrei la notte della fuga dall’Egitto, il cui sangue segnava gli stipiti delle porte dove l’angelo della morte non doveva entrare per uccidere i primoge-niti. Ha una grande importanza l’ultima frase detta dal Battista: io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio. Noi conosciamo Gesù grazie alla testimonianza di Giovanni Bat-tista, degli apostoli e dei discepoli che lo incontrarono sulla ter-ra. L’Apostolo Giovanni nella sua prima lettera dice di annun-ciare il Verbo che lui ha udito, visto e toccato. Un riferimento ai sensi che dà l’idea di una familiarità profonda e di una realtà. I racconti di questi testimoni furono il veicolo della conoscenza di Gesù delle prime generazioni di cristiani e lo sono anche per noi, ma l’incontro che oggi facciamo col Maestro si avvale anche della testimonianza dei nostri contemporanei. Infatti il Cristo non è solo un personaggio storico, nato ai tempi di Augusto e morto ai tempi di Ponzio Pilato, ma è il Risorto, è vivo e si lascia incontrare anche da noi. Ogni volta che celebriamo messa fac-ciamo memoria, riviviamo i fatti della passione morte e resurre-zione di Gesù, che poi si rende visibile e tangibile nel pane e nel vino, corpo e sangue suoi. Ecco allora che noi ne facciamo espe-rienza, il nostro diventa un incontro personale, che si rinnova nella comunione, nei sacramenti e nella preghiera. Io sono di-ventato sacerdote perché ho incontrato Gesù, lui è entrato nella mia vita e mi ha chiesto di consacrarmi. Non con la voce, ma at-traverso persone, avvenimenti e stando vicino a me nella mia preghiera. Per cui ve lo testimonio, lo conosco, è il mio Salvato-re. Quindi come io sono stato guidato dalla testimonianza dei miei maestri, ora cerco di suscitare il desiderio di incontrarlo nelle persone che mi sono affidate. Anche voi dovete essere te-stimoni, coi figli, i familiari, gli amici, chi incrociate sul vostro cammino. Questo è essere chiesa.

Battesimo di Gesù (dMP)

Il Battesimo di Gesù ci immette nella vita Trinitaria.

Il battesimo di Gesù è la sua seconda epifania o manifesta-zione. Il rito di Giovanni non è ancora quello cristiano. Si trattava di una liturgia di purificazione, nella quale il peni-tente veniva “lavato” dai suoi peccati, mentre nel sacramento cristiano, oltre alla cancellazione delle colpe, si viene battez-zati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Si è così inseriti nella vita trinitaria partecipando dell’amore che lega le tre Persone divine. In questo episodio, non solo è ma-nifestata la missione di Gesù, ma la stessa Trinità. Tutte le domeniche dicendo il credo noi facciamo la nostra professio-ne di fede trinitaria, diciamo di credere in un solo Dio che si manifesta in tre persone. Ciascuna di esse è Dio, non solo una sua parte, e ciascuna è legata alle altre da un legame di amore tale da farne una sola natura. Non è un concetto che si possa comprendere del tutto, in quanto sembra contrad-dittorio alla nostra esperienza che qualcosa possa essere tre e uno contemporaneamente, ma, il fatto che l’Altissimo sia nello stesso tempo singolare e plurale, ci aiuta a capire che Dio non è una realtà numerabile, ma è Infinito. Tornando al vangelo, il Padre è manifestato dalla sua voce, la quale pre-senta al mondo il Figlio con il segno dello Spirito Santo. La colomba che rivela lo Spirito, ricorda quella che annunciò a Noè la fine del diluvio portando nel becco un ramoscello d’ulivo. Era il segno di un nuovo mondo da popolare, mentre la colomba dello Spirito Santo porta Gesù stesso, che è an-nuncio del Regno messianico: un nuovo inizio per l’umanità. Lo Spirito Santo ha parlato per mezzo dei profeti: è dunque Dio stesso che si fa ispirazione e guida. Infatti è Lui che, per mezzo degli uomini, o per meglio dire, nonostante gli uomini, governa la Chiesa e ispira i credenti affinché cerchino e ma-nifestino la volontà del Padre. Infine è lo Spirito che esprime l’amore che lega le tre Persone divine, e la sua presenza su Gesù dice che il Figlio non è solo un profeta, ma Dio stesso, in quanto unito al Padre. Anche noi nel battesimo e nella cresima abbiamo ricevuto lo Spirito Santo e possiamo così entrare nella vita della Trinità partecipando dell’amore divi-no. In questa vita la nostra è una partecipazione evidente-mente imperfetta, ma sarà totale quando arriveremo in pa-radiso. È importante che capiamo la grandezza di questo do-no e non ci stanchiamo di ringraziare e di chiedere che agi-sca sempre più profondamente nella nostra vita trasforman-doci in amici di Dio e profeti, come dice il libro della Sapienza (Sap. 7, 27).

Il Verbo (dMP)

Accogliamo chi non è stato accolto!

Quello che abbiamo letto è noto come il Prologo, il brano che apre il quarto vangelo, in cui Giovanni mette subito l’accento sulla divinità di Gesù. Rispetto ai Sinottici (i primi tre vangeli) questo ha un taglio diverso, più teologico perché sottolinea la divinità del Maestro. Il Verbo è la parola creatrice, la Verità che si avvera dando vita all’universo. Giovanni Battista annuncia che la luce infinita viene nel mondo, quella luce che illumina e dà vita ad ogni uomo, eppure, constata l’evangelista quasi incredulo, non è stata riconosciuta né accolta. È la tragedia dell’umanità di ogni epoca e soprattutto della nostra, sia perché questi sono gli unici tempi che ci è dato vivere, sia perché il mondo progredito che ci illudiamo di abitare non sa riconoscere che non si è fatto da solo. L’Incarnazione è la mano tesa di Dio all’uomo. Chi è capace di accogliere il Bambino ha il potere di diventare figlio di Dio, cioè di recuperare la condizione perduta col peccato originale. È una generazione nuova che non ha nulla a che fare con la carne e il sangue, cioè con la genetica umana, ma nasce direttamente dall’Infinito amore. San Paolo prega perché ci sia data la sapienza per comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi. Siamo figli e dunque eredi di quella eternità da cui tutto proviene. Bisogna fermarsi a riflettere su questa enorme fortuna, che è gratuita, cioè gratis data. Non ce la siamo meritata, ma ci è donata da Colui che non gode per la morte del peccatore, ma vuole la sua vita. Il Verbo infinito si fa carne, cioè finito e mortale, per generarci di nuovo. Questa è grazia che si somma alla grazia, è qualcosa che una persona sensata non avrebbe nemmeno il coraggio di desiderare. Come possiamo rispondere a tanto amore? Si capisce allora la travolgente emozione dei mistici che non vogliono altro che tuffarsi nell’abbraccio paterno e smisurato di Dio! Dall’Antico Testamento conosciamo il Dio della Legge che può apparire lontano, irraggiungibile. Gli ebrei non riescono a sopportare il suono terribile della sua voce e chiedono a Mosè di essere loro intermediario. Ma il Signore non vuole arrivare a noi per interposta persona e si fa piccolo perché lo si possa guardare e accogliere senza paura. Diventa uno di noi per darci modo di essere come Lui. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. Chiediamo col cuore di avere il dono della Sapienza per riconoscerlo e accoglierlo. Cerchiamo di essere degni di un regalo così grande.

Sagrada Famiglia (dMP)

Giuseppe e Maria hanno avuto un contatto diretto con il
Paradiso quando gli angeli si sono manifestati loro annunciando
la nascita di Gesù, il Messia. Possiamo immaginare
lo stupore e la trepidazione per essere stati scelti, proprio
loro in tutta la storia dell’umanità e di Israele, ad essere la
famiglia del Cristo. Chissà come hanno immaginato il loro
futuro. Ebbene non credo proprio che abbiano immaginato
che il loro figlio, l’Atteso dalle genti, dovesse venire al mondo
in una stalla, ma ancor meno che appena nato già fosse
oggetto di persecuzione tanto da dover fuggire in esilio. Noi
che conosciamo tutta la storia possiamo fare dei bei ragionamenti,
dire che Gesù ripercorre il cammino di Israele che
da Canaan andò in Egitto per poi tornare con Mosè. Possiamo
mettere in parallelo la storia di Giosuè, colui che fa
entrare il popolo nella terra promessa e il cui nome è lo
stesso di Gesù, con quella del Messia che ci fa entrare nel
Regno promesso; ma Giuseppe e Maria che sono scappati
davvero, che hanno rischiato la pelle, cosa avranno pensato?
Si saranno detti: cominciamo bene! Eppure non si sono
persi d’animo né disperati, ma hanno fatto un passo dopo
l’altro fidandosi dell’angelo che li ha sempre accompagnati.
Non sappiamo quanto tempo siano rimasti in Egitto, né cosa
abbiano fatto per vivere, ma certo erano esiliati e soli.
Anche loro hanno dovuto fare l’esperienza della fede. È facile
credere quando tutto va bene, c’è la salute, gli affari
prosperano, ma quando le cose si mettono male, subito
pensiamo che Dio si sia dimenticato di noi. Guardiamo allora
alla Sacra Famiglia, al modello straordinario di fede
che sono per noi. Hanno avuto fiducia nella Provvidenza,
non hanno giudicato l’operato di Dio e hanno tenuto duro.
Il modo in cui Dio porta a compimento i suoi progetti non
ci è noto. Quello che vediamo è che i risultati non mancano,
ma le sue vie non sono le nostre. La fantasia dello Spirito
Santo è infinita e fa in modo che tutto si realizzi senza
però sconvolgere la storia umana. Chi non crede non si accorge
di niente, pensa di dirigere gli eventi, mentre invece
gli angeli, espressione della Provvidenza, tessono la trama
del futuro e della salvezza. Impariamo anche noi ad accettare
il nostro piccolo esilio, le nostre piccole fatiche, perché
l’amore di Dio non ci abbandona mai.
Mt 1, 18-24

Padre spirituale (dMP)

San Giuseppe è l’immagine di ogni paternità, soprattutto spirituale.

La tradizione raffigura Giuseppe come un uomo anziano, perché quando Gesù è adulto sembra essere già morto. Ama moltissimo la sua fidanzata Maria, tanto che, quando viene a sapere che è incinta, mette da parte il suo amor proprio e pensa di licenziarla in segreto senza fare uno scandalo. Le apparenze gli dicono che la ragazza lo ha tra-dito e chiedere una clamorosa soddisfazione sembra del tutto legittimo, ma lui non pensa a meschine rivalse, quan-to al futuro di Maria. L’apparizione in sogno dell’angelo mi-gliora solo apparentemente le cose. Infatti, anche se il tra-dimento non ha avuto luogo, i suoi progetti circa la sua fa-miglia futura sono certamente sconvolti. Suo malgrado è chiamato ad accettare di essere il padre putativo di un bambino che comunque non è suo. Tuttavia, ogni papà sa che un figlio non si sceglie, ma nasce con le sue doti e la sua personalità e, anche se può somigliare fisicamente ai genitori, è una persona a sé. Per questo Giuseppe si fida di Dio e si mette a disposizione: il suo sì vale quanto quello di Maria. Diventa così il modello di ogni paternità. Il compito di un padre, e soprattutto di un padre spirituale, è quello di guidare il proprio figlio fino a quando è pronto a camminare da solo per poi lasciarlo andare verso il suo futuro, senza legarlo a sé. Giuseppe accompagna Gesù nella sua crescita, lo protegge, gli dà il buon esempio, gli insegna il suo me-stiere, lo tiene accanto a sé con amore e premura, fintanto che la sua presenza è utile. L’ultima volta che incontriamo Giuseppe nel vangelo è quando, insieme a Maria, ritrova il fanciullo Gesù nel tempio che disputa coi dottori. La mam-ma, che dopo tre giorni di ricerca è al colmo della preoccu-pazione, gli chiede il perché di quel comportamento. Il gio-vane risponde in modo disarmante: perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? Ora che ha piena coscienza di chi è suo Padre, il suo percorso è compiuto e lo è anche il compito di Giuseppe, così la sua figura silenziosamente esce di scena. La gran-dissima umiltà e la totale dedizione al progetto di Dio fanno di lui una figura gigantesca nella storia della salvezza. È degno della gloria riservata ai più grandi santi. Ecco perché Gesù dice che perdere la propria vita significa salvarla: affi-darsi a Dio e accettare il suo progetto è l’unico modo per essere davvero grandi.

Immacolata (dMP)

Maria è l’inizio di una umanità nuova.

Papa Pio IX, nel proclamare il dogma dell’immacolata concezione nel 1854, scriveva: La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale. Il criterio teologico con il quale si è sempre creduto in questo mistero è quello della convenienza: non si può infatti pensare che Dio, somma perfezione e somma purezza, possa aver ricevuto la natura umana da una creatura toccata, anche se brevemente, dal peccato. Questo dogma non va confuso col concepimento verginale di Gesù, si riferisce infatti alla concezione di Maria. Fu la stessa Vergine nell’apparizione di Lourdes nel 1858 a Bernadette Soubirous, a presentarsi con le parole Io sono l’Immacolata Concezione. Ancora prima, nel 1830 Catherine Labouré, novizia nel monastero di Rue di Bac, fece coniare una medaglia con il testo di una preghiera “vista” durante un’apparizione della vergine Maria: O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi. La Madonna è l’esempio e l’aspirazione di ogni fedele a vivere una vita senza peccato. La sua è una forma di predestinazione dovuta alla prescienza di Dio che però rispetta la libertà della Vergine, la quale accoglie la volontà del Padre pronunciando liberamente il suo Eccomi.
Solo due donne sono nate senza il peccato originale: Eva e Maria. La prima è stata la madre del genere umano, ma a causa del peccato, ci ha generati in questo mondo corrotto dal peccato stesso. Maria invece generando Gesù è stata la madre della Salvezza. Noi, tra le altre cose, la veneriamo come Madre della Chiesa, cioè del nuovo popolo di Dio, che sarà libero dal peccato e introdotto, alla fine dei tempi, nel Regno. Così come Adamo ed Eva, umanità delle origini, erano destinati all’immortalità, anche noi dopo la resurrezione saremo ricondotti a quella dignità che abbiamo perduto. Ecco allora che Gesù e Maria sono i nuovi Adamo ed Eva. L’Immacolata è la festa che ci ricorda questo dono della misericordia del Padre.

Attesa (dMP)

L’Avvento è il tempo dell’attesa: come attendiamo Gesù, come il liberatore o come il giudice?

L’avvento è il tempo dell’attesa del Messia. Ci prepara a celebrare il Natale, la sua prima venuta, ma ci ricor-da anche che il mondo aspetta la redenzione che si compirà nell’ultimo giorno quando Gesù, il Figlio dell’uomo, tornerà nella gloria. Di questo ci parla la prima lettura, che descrive il tempio di Gerusalemme come una calamita che, nel giorno dell’avvento del Messia, attirerà a se tutti gli uomini: un fiume che, anziché scendere, sale sul monte. Il regno sarà di pace e prosperità, non si costruiranno più armi, ma aratri per seminare e falci per mietere. Tutto il mondo cam-minerà nella sua luce. È una visione meravigliosa che dà senso e speranza alla nostra attesa. Non conoscia-mo il momento in cui questo avverrà, per cui bisogna essere pronti come chi fa la guardia. Il diluvio, come tutte le calamità, è piombato sugli uomini ignari, solo Noè e la sua famiglia si sono potuti salvare. Ognuno conduceva la sua vita di sempre, un giorno dopo l’altro, senza pensare. Non facciamo così anche noi? Tutti facciamo dei programmi per il futuro, ma il vero futuro è l’eternità, a questo bisogna essere pronti. I contemporanei di Noè lo prendevano in giro perché co-struiva una barca in mezzo al deserto. Spesso si tro-vano persone che considerano la preghiera, e la vita spirituale in genere, come delle attività assolutamente inutili, proprio come se si stesse fabbricando una bar-ca dove non c’è acqua; ma la vita non è solo mangiare e bere, prendere moglie e marito, questo ci dice Noè. Svegliatevi dal sonno ci ammonisce San Paolo. Chi va avanti giorno dopo giorno, rincorrendo una felicità so-lo materiale, è come un sonnambulo che non distin-gue il sogno dalla realtà. Vale la pena che ci prepa-riamo, non tanto a una catastrofe, quanto a un bellis-simo incontro. Ecco il senso dell’Avvento, fare di tutto per essere quello dei due che viene preso, piuttosto che essere lasciato. Preparare con cura un luogo dove il Signore possa fermarsi e stare con noi, non come un nemico, un ladro che ci sorprende, ma come un ospite atteso e desiderato.

Epilogo (dMP)

Cristo Re dell’universo è l’epilogo di tutta la storia della salvezza.

Nell’antichità di Israele la monarchia non si affermò immediatamente, ma solo dopo il lungo periodo dei Giudici. Il Profeta Samuele che consa-crò Saul primo re, cercò anzi di dissuadere i suoi contemporanei ricor-dando loro che il re avrebbe preteso tributi, arruolato i giovani, preso le ragazze come cortigiane. In una parola, il peso della monarchia sarebbe ricaduto sulle spalle del popolo. Nel presente non sembra che le cose siano cambiate. I pochi monarchi che oggi sono rimasti sono persone lontane dai loro sudditi, che vivono in ricchi palazzi partecipando in modo marginale alla vita pubblica, apparendo anzi più spesso nei gior-nali scandalistici che sulle pagine della politica. La regalità di Cristo appare molto diversa. La sua corona è di spine, i suoi gioielli sono le sue piaghe e il suo trono è la croce. Non è affatto lontano dai suoi, ma anzi ne condivide da vicino la sorte. Il buon ladrone ci insegna molto sulla preghiera. Succede anche a noi di sentirci in croce, perché la sof-ferenza è un’esperienza comune nella vita. Non si tratta di un errore, come a volte vorrebbero farci credere, ma di un dato di fatto. Prova ne è che Gesù stesso, figlio di Dio, ha dovuto affrontarla, non gli è stata ri-sparmiata, altrimenti potremmo giustamente dubitare che il Maestro sia stato effettivamente un uomo come noi. Il ladrone è poi crocifisso dai suoi errori, come lui stesso riconosce rimproverando il compagno. La cosa importante è proprio questa, egli sa ammettere le sue colpe, non si lascia andare all’autocommiserazione e non si vergogna di invocare Ge-sù, che è accanto a lui nella sofferenza. Il fatto che il Maestro non scen-da dalla croce, come gli suggeriscono beffardamente i suoi aguzzini, si-gnifica che l’ingiustizia che viene dal cuore degli uomini, deve essere corretta dagli uomini stessi e la redenzione deve essere desiderata, scel-ta liberamente, non imposta. Il Regno di Cristo non è di questo mondo, ma non ci è precluso. Gesù, il Re, è torturato in modo infinitamente più ingiusto e crudele di quanto capiti a noi. Questa terribile ingiustizia può diventare la nostra giustizia, se sappiamo alzare lo sguardo sulla croce chiedendo di farci entrare nel suo Regno. Il potere regale del Cristo si manifesta nella sua infinita misericordia, egli non esita un attimo, non fa cadere con degnazione la sua decisione, ma dice: OGGI sarai con me. Lo dice a noi!

Tempio (dMP)

Sono i fedeli a render vivo un tempio, senza fede è solo una rovina.

Ai tempi di Gesù il giudaismo si esprimeva secondo quattro grandi correnti: gli Esseni che vivevano nel deserto in una comunità autarchica e separata; gli Zeloti che volevano ritornare ad essere un regno autonomo con la lotta armata contro i romani; i Farisei, il cui pensiero è la radice dell’ebraismo moderno; ed infine i Sadducei, che erano legati alle tradizioni più antiche e che dunque negavano la resurrezione, anche se ritenevano che l’anima sopravvivesse al corpo. La provocazione di questi ultimi ci permette di gettare uno sguardo sull’aldilà. La tentazione più frequente degli increduli è di immaginare la vita oltre la morte come se fosse del tutto simile a quella che viviamo ora. Anche questi sadducei non fanno eccezione e pensano che pure in paradiso ci si sposi. Se fosse così allora bisognerebbe mantenere la famiglia, andare a lavorare, sopportare il capoufficio. Per l’eternità? No grazie! Questo è il loro ragionamento, e non fa una piega. L’errore sta nel valutare la realtà spirituale con le categorie umane. Il divino non ha niente a che fare con ciò che è terreno ed è quello che Gesù vuol far capire ai suoi interlocutori. Il nostro destino non è rimanere semplici uomini, ma diventare figli di Dio. San Giovanni, nella sua prima lettera, dice molto esplicitamente: saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è. Essere degni dell’altro mondo significa dunque essere divinizzati. Saremo uguali agli angeli, esseri spirituali, che non hanno un corpo mortale come noi. Il corpo in sé non è un aspetto negativo della nostra esistenza visto che è destinato alla resurrezione, cioè ad essere glorificato, ma finché siamo in vita, è soggetto alle conseguenze del peccato originale, cioè alla fatica, al dolore e alla morte. Come tutto il resto della creazione, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo, dice San Paolo (Rm 8,22). Ecco la fondamentale differenza, dopo la resurrezione non saremo più gli stessi, saremo figli di Dio. L’altro mondo non è un luogo, un posto fatto di nuvolette, è l’incontro con l’Amore che finalmente sazia il nostro cuore. L’Apocalisse (21, 3-4) descrive in modo meraviglioso il paradiso: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. Non è possibile concepire tutto questo se pensiamo al nostro futuro eterno come ad una vita simile a quella attuale.

Aldilà (dMP)

La vita oltre la vita non sarà simile a quella presente (per fortuna)

Ai tempi di Gesù il giudaismo si esprimeva secondo quattro grandi correnti: gli Esseni che vivevano nel deserto in una comunità autarchica e separata; gli Zeloti che volevano ritornare ad essere un regno autonomo con la lotta armata contro i romani; i Farisei, il cui pensiero è la radice dell’ebraismo moderno; ed infine i Sadducei, che erano legati alle tradizioni più antiche e che dunque negavano la resurrezione, anche se ritenevano che l’anima sopravvivesse al corpo. La provocazione di questi ultimi ci permette di gettare uno sguardo sull’aldilà. La tentazione più frequente degli increduli è di immaginare la vita oltre la morte come se fosse del tutto simile a quella che viviamo ora. Anche questi sadducei non fanno eccezione e pensano che pure in paradiso ci si sposi. Se fosse così allora bisognerebbe mantenere la famiglia, andare a lavorare, sopportare il capoufficio. Per l’eternità? No grazie! Questo è il loro ragionamento, e non fa una piega. L’errore sta nel valutare la realtà spirituale con le categorie umane. Il divino non ha niente a che fare con ciò che è terreno ed è quello che Gesù vuol far capire ai suoi interlocutori. Il nostro destino non è rimanere semplici uomini, ma diventare figli di Dio. San Giovanni, nella sua prima lettera, dice molto esplicitamente: saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è. Essere degni dell’altro mondo significa dunque essere divinizzati. Saremo uguali agli angeli, esseri spirituali, che non hanno un corpo mortale come noi. Il corpo in sé non è un aspetto negativo della nostra esistenza visto che è destinato alla resurrezione, cioè ad essere glorificato, ma finché siamo in vita, è soggetto alle conseguenze del peccato originale, cioè alla fatica, al dolore e alla morte. Come tutto il resto della creazione, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo, dice San Paolo (Rm 8,22). Ecco la fondamentale differenza, dopo la resurrezione non saremo più gli stessi, saremo figli di Dio. L’altro mondo non è un luogo, un posto fatto di nuvolette, è l’incontro con l’Amore che finalmente sazia il nostro cuore. L’Apocalisse (21, 3-4) descrive in modo meraviglioso il paradiso: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. Non è possibile concepire tutto questo se pensiamo al nostro futuro eterno come ad una vita simile a quella attuale.

Desiderare l’incontro (dMP)

Zaccheo si rende disponibile all’incontro con Gesù. Anche noi lo desideriamo?

Il vangelo di oggi ci parla ancora della preghiera descrivendocela come il desiderio di un incontro, la voglia di conoscere il Signore. La storia di Zaccheo è una metafora della nostra vita. Gesù è una figura affascinante, anche per gli uomini di oggi. C’è però una folla che lo sottrae alla vista. La folla delle mille occupazioni che riempiono il nostro quotidiano, le innumerevoli distrazioni, il grande brusio che copre la sua voce. La piccola statura del pubblicano ricorda gli orizzonti limitati di chi non sa più alzare lo sguardo verso qualcosa di grande. Abbiamo ancora degli ideali? Molti messaggi suadenti ci suggeriscono che il massimo della vita è soddisfare immediatamente ogni desiderio, cercare la comodità, avere tante cose e volerne sempre di più. Questo ci inchioda al presente e ci rende scontenti. Ci sembra di non avere abbastanza. La grande speranza dell’uomo medio è vincere al superenalotto così da potersi comprare la vita comoda che ci fanno sognare i pubblicitari. Ecco cosa significa essere piccoli di statura, non riuscire a vedere oltre la massa che intruppa, che trascina. La folla non incontra Gesù, lo cerca come un fenomeno, lo segue finché moltiplica i pani e guarisce, ma rimane compatta nel suo conformismo. Zaccheo vuole qualcosa di più. Vuole un approccio personale, vuole uscire dal gregge dei pecoroni: vuole un ideale per crescere. Allora si arrampica sul sicomoro uscendo dal mucchio impersonale e il Maestro lo nota subito, perché lui non è un numero nella folla, è un uomo che desidera incontrarlo. Ecco la chiave. Se ci accontentiamo di guardare Gesù da lontano, distrattamente, come i tanti personaggi famosi che non sono reali, ma figurine che appaiono in televisione o sui giornali, lui rimane uno sconosciuto. Se invece lo vogliamo incontrare davvero, dobbiamo desiderarlo, salire su un albero perché ci possa vedere. In altri termini dobbiamo farci trovare. Infatti il Signore bussa discretamente alla porta del nostro cuore, ma noi siamo impegnati a correre dietro al lavoro, ai mille desideri, non abbiamo tempo. E questo ci rende imprendibili. Fermati. Siedi in silenzio nella tranquillità della tua stanza, chiudi la porta ai rumori e sentirai. Hai mai chiesto a Gesù di entrare nella tua vita? Bisogna volerlo e averne il coraggio. Infatti la vita di Zaccheo non è più la stessa, rinuncia alla sua avidità, restituisce il maltolto, in una parola si converte, ma è pieno di gioia. Lo chiedo a me stesso e lo domando a ciascuno di voi: desideri veramente incontrarlo?

LA SETTIMANA 2020
Num. 982 del 5 apr 2020
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IL PONTE
Num. 1 - Mar 2020
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Maria Santissima

Santa Monica

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Notiziario 3/2019
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