Don Mauro Pozzi (dMP)

Il vero discepolo (dMP)

“Cosa devo fare?” è la domanda del discepolo, di chi vuole imparare ed è pronto a mettersi in discussione.

Un discepolo è chi vuole imparare, chi si fida del Maestro. Se uno pensa di sapere già, non sente di certo il bisogno di mettersi alla scuola di qualcuno. Ecco perché il vero discepolo è colui che chiede: cosa devo fare? Anche gli ascoltatori di Giovanni, colpiti dalle sue parole, gli rivolgono questa domanda. È segno che sono disposti a cambiare, o quanto meno a mettersi in discussione. Non è possibile incontrare veramente qualcuno se non ci si mette in gioco. Quando da adolescenti si comincia a interessarsi dell’altro sesso, si scopre che non si può pretendere l’amore di qualcuno come si pretende l’amore della mamma, ma bisogna conquistarlo. Costruire un rapporto personale vuol dire mettersi in gioco, uscire da sé e andare incontro all’altro. Per cui all’annuncio di Giovanni che invita a preparare la strada al Signore, è giusto chiedersi come fare. È interessante notare che la risposta non è uguale per tutti. Giovanni invita a dividere il superfluo coi poveri e questo vale per tutti, ma poi due categorie particolari chiedono cosa fare: i pubblicani e i soldati. I primi sono gli esattori delle tasse, collaborazionisti con l’invasore e generalmente inclini a fare la cresta sui tributi. I secondi sono il braccio armato dell’oppressione, facili al sopruso e alla prepotenza. Non sono certo le migliori categorie. È importante sottolineare che Giovanni non chiede loro di cambiare mestiere, ma di esercitarlo con onestà. Questo significa che chiunque può preparare un posto per il Signore che viene, nella generosità e facendo onestamente il suo dovere. Non si tratta di cose impossibili evidentemente. Insomma siamo invitati a fare un esame di coscienza e a pensare concretamente come migliorare riguardo a questi due aspetti. Essere attenti agli altri è osservare nella quotidianità il precetto dell’amore per il prossimo. Nell’attenzione agli altri si incarna l’amore per il Signore, che non è qualcosa che si vive solo in chiesa o nella preghiera, ma un abito (abitudine), cioè una costante disposizione spirituale. Fare bene il proprio dovere è vivere il quotidiano come un modo per portare Gesù nel nostro ambiente e fare giorno per giorno la sua volontà. Il Signore vuole servirsi di noi per raggiungere il nostro prossimo. Il Messia che viene cambia la storia. La sua presenza segna l’anno zero, non si può prescindere da questo evento. Egli opera una purificazione, cioè un battesimo, che è Spirito Santo e fuoco. Il vento, cioè lo Spirito, che soffia via la pula e lascia solo il grano; il fuoco che brucia le scorie e lascia solo il metallo puro. Siamo pronti all’esame?

Deserto (dMP)

Giovanni Battista ci invita a creare lo spazio adatto per accogliere Colui che viene.

Il profeta Baruc (I lettura) era il segretario di Geremia e scrive dall’esilio babilonese dove gran parte del popolo si trova deportato. Si rivolge ai suoi connazionali rimasti a Gerusalemme che vivono miseramente in una città semidistrutta. Il profeta si rivolge alla capitale personificata incoraggiandola con la speranza dei tempi messianici. I suoi figli le sono stati allontanati dai nemici, ma torneranno. Le valli riempite e i monti spianati simboleggiano qui il futuro di un Regno dove il dolore e la fatica non avranno posto. Anche l’Apocalisse descrive il mondo nuovo come la Gerusalemme celeste, illuminata in eterno dal Sole di Giustizia. Queste parole valgono ugualmente per noi che viviamo nel caos della città terrena nella speranza di vedere un giorno il trionfo del bene sul male. Anche Giovanni Battista, è un uomo vissuto in un preciso momento storico, tuttavia, dato che è stato il precursore del Messia che ha cambiato la storia, la sua voce non ha tempo, si rivolge agli uomini di ogni epoca. Il vangelo (Mt 3,4) lo presenta come un asceta vestito di peli di cammello, che vive nel deserto cibandosi di cavallette e miele selvatico. Così viene raffigurato, appoggiato al suo bastone, col dito che indica il cielo. Le sue parole parlano di deserto e di purificazione. Ci invita a preparare una via al Signore, spianando e colmando le asperità per renderle piane. Ci dice che se vogliamo incontrare Gesù dobbiamo fargli posto, fare silenzio, essere accoglienti. Gli ostacoli più grossi da rimuovere dalla strada che prepariamo al Messia sono di certo i nostri peccati, ma ancora più grandi, vere montagne e difficili da eliminare, sono le cause di quei peccati. Ecco perché Giovanni ci invita nel deserto, cioè ci invita all’essenzialità. Avere tante cose vuol dire tante distrazioni, tanti desideri, molta inquietudine. Il deserto è anche silenzio, qualcosa di ignoto per noi. I nostri potenziali silenzi sono riempiti di televisione, radio, cinema, musica… Il Signore non ci può trovare, perché noi gli sfuggiamo, siamo imprendibili, non ci fermiamo mai in una girandola di impegni. Il Maestro dice che se vuoi pregare devi entrare nella tua stanza e chiudere la porta, lasciare cioè fuori il rumore e la confusione. Fermati, ci invita Giovanni, chiudi occhi e orecchie e apri il cuore. Prova a sederti in silenzio, facendo risuonare dentro di te una sola parola: vieni Signore, e poi ascolta. È un’esperienza che bisogna fare, le parole non la spiegano né la comunicano. È così che i sentieri sono raddrizzati perché Gesù possa raggiungerci.

Fine del mondo (dMP)

L’attesa del ritorno di Gesù non è una minaccia di morte, ma la speranza per il futuro.

Dopo aver celebrato Cristo Re, la festa che chiude l’anno liturgico, il nuovo ciclo si apre con l’Avvento, che è il tempo dell’attesa del Messia. In queste prime domeniche la nostra attenzione è focalizzata sulla seconda venuta di Gesù, quella che segnerà la fine del mondo e il giudizio dei vivi e dei morti. Sarà un avvenimento terribile e meraviglioso allo stesso tempo. Come in un parto la gioia del Regno sarà preceduta dalla tribolazione della fine del mondo e del giudizio. Il profeta Geremia nella prima lettura ci descrive il futuro messianico caratterizzato dalla pace e dall’adempimento delle promesse, ma dobbiamo ancora arrivarci. Siamo ancora prigionieri del tempo. Ogni giorno il sole sorge e tramonta e non possiamo farci niente. Il nostro corpo cresce e invecchia, è sano o malato e non ci chiede il permesso. I nostri desideri e bisogni scandiscono il succedersi della giornata finché il sonno non ci costringe a fermarci per ricominciare al risveglio. Il futuro è sempre fonte di preoccupazione: sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Molti cercano di esorcizzare tutto questo occupando la mente con il lavoro, con il divertimento, con qualche droga, con qualsiasi cosa che leghi al presente. Il nostro mondo è schiavo del presente, fa finta di essere immortale, perché ha paura del futuro. È angosciante, ma non definitivo. Alza la testa, ci dice il Maestro, la tua liberazione è vicina. Ecco chi aspettiamo, il liberatore. Il tempo dell’avvento ci aiuta a pensare al nostro futuro non come ad una condanna, ma come ad una liberazione. Non è il succedersi di giorni tutti uguali, ma è la speranza di un’attesa, di un incontro. Per questo Gesù ci invita alla vigilanza. Non vuol dire consumarsi nell’inquietudine, ma vivere il vangelo. È quello che San Paolo scrive ai Tessalonicesi: fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti. Essere vigilanti significa dunque anticipare la pace del Regno vivendo già ora in armonia. Ecco il criterio per vivere bene il presente e per realizzare la felicità. Nessuno di noi può vivere da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se siamo animati dal desiderio di fare del bene al prossimo, allora ogni singolo atto è un’occasione di essere rispettosi e servizievoli. Questo è il paradiso, cioè una società fondata sull’amore. Il Signore lo si incontra nel prossimo. Amando gli altri non temiamo il suo arrivo improvviso perché di fatto è già con noi.

Regno della Verità (dMP)

Gesù non esita a sacrificare sè stesso, al contrario di Pilato che, per mantenere il suo potere, sacrifica la verità.

Il profeta Daniele racconta una sua visione in cui un figlio
d’uomo, venuto con le nubi del cielo, riceve il regno e il potere
su tutte le nazioni. Gesù nel vangelo si riferisce a se stesso
come al figlio dell’uomo proprio rifacendosi al profeta. Questa
espressione ha un doppio significato. Gli ebrei la usavano,
come noi diciamo “il sottoscritto”, per dire “io”, mentre nei
testi rabbinici antichi indicava il Messia. È dunque molto
adatta a Gesù che è vero Dio e vero uomo. La stessa visione di
Daniele suggerisce che questa figura, benché umana
nell’aspetto, venendo dal cielo appartiene alla sfera della
divinità. Così il libro dell’Apocalisse presenta Gesù come il
principio e la fine, l’alfa e l’omega, Dio che finalmente dà
compimento al suo regno eterno. Ogni occhio lo vedrà: è il
tramonto della fede e l’alba della certezza, finalmente il regno
si realizza. Un regno di sacerdoti. La funzione del sacerdote è
quella di offrire sacrifici a Dio a nome del popolo. Oggi però il
sacrificio non è più materiale, come l’offerta degli animali, ma
spirituale. La morte di Cristo sulla croce è il sacrificio eterno
che rinnoviamo sull’altare ad ogni Messa. San Paolo nella
lettera ai romani (12, 1) dice: vi esorto fratelli a offrire i vostri
corpi come sacrificio vivente; a imitazione di Cristo (15,1) noi
che siamo i forti abbiamo il dovere di portare le infermità dei
deboli. Gesù diventa il modello di un sacerdozio nuovo che
offre non beni materiali esteriori, ma il cuore a vantaggio di
ogni uomo. Ecco perché in Cristo noi siamo tutti sacerdoti e
partecipiamo alla sua regalità. Il suo regno è completamente
diverso dai regni umani. Il confronto con Pilato lo rende
ancora più evidente. Il governatore vorrebbe liberare Gesù
capendo che non ha commesso nessuna colpa, ma deve
sacrificare la verità a vantaggio del suo potere. Quando i
giudei lo minacciano dicendo che se assolve il Nazareno non è
amico di Cesare, immediatamente ottengono la sentenza di
morte. Ecco la realtà della politica: il compromesso per
mantenere il potere. Gesù non vuole dominare, non cerca il
privilegio, vuole far crescere il suo gregge. Non ha paura di
spendersi a vantaggio nostro. Questo amore infinito è la
Verità che è destinata a trionfare su tutte le meschinità del
mondo. L’Apocalisse sottolinea che Cristo Re venendo sulle
nubi, sarà visto anche da chi lo ha trafitto. La croce è il
giudizio sul mondo, che nasconde la verità privilegiando
l’interesse, che uccide l’innocente per salvare il suo potere.
Celebrare invece la regalità del Cristo è ascoltare la voce della
Verità e diventarne i testimoni.

Autenticità (dMP)

Quello che conta davvero non è ciò che appare, ma l’intenzione del cuore. Il cuore più che la forma.

La cosa più difficile nella vita affettiva è imparare a donare. Il nostro istinto è quello di cercare di soddisfare prima di tutto le nostre esigenze, ma perché un rapporto sia equilibrato, non si può solo chiedere, bisogna anche dare. Più cresce la misura del dono, più l’amore si purifica. Chi ama in modo totale non si preoccupa più di se stesso, come fa una mamma con il suo bambino. Dio ci ama così, senza misura, senza calcolo. Ma ogni amore interpella, smuove la coscienza. Un figlio crescendo si accorge di quanto gli è stato donato gratuitamente e cerca di ricambiare. Spesso è la vita a spingere in questa direzione quando sono i figli che devono prendersi cura dei loro anziani genitori. Il nostro rapporto con Dio deve avere questa dinamica. Non possiamo sempre solo chiedere come fanno i bambini, ma occorre lasciarci interpellare dal Suo amore e domandarci come possiamo ricambiare. Questa consapevolezza trasforma il modo di essere religiosi. La religione può essere solo esteriore: norme, obblighi, riti; la preghiera può limitarsi ad una infinita serie di richieste, ma quando scopriamo la paternità di Dio, il suo amore personale, allora tutto quello che è esteriore diventa un mezzo per arrivare all’interiorità. La messa è molto più di un rito, è un incontro con Gesù che si rende presente nella Parola e nel Pane. La preghiera è molto più di una richiesta, diviene ascolto, intimità con Lui. Gesù è seduto davanti al tesoro del tempio e guarda la gente che vi getta dentro i soldi. Tutti fanno lo stesso gesto, ma il Maestro giudica l’intenzione che lo su-scita. Lui apprezza la vedova non per la consistenza dell’offerta, ma per la sua autenticità. Dio non ha bisogno di soldi, l’universo è suo, ha bisogno di figli che lo accettino come un padre: questo è molto più che una fredda e formale osser-vanza dei precetti. Lui oggi ci guarda e ci chiede: cosa fai qui in casa mia, sei venuto a trovare tuo padre per amore o a timbrare il cartellino del precetto domenicale? Uscito di qui cosa farai, mi porterai nel cuore dentro la tua vita o tornerai a fare le tue cose come se io non esistessi? Quando ero ragazzo mi resi conto che io facevo la stessa vita di tutti gli altri, sognavo i soldi e il successo come tutti gli altri, l’unica differenza era che andavo in chiesa un’ora scarsa alla domenica. Basta questo per dirsi cristiani? Gesù fa come la vedova, non misura il suo impegno per noi, ma si dà tutto, fino alla morte. Davanti a un amore tanto generoso come possiamo rispondere? Anche noi dobbiamo gettare nel tesoro del tempio la nostra vita, non semplicemente qualche briciola.

Un mondo d’amore (dMP)

La legge dell’amore è la ricetta della felicità.

Le leggi sono alla base dell’ordinamento civile. Ciascuno di noi desidera essere libero ed esprimersi secondo la propria coscienza e sa in cuor suo cosa è giusto, ma la libertà deve avere dei limiti. Il principio classico, che tutti conoscono, è che la libertà del singolo finisce dove inizia quella degli altri. Lo scopo delle leggi è appunto quello di stabilire i confini della libertà individuale in modo oggettivo. È il fondamento di un qualunque ordinamento civile, ma perché osservare le leggi? In genere la trasgressione è associata a un castigo, come la prigione o una multa. Allora dobbiamo dire che rispettiamo la legge per paura? Anche dal punto di vista religioso si può ragionare così: io rispetto i comandamenti sennò vado all’inferno. Che tristezza però! Questo significherebbe che la legge non mi appartiene, ma mi è imposta dall’esterno, per mezzo dello spauracchio della condanna. Invece il Maestro ci dice che la motivazione al rispetto della legge deve venire da dentro. La legge va rispettata per amore. Io mi comporto bene prima di tutto perché amo Dio, cioè coi fatti mi dimostro riconoscente verso Colui che mi ha dato la vita e ogni giorno mi regala il lago, i boschi, il sole, i miei amici e le persone care. E poi mi sforzo di amare tutti gli uomini perché sono miei fratelli, respirano la mia stessa aria, camminano sul mio stesso pianeta e soffrono delle stesse cose di cui soffro io. È soprattutto questo che ci fa sentire fratelli, la fatica quotidiana. Lo sai che la persona che è vicino a te vorrebbe essere amata proprio come te? Che desidera la felicità proprio come te? Che come te soffre perché il mondo sembra ingiusto e perché la vita è a volte tanto faticosa? Insomma siamo colleghi di sventura! Se poi penso che Gesù è morto per salvare me, io cosa ho fatto per meritarlo? Proprio niente, eppure l’ha fatto; e non è così anche per gli altri? Perciò noi dobbiamo amare il prossimo, cioè il vicino, perché è così importante che Gesù ha dato la sua vita per lui. Non bisogna poi tralasciare la motivazione che ci suggerisce Mosè, il quale ci raccomanda: ascolta, o Israele, e bada di mettere in pratica [i comandamenti]; perché tu sia felice. La legge è fonte di felicità. Per capirlo basta pensare come sarebbe bello il mondo se tutti si amassero e facessero di tutto per far star bene gli altri. Forse non possiamo cambiare il mondo, ma noi possiamo cambiare. Perciò cominciamo da noi stessi e cerchiamo di contagiare gli altri nel bene!

Desiderio di un incontro (dMP)

Il cieco ci rappresenta. Anche noi sentiamo la presenza di Gesù, ma non possiamo vederlo. Se lo chiamiamo gli permettiamo di avvicinarci.

Il verbo vedere non si riferisce solo all’uso degli occhi, ma significa anche saper cogliere e comprendere la realtà in senso più ampio. La vista ci permette di orientarci costruendo la mappa dello spazio in cui ci muoviamo. Questo spazio è anche interiore. In quest’ultima dimensione siamo per lo più tutti ciechi. Bartimeo rappresenta la nostra incapacità di vedere interiormente. Come il cieco noi ci rendiamo conto della presenza di Dio, lo sentiamo, ma non riusciamo a vederlo con chiarezza. Bartimeo però non si dà per vinto, è deciso a incontrare Gesù che gli passa vicino e si mette a gridare ripetutamente il suo desiderio: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! Questo è l’atteggiamento della preghiera. Dice Sant’Agostino: Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Come ci ha insegnato il Maestro stesso, non sono necessarie molte parole nella preghiera dato che il Signore conosce benissimo le nostre necessità. Quello che vuole da noi è un cuore ardente, un sincero desiderio di comunione con Lui. Come dice l’Apocalisse (3,20): Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il Signore rispetta sempre la nostra libertà e non si impone, sta a noi accogliere il suo invito. La preghiera ripetuta esprime un atteggiamento. Dispone il cuore all’accoglienza, permettendo così a Dio di raggiungerci. Molti però rimproverano il cieco perché smetta di gridare. Molti insinuano che pregare non serve perché tanto non si viene mai esauditi. Il fatto è che il Signore non è un distributore automatico di grazie, Lui vuole il nostro bene e ci dà quello che veramente ci serve. Al primo posto c’è la salute dell’anima e quindi se chiediamo la fede, la forza di fare il bene e di amare ci verrà data. Bartimeo è un uomo nel buio e chiede la luce, come noi sente la presenza di Gesù, ma non riesce a vederlo e allora lo invoca con tutte le sue forze. Coraggio! Alzati, ti chiama! La vera guarigione del cieco è che vede la Luce, cioè il Maestro. La salute del corpo conta relativamente, infatti nessuno può sfuggire alla morte. Perfino Lazzaro, benché resuscitato, ha dovuto morire una seconda volta! Se l’anima non è sana invece, è un problema molto più serio. A quella che Francesco nel Cantico delle Creature chiama la morte secunda, non c’è rimedio. Anche noi dunque dobbiamo invocarlo con tutto il cuore perché si mostri a noi in modo che ci sia possibile, come Bartimeo, vederlo e poterlo seguire lungo la strada.

Essere i primi (dMP)

Il Maestro ci chiede di cercare il primato nel servizio e non nel potere

Gesù è venuto a instaurare il regno. Il profeta Isaia (I lettura) aveva predetto molto chiaramente che il Messia sarebbe stato prostrato dai dolori perché si sarebbe addossato le colpe del popolo. Tuttavia questa predizione non era stata compresa, infatti gli ebrei si aspettavano che il regno annunciato da Gesù fosse il ritorno della monarchia di Israele, vale a dire l’autonomia da Roma e da qualunque altro potere straniero. Non si trattava solo di un fatto politico, ma anche religioso, perché non essere sotto il giogo degli stranieri significava poter vivere la religione senza contaminazioni. Anche i discepoli credevano e speravano che Gesù fosse l’uomo capace di realizzare questo sogno. Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di avere i posti più importanti accanto a lui dopo la sua vittoria, ma non è della gloria del paradiso a cui pensano, ma della gloria del sovrano che regna dopo aver sconfitto i suoi nemici. Il Maestro, come dice la lettera agli Ebrei (II lettura), sa prendere parte alle debolezze dei suoi discepoli e non li allontana da sé. Per far loro capire che condivideranno la stessa sorte, ma su un piano completamente diverso, li motiva domandando se possono essere partecipi del suo battesimo. Loro non sanno che Gesù parla della sua passione e si dicono pronti. Gli altri discepoli si sdegnano, non per la domanda che i due hanno fatto, ma perché l’hanno fatta prima di loro tentando di scavalcarli. Insomma non sono da meno. Gesù con molta pazienza spiega loro che cosa sia veramente regnare. Non si tratta di un dominio, ma di un servizio. Uno dei desideri più seducenti per l’uomo è il potere. Nel mondo la gente sgomita per ottenere i primi posti, ma agli occhi del Signore non conta il successo umano. Gesù è sconfitto per il mondo, la vittoria della resurrezione appare solo agli occhi della fede. Noi saremo giudicati sull’amore, la chiave della nostra realizzazione spirituale è l’amore che si esprime nel servizio agli altri. Il Maestro è il primo perché si dona senza riserve, non perché cerca il potere o il prestigio sociale. Gesù ci invita a metterci al servizio, ciascuno nella sua posizione. A me dice: se vuoi essere pastore devi essere servitore della tua comunità, e a ciascuno di voi chiede di servire la comunità per arricchirla e farla crescere dando il proprio contributo in modo proporzionato alle sue capacità e possibilità. Il primato che dobbiamo tutti cercare è quello dell’amore, per essere immagine di Gesù che ci ha amati per primo.

Insieme (dMP)

Realizzare una vocazione è l’impegno di una vita, non può essere un impegno temporaneo.

La legge di Mosè prevedeva la possibilità del ripudio della moglie. Si discuteva se potesse avvenire solo in caso di adulterio o anche per motivi diversi. I farisei che interrogano Gesù vogliono vedere se lui propenda per l’una o l’altra delle posizioni. Il Maestro invece proclama l’indissolubilità del legame tra l’uomo e la donna citando il brano che ci è stato proposto come prima lettura. Non si tratta di una imposizione contraria alla natura, ma nella vocazione degli sposi a essere, nella loro unione, l’immagine di Dio. Egli è una sola natura in tre persone, le quali sono legate da un amore così grande da costituire l’unità di un solo essere. L’Infinito amore che lega le persone divine non è chiuso in sé stesso, ma si diffonde nella creazione dell’universo. Infine Dio non abbandona il creato al suo destino disinteressandosene ma, anche se il peccato rompe l’armonia originaria, Egli cerca di riportare con tutti i mezzi l’uomo alla sua dignità perduta, fino ad offrire la vita del Figlio come atto estremo di redenzione. L’uomo è stato creato a immagine del Creatore, maschio e femmina li creò. Quindi non è l’uno o l’altra che somiglia a Dio, ma l’uomo e la donna insieme ne sono l’immagine. Non si tratta evidentemente di una somiglianza fisica, ma spirituale. I due amandosi formano una carne sola, cioè costituiscono un’unità come le tre persone divine. Il loro amore è fecondo, procrea, come l’amore trinitario crea. Insieme essi si prendono cura dei loro figli per educarli e farli crescere, così come Dio segue il cammino dell’uomo per portarlo alla salvezza. Gli sposi sono dunque chiamati a realizzare l’immagine stessa del Creatore. Una aspirazione così grande non può portare alla separazione, ma solo a crescere nell’unità. Proprio per l’importanza di questa vocazione e per sostenere i due in ogni momento della loro vita, la Chiesa ha istituito il sacramento del matrimonio, che è un dono di grazia, cioè di energia spirituale, da cui i coniugi devono imparare ad attingere. La radice dell’unione è dunque di natura spirituale e va oltre il semplice amore umano. Il brano si conclude con la benedizione dei bambini che Gesù addita come modello. Essere come loro significa accogliere il Maestro con entusiasmo e fiducia. Un bimbo è capace di un completo abbandono, non fa calcoli, si affida in tutto ai suoi genitori. È questa disponibilità che il Signore ci chiede. Il Padre è pronto ad andare incontro ai suoi figli perdonando ogni cosa. Spesso siamo noi a nasconderci ignorando il suo amore. Lasciamoci abbracciare con fiducia.

Gelosia (dMP)

Se lavoriamo per il Signore non dobbiamo essere gelosi di chi fa la stessa cosa: l’obiettivo è sempre l’apostolato. Lasciamo che il Signore si serva di noi mettendo da parte le nostre pretese di successo.

Il Maestro sposta sempre l’attenzione dei discepoli da quello che li distrae a ciò che è veramente importante. In questo caso sono gelosi, qualcuno fa miracoli nel nome di Gesù senza essere uno di loro. Chi non è contro di noi è per noi, risponde il Signore. A volte anche noi parroci siamo gelosi dei gruppi e movimenti che agiscono all’esterno della parrocchia perché portano via delle persone alle nostre chiese. È un atteggiamento miope dato che lo scopo che tutti ci prefiggiamo è di portare più gente possibile a Lui. Anzi è invece da ammirare l’infinita fantasia dello Spirito Santo che inventa sempre nuove occasioni per soddisfare i gusti di tutti. Ogni gesto compiuto in nome di Cristo e a favore di chi gli appar-tiene è degno della ricompensa, che sarà data a suo tempo a colui che la merita senza curarsi se è o non è cristiano o se fa parte della parrocchia piuttosto che di un’altra comunità. Invece di guardare a queste cose è meglio vegliare su sé stessi perché siamo sotto gli occhi di tutti e l’esempio che diamo è fondamentale. Quante volte, magari solo per provocarci, ci viene detto: come mai tu che sei cristiano ti comporti così? Per questo la responsabilità di chi ha un ruolo più importante e più in vista è maggiore. Se chi dà scandalo merita di essere gettato in mare con una macina al collo, vuol dire che Gesù considera la cosa di estrema gravità. Così come chi scandalizza deve essere allontanato, allo stesso modo quanto ci espone a potenziali pericoli va eliminato senza pietà. È difficile pensare a qualcosa di più estremo che privarsi di una mano, di un piede o di un occhio, ma essere dannati in eterno è molto peggio! Il Maestro dunque riporta l’attenzione dei suoi sull’essenziale: invece di guardare a quello che fanno gli altri, preoccupati di te stesso, liberati di tutti gli ostacoli e punta alla perfezione. Le mani sono il nostro contatto col mondo, possono costruire ma anche distruggere, dare come arraffare. I piedi sono l’equilibrio e anche la possibilità di camminare. Possiamo percorrere delle strade sicure o inoltrarci su sentieri pericolosi. Gli occhi sono la lucerna del corpo (Mt 6,22). Un occhio limpido vede solo ciò che è bello, non si fa attrarre dall’orrore. Lo sguardo è come un canale che convoglia nella memoria le immagini. Se sono brutte sporcano se sono belle ar-ricchiscono. L’occhio indirizza, il piede muove, la mano lavora. Tutto deve essere nella direzione del bene senza compromessi. Ogni strumento è neutro, ciò che lo rende utile o dannoso è lo scopo che si prefigge chi lo usa. Il Signore ci invita a fare pulizia, a essere sempre all’altezza della nostra vocazione di cristiani.

Donarsi (dMP)

Il Maestro ci chiede di andare oltre l’istinto animale e di essere uomini capaci di superare l’egoismo. Non è facile, ma se chiediamo il suo aiuto non ce lo negherà di certo!

È molto interessante leggere questo brano di vangelo alla luce delle parola di Giacomo della seconda lettura. Gli apostoli sembrano proprio non capire la predizione di Gesù circa la sua morte e resurrezione. Piuttosto si preoccupano della loro carriera, di chi sia il primo tra loro. Questo desiderio di primeggiare che è tipico del mondo, viene dalle passioni, dice Giacomo. Cosa significa? Bisogna capire di cosa stiamo parlando. Fondamentalmente dell’istinto di conservazione che è la vera radice di tutte le passioni. Infatti noi siamo spinti da forze molto grandi a mantenerci in vita e a cercare di perpetuare la specie. Da qui deriva la paura, che ci rende prudenti; la stanchezza, che è la necessità di risparmiare le forze per evitare di soccombere alla fatica; il desiderio sessuale, che non è cattivo in sé e spinge verso la ricerca della metà mancante; la fame, che impone il nutrimento come un’assoluta necessità. Queste forze sono potentissime e istin-tive e producono piacere se sono assecondate e sofferenza se non lo sono. Tutto questo è alla base del comportamento di ogni animale e spinge a mettere se stessi e il proprio interesse al primo posto. L’uomo però è molto più di un animale e può, come diceva il filosofo Mounier, superare, se vuole, il suo egocentrismo e vivere animato dall’amore piuttosto che dal solo interesse. Naturalmente in tutto quello che facciamo c’è sempre la ricerca del proprio tornaconto e l’impegno a vivere un autentico amore per il prossimo implica una costante pu-rificazione delle nostre intenzioni. La capacità di mettere completamente da parte sé stessi è tipica dei santi, i quali si sono spesi totalmente per gli altri. Questo è ciò che intende il Maestro quando dice che essere il più grande vuol dire essere l’ultimo di tutti e il servitore di tutti. Accogliere un bambino vuol dire non preoccuparsi di avere un contraccambio e Gesù si identifica nel prossimo amato oltre ogni interesse. Quanto più il nostro impegno è a fondo perduto, tanto più acquista valore agli occhi di Dio. È qualcosa che va al di là delle nostre forze, un atteggiamento eroico che non è comune. Per questo Giacomo conclude che bisogna imparare a chiedere. Il Maestro ci ha detto: chiedete e vi sarà dato. Si può però anche chiedere male, cioè domandare qualcosa che non giova alla nostra salute spirituale, ma solo al soddisfacimento delle passioni. Il Signore è pronto a darci la forza di amare se solo sappiamo chiederlo. Preghiamo dunque perché aumenti la nostra fede, per avere più speranza, perché ogni nostra azione sia finalizzata all’amore, cioè alla carità, e mai all’egoismo.

Fai la tua parte (dMP)

Il Maestro ci invita a non giudicare l’operato della Provvidenza, ma a metterci a sua disposizione.

Voi chi dite che io sia? La domanda è per noi. Molti ammirano il
Cristo, ma pochi sono disposti a seguirlo fino in fondo. Qualcuno
pensa che sia solo un grande uomo, un filosofo, un profeta.
Credere in lui è accettare anche la fatica della croce, il peso del
mondo che rifiuta la sua divinità. È l’errore di Pietro che confessa
Gesù come il Cristo, ma non sa capire la croce e così Gesù lo
rimprovera allontanandolo da sé. Satana vuol dire inciampo.
Pietro è un ostacolo alla realizzazione del piano della salvezza.
Sono parole molto dure. In realtà quello che fa parlare l’Apostolo
è l’affetto che nutre per il suo Maestro. Come è possibile che un
uomo grande come Gesù debba essere ucciso, che il Messia,
colui che era atteso dai tempi più antichi, debba essere rifiutato?
Certamente non è questo che gli viene rimproverato, ma il fatto
che egli giudichi il disegno divino. Il vero discepolo è colui che
rinnega sé stesso e prende la sua croce. Cerchiamo di capire. La
nostra vita è sospesa tra gioia e dolore. La sofferenza ne fa parte
e non può essere eliminata, prova ne è che Gesù stesso ha
sofferto. Invece il principe del mondo, Satana, cerca in tutti in
modi di farci credere che ogni forma di dolore sia uno sbaglio,
un’ingiustizia, qualcosa che ci allontana dal bene. È falso,
perché noi sappiamo che senza sacrificio e fatica non si cresce,
non si impara, non si migliora. Inoltre la morte, anche se ci fa
paura e non vorremmo che ci fosse, esiste e nulla le sfugge. La
morte e il dolore non sono il male in sé, certo fanno soffrire, ma
sono delle vie di accesso a nuove opportunità. Per cui il bene c’è
sempre, piuttosto manca la capacità di vederlo. Rinnegare se
stessi significa allora rinunciare alla pretesa di capire tutto e di
voler giudicare l’operato di Dio, e mettersi con fiducia nelle mani
della Provvidenza, che sa molto meglio di noi che cosa concorra
al nostro vero bene. Prendere la propria croce non vuol dire
essere contenti di soffrire o cercare di vivere nel peggior modo
possibile, ma piuttosto saper accettare serenamente e
fiduciosamente le difficoltà e le fatiche della nostra vita,
considerandole come strumenti per crescere. Se Gesù avesse
rifiutato la croce per noi non ci sarebbe salvezza, né lui, senza
morire, sarebbe potuto risorgere. Per cui il Maestro strapazza
Pietro perché capisca che non deve giudicare il disegno del
Padre, ma deve piuttosto collaborare con coraggio alla sua
realizzazione. È attraverso la croce che si arriva alla
resurrezione. Mettiamoci con fiducia nelle sue mani.

LA LEGGE DEL CUORE (dMP)

I dieci comandamenti, che sono per noi la legge di Mosè,
affermano che l’amore per Dio è al primo posto e che esso si
manifesta nell’amare i fratelli, cioè il prossimo. Il precetto è uno
strumento con il quale noi siamo orientati verso il vero fine
delle nostre azioni. Per fare un esempio: qual è lo scopo di
andare a messa almeno alla domenica? Uno solo: incontrare
Gesù! Quando si ama qualcuno, volentieri si sta con lui. Per
educare a comportarsi bene ci sono i precetti. Andare a messa
la domenica è uno di quelli. Quando ero bambino il sacerdote
portava il calice sull’altare coperto da un drappo e si diceva che
se arrivando in chiesa in ritardo il calice non era ancora
scoperto la messa era valida, viceversa no. Guardando la cosa
dal punto di vista del Signore ci accorgiamo che è di uno
squallore agghiacciante. Per capire pensiamo ad un genitore
che ama suo figlio. Non c’è un monte ore da dedicargli superato
il quale ci si dimentica di lui, né si distingue se un abbraccio
vale se fatto con due o con un braccio solo. Se dunque quando
vado a messa la mia preoccupazione è il precetto non metto
Gesù al centro, ma solo la preoccupazione per un obbligo
esteriore. Se invece vado in chiesa per incontrare il Signore che
amo, tutto passa in secondo piano come deve essere. Importa
relativamente se fa caldo o freddo, se il prete è più o meno
noioso, se la celebrazione è solenne o essenziale. È chiaro che
se le condizioni al contorno sono migliori sarò facilitato, ma ciò
che è periferico non deve diventare centrale. È questa
attenzione eccessiva alla prescrizione della legge che fa
indignare Gesù. Per i farisei sembra che la legge non sia un
mezzo per arrivare a Dio, ma che anzi sia più importante di Lui.
Secondo la dottrina cattolica la rivelazione ha due fonti: la
scrittura e la tradizione. Quest’ultima ci collega con i padri e le
radici della fede, ma è per sua natura in evoluzione insieme alla
vita della chiesa. Non possiamo dunque farne qualcosa di
intoccabile o addirittura di più importante del comandamento
di Dio, come Gesù rimprovera ai farisei. Una fede autentica si
fonda sull’amore e dunque il cuore deve essere puro. Il
legalismo farisaico si preoccupa di osservare il precetto
esteriore, come se questo fosse sufficiente, ma il Signore legge
i nostri cuori e sa quali sono le intenzioni di ciascuno. Se lo
Spirito Santo prende dimora nel cuore, come dice San Paolo,
allora possiamo rivolgerci a Dio chiamandolo Padre. La vera
preoccupazione deve essere di fare spazio al Signore amandolo
sopra ogni cosa.

DA CHI ANDREMO? (dMP)

Siamo di fronte ad una scelta. Essere credenti non è un fatto
puramente intellettuale, ma coinvolge tutta la nostra vita.
Significa infatti mettere Dio al primo posto: non avrai altro Dio
all’infuori di me. Ipotizzare che esista un essere superiore non
è irragionevole. Qualcuno pensa che la vita sia frutto solo del
caso che ha fatto incontrare in un ambiente adatto gli elementi
base della chimica organica. L’esperienza comune tuttavia ci
mostra quotidianamente che tutto ciò che ha un ordine viene
da un progetto messo in opera da qualcuno. Sarebbe bello
gettare a caso ferro, gomma, rame, plastica e tutto il resto in
una grande impastatrice e aspettarsi che si combinino
spontaneamente dando origine ad una automobile o a una
qualunque macchina. Fin qui ci porta la ragione, la fede è un
passo ulteriore è credere nella rivelazione di questo Dio e
affidarsi a Lui. Bisogna scegliere. Giosuè chiede espressamente
al popolo, dopo l’insediamento nella terra promessa, di operare
questa scelta: volete servire gli dei stranieri oppure il Signore?
Anche Gesù mette la sua gente, noi compresi, di fronte alla
stessa opzione. Il discorso del pane di vita è molto netto. Se
volete la vita eterna, ci dice, il cibo comune col quale vi
sostentate non basta, ci vuole la carne e il sangue di Cristo.
Bisogna cambiare mentalità, non è la nostra operosità, il nostro
lavoro, che ci salva, ma la fede in Gesù. Molti discepoli sono
disorientati, credono evidentemente di conoscere il Padre e di
fare abbastanza per meritarsi la salvezza e dunque si tirano
indietro. Perciò il Maestro si rivolge ai suoi più fedeli e
domanda: volete andarvene anche voi? Lo chiede a ciascuno di
noi. È Pietro a dare la risposta giusta: Signore da chi andremo?
Ora che l’orizzonte della nostra vita si è allargato fino
all’infinito, dobbiamo tornare alle nostre barche e rimetterci a
pescare? No grazie. E noi, usciti dalla chiesa cosa faremo?
Rimetteremo la testa sotto la sabbia e faremo finta di non
essere cristiani o prenderemo posizione? Fare la comunione
vuol dire accettare la Sua volontà, cioè cercare di amare il
prossimo veramente. Questo significa essere buoni cittadini,
cercare il bene comune, rispettare tutti, specialmente i più
deboli. L’egoismo e il razzismo non sono compatibili con la fede
cristiana. Non è una questione politica è in gioco il futuro
eterno. Gesù non è il capo di un partito, non ci fa promesse
elettorali, ma ci mette di fronte ad una scelta precisa: volete
servire gli dei stranieri oppure il Signore?

CARNE E SANGUE (dMP)

Continua il vangelo di domenica scorsa: Gesù ha
sconcertato i suoi ascoltatori proclamandosi pane disceso
dal cielo, ma di fronte alla loro reazione non recede anzi si
spinge ancora più in là dicendo che bisogna mangiare la
sua carne e bere il suo sangue per avere la vita eterna. È
un vero pugno nello stomaco. Sembra un invito al
cannibalismo aggravato dall’invito a bere il sangue cosa
che la legge ebraica, riferendosi a quello animale, vieta
espressamente. Il Maestro non è un politico che vuole
tirare la gente dalla sua parte persuadendo con belle
parole. Spinge invece le persone fino al limite delle loro
convinzioni perché facciano un salto abbandonando le loro
certezze in modo che si affidino completamente a Dio.
Ancora una volta la prima lettura getta una luce molto
interessante su questo discorso. Come diciamo sempre il
peccato originale è pretendere di giudicare Dio e di mettersi
al suo posto. Nella Bibbia la stoltezza è dire che Dio non
esiste, mentre la sapienza è temerlo, cioè credere in Lui e
fidarsi di Lui. Nel brano dei Proverbi la sapienza è
personificata in un padrone di casa che imbandisce un
meraviglioso banchetto e invita chiunque voglia acquisire
esperienza. Il tema del nutrimento è centrale anche qui.
Per imparare cose nuove e fare esperienze diverse dal solito
bisogna accettare di inoltrarsi su terreni sconosciuti. Il
dono della sapienza è gratuito come lo è il banchetto cui
siamo invitati. Quello che dobbiamo fare è accettare l’invito
aprendo il cuore e la mente all’incontro con lui. Il Maestro
vuole essere mangiato. Non basta un contatto superficiale,
ma ci vuole una conoscenza approfondita. Il cibo serve a
nutrire, è essenziale per la vita e dunque la sua carne e il
suo sangue, cioè lui stesso, sostengono e alimentano il
percorso di conoscenza. Gesù è la porta, il veicolo che ci
permette un contatto con il Padre. Dio non è lontano e
irraggiungibile, ma si fa parte di noi, nutrendo lo spirito e
accrescendo la sapienza di chi si ciba di lui. Mettiamo da
parte la pretesa di giudicare del peccato originale e accogliamo
il Signore. Questa disponibilità ci permette di
abbandonare l’inesperienza e di andare dritti sulla via
dell’intelligenza.

Cammino (dMP)

Come Elia, nutriti del Pane del Cielo, dobbiamo uscire dai nostri soliti orizzonti ed entrare nel Mistero di Cristo

 

Pane del cielo (dMP)

Il nutrimento è per la vita. Non basta nutrire solo il corpo. Datevi da fare per avere il pane che nutre lo spirito, questa è la raccomandazione del Maestro.

La volta scorsa, subito dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, la gente cercava Gesù per farlo re. Di solito i re riscuotono tributi e tasse, chi meglio di un sovrano che invece dà gratuitamente il sostentamento? Non avevano capito il segno, allora il Maestro parla apertamente: dovete cercare il cibo che dà la vita eterna. La tentazione di dare più importanza alle cose materiali la conosciamo bene anche noi. Spesso l’attenzione alle cose dello spirito viene dopo tutto il resto. Molti per esempio pregano se non hanno altro da fare, per cui o non lo fanno mai, oppure relegano la preghiera alla fine della giornata quando tutte le energie sono state utilizzate per l’attività quotidiana. Pensate se un amico ci dicesse che sta con noi perché non ha niente di meglio da fare. Non ne saremmo certo lusingati. Gesù è una persona, un amico, a lui non possiamo dare solo i ritagli del nostro tempo. Il suo invito è piuttosto pressante: datevi da fare! La domanda che la gente gli rivolge, cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? è molto pertinente, ma è ancora sul piano umano. Infatti nasconde la preoccupazione del fare, come se la salvezza dipendesse dall’agire dell’uomo. La religione ebraica ha come suo centro la legge ed essere persone giuste significa osservare tutti i suoi precetti. Se però l’umanità fosse capace di questa osservanza perfetta, si salverebbe da sola, non sarebbe necessario il sacrificio di Gesù. Quello che invece constatiamo ogni giorno sulla nostra pelle è che per quanto ci sforziamo siamo sempre in difetto. Ecco che allora la vera opera da compiere è credere in Colui che Dio ha mandato, perché la salvezza ci viene dai meriti di Cristo e non dai nostri. È una prospettiva rivoluzionaria rispetto alla mentalità ebraica, per cui la gente vuole la conferma di un segno. Gli Ebrei sono diventati un popolo quando Mosè li ha guidati alla liberazione dalla schiavitù egiziana, ma il cammino è stato lungo e faticoso, come ogni percorso di liberazione. Il Signore ha confermato la sua autorità con molti segni, ma il più importate, che si è rinnovato per quarant’anni, è certamente la manna. Questo pane celeste rappresenta la volontà di Dio di preservare e far crescere il suo popolo. Il Maestro collega il miracolo dei pani con quello della manna, dandogli però una connotazione decisamente spirituale, un ulteriore salto di qualità rispetto alla visione antica. Lui stesso è il pane che nutre, sostiene e salva, è ciò che dà la vita al mondo. Se vogliamo essere salvati dobbiamo desiderare questo Pane con tutte le nostre forze.

Moltiplicazione (dMP)

Il Maestro moltiplica le nostre poche forze. Mettiamoci a sua disposizione!

Domenica scorsa il vangelo si chiudeva notando la
compassione di Gesù per la folla. Perché una grande
moltitudine lo segue? Sicuramente è attratta dai prodigi. Le
guarigioni miracolose sono certo sensazionali, ma il modo
con cui vanno dietro al Maestro è davvero faticoso. Mentre lui
si sposta in barca la gente lo segue a piedi lungo le sponde
facendo molta strada e un simile sacrificio indica che davvero
cercavano un pastore, qualcuno che nutrisse il loro bisogno
spirituale. È una vera e propria fame. È questa che Gesù
vuole saziare e, nello stesso tempo, vuole che i suoi discepoli
capiscano che è anche il loro compito, è l’obiettivo per cui li
sta preparando. Per questo rivolge a Filippo con una
domanda tanto strana: dove possiamo comprare il pane
perché costoro abbiano da mangiare? Il Maestro non vuole
stupire i suoi con il miracolo, non cerca una affermazione
personale, ma sta insegnando ai discepoli che l’apostolato è
dare alle persone un nutrimento per l’anima, è saziare
l’esigenza profonda di senso che c’è in ogni uomo. Il Signore
fa lo stesso miracolo del profeta Eliseo e la gente, che conosce
la scrittura, lo capisce e dice di lui: questi è davvero il profeta!
Il segno è però molto più grande. Eliseo ha sfamato cento
persone, Gesù cinquemila. Pietro fa il conto delle possibilità
a loro disposizione: cinque pani e due pesci; non potrà mai
bastare. Eppure il Maestro comincia di lì. Non crea dal nulla
il pane per tutti, moltiplica quello che c’è. È anche questo un
segno importantissimo. Gesù ha bisogno di noi, si vuole
servire di noi per cui è pronto a moltiplicare le nostre povere
forze. Questo succede anche oggi. È la storia della Chiesa.
Dopo la crocifissione gli apostoli erano pieni di paura,
sentivano il peso del tradimento di Giuda e anche del loro,
dato che erano tutti scappati abbandonando il Signore, ma
tutto è partito da loro, non ne sono venuti altri. Questa è la
moltiplicazione che questo segno sembra indicare. Noi
possiamo nutrire tanta gente anche se siamo pochi, poveri,
ignoranti e codardi, l’importante è che ci mettiamo
sinceramente a disposizione. Questo è quello che Gesù ci
chiede. Non deve essere la ricerca di un successo personale.
Anche se la gente lo acclama e vuole farlo re, lui si ritira sul
monte da solo. Anche noi dunque, affrontando il nostro
dovere, impariamo a mettergli davanti il poco che abbiamo
senza temere di non essere all’altezza e permettiamogli di
moltiplicare le nostre poche energie.

Erano come pecore che non hanno pastore (dMP) – 22 Luglio 2018

Il vangelo di oggi è molto estivo, perché ci parla di vacanze e di
riposo. I discepoli che sono stati inviati a coppie a predicare il
regno tornano e raccontano a Gesù quello che hanno fatto.
L’impressione è che siano contenti, ma certamente stanchi. Il
Maestro li invita a sottrarsi alla folla per un po’. Infatti non si
può sempre dare, occorre anche potersi ricaricare. È il ritmo
fondamentale della nostra vita. Come per il respiro, per poter
espirare occorre aver tirato il fiato, o per il sonno, cui nessuno
può sottrarsi, che ci rigenera per poter affrontare una nuova
giornata. Anche nelle cose spirituali è così. Il riposo della
preghiera è fondamentale per dare energie nuove. Gesù stesso
passava notti intere a pregare, perché senza lo Spirito Santo
non possiamo fare niente di buono. Oggi noi siamo travolti da
mille attività. Penso a certi genitori che naturalmente lavorano,
poi devono occuparsi dei figli, scarrozzarli in giro e vegliare su
di loro, dopo hanno la casa, magari il giardino, i nonni…
insomma un massacro. In queste condizioni si è esentati dalla
preghiera e dalla messa? No! Perché la materia non può avere
il sopravento sullo spirito. Non basta il sonno e il cibo per
ricaricare, altrimenti saremmo come delle macchine, cui basta
aggiungere benzina e olio. Abbiamo bisogno di qualcosa di
nutriente anche per l’anima. Questo lo troviamo nella musica,
nell’arte e soprattutto nella preghiera. Inoltre non dipende tutto
da noi e dal nostro lavoro, come dice il salmo: Se il Signore non
costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore
non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate
di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di
sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno (Sal 127). Per
cui imparare ad affidarsi è il primo trucco per potenziare la
propria attività e poi ritagliarsi nella giornata dei momenti da
dedicare alla preghiera è un modo molto efficiente di riposare.
I grandi santi della carità, nel passato come nel presente, non
hanno mai trascurato la preghiera, anche se i bisognosi
bussavano alla loro porta a tutte le ore. La conclusione del
brano ci dà un ulteriore spunto. Gesù vedendo la folla che ha
lasciato casa e lavoro per cercarlo e stare con lui, ne ha
compassione e si dedica a loro insegnando molte cose. Il
beneficio della preghiera non sta solo nel riposo dell’anima, ma
soprattutto nella compassione del Signore che si dona a chi lo
cerca, diventa il suo pastore e lo arricchisce con i doni del suo
insegnamento. Possiamo rinunciare a tutto questo?

Prese a mandarli (dMP) – 15 Luglio 2018

Gesù invia i suoi discepoli dando loro mandato di curare le anime e, poiché non siamo disincarnati, anche i corpi. Al termine della missione li invita al riposo: non si può sempre dare, bisogna anche ricaricarsi.

La parola apostolo significa inviato. Il Maestro invia i suoi
discepoli in una missione formativa in cui devono
compiere le stesse opere di Gesù, cioè invitare alla
conversione guarendo le anime e i corpi. Il potere che
conferisce loro è quello sugli spiriti impuri, l’obiettivo del
mandato è quindi decisamente spirituale, ma lo spirito
non è mai disincarnato e guarire l’anima ha sempre degli
effetti positivi anche sul corpo. Mi sembra importante
riflettere su questo punto dato che il nostro mondo tende
a separare nettamente il corpo dall’anima, o anche a
negare del tutto l’esistenza di un’anima. La parola che
viene usata per definire la nostra interiorità è psiche, che
deriva dal termine greco che significa appunto anima, ma
quest’ultima è qualcosa di più, che trascende cioè la
natura umana. San Paolo dice che lo Spirito Santo abita
il nostro cuore e Sant’Agostino descrive Dio come una
realtà più intima del suo intimo: in noi c’è una presenza
divina. È questo il tesoro più grande e il centro propulsivo
della nostra umanità. Se soffochiamo o spegniamo questa
luce interiore, tutto il nostro essere si fa opaco e pesante.
La medicina parla di malattie psicosomatiche, cioè che
manifestano in un disturbo fisico un disagio più profondo
di origine psichica o anche spirituale. Comportarsi bene e
tenere pulita l’anima fa bene alla salute ancor più che la
cura dell’alimentazione e dell’esercizio fisico! Gli Apostoli
dunque, curando la gente a partire dalle loro anime,
guariscono anche i corpi, ma senza contare sulle proprie
forze e senza cercare un tornaconto. Il Maestro infatti li
invita a limitare il bagaglio al solo necessario per
camminare, bastone, sandali e tunica. È la Provvidenza
stessa a pensare a loro, per cui non hanno bisogno di
denaro e non corrono il rischio di utilizzare il mandato per
far soldi. Chi non ascolta e non accoglie testimonia contro
se stesso, non perché meriti una particolare punizione,
ma perché non sa valorizzare questa possibilità di vita che
viene offerta gratuitamente. Anche oggi il Signore cerca di
raggiungerci con i suoi inviati. Lasciamo che la sua parola
arrivi al nostro cuore e lo guarisca.

LA SETTIMANA 2018
Num. 927 del 9 dic 2018
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IL PONTE
Num. 3 - Set 2018
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Cappella Natività
Maria Santissima

Santa Monica
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Notiziario 3/2018
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