Don Mauro Pozzi (dMP)

Immacolata (dMP)

Maria è l’inizio di una umanità nuova.

Papa Pio IX, nel proclamare il dogma dell’immacolata concezione nel 1854, scriveva: La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale. Il criterio teologico con il quale si è sempre creduto in questo mistero è quello della convenienza: non si può infatti pensare che Dio, somma perfezione e somma purezza, possa aver ricevuto la natura umana da una creatura toccata, anche se brevemente, dal peccato. Questo dogma non va confuso col concepimento verginale di Gesù, si riferisce infatti alla concezione di Maria. Fu la stessa Vergine nell’apparizione di Lourdes nel 1858 a Bernadette Soubirous, a presentarsi con le parole Io sono l’Immacolata Concezione. Ancora prima, nel 1830 Catherine Labouré, novizia nel monastero di Rue di Bac, fece coniare una medaglia con il testo di una preghiera “vista” durante un’apparizione della vergine Maria: O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi. La Madonna è l’esempio e l’aspirazione di ogni fedele a vivere una vita senza peccato. La sua è una forma di predestinazione dovuta alla prescienza di Dio che però rispetta la libertà della Vergine, la quale accoglie la volontà del Padre pronunciando liberamente il suo Eccomi.
Solo due donne sono nate senza il peccato originale: Eva e Maria. La prima è stata la madre del genere umano, ma a causa del peccato, ci ha generati in questo mondo corrotto dal peccato stesso. Maria invece generando Gesù è stata la madre della Salvezza. Noi, tra le altre cose, la veneriamo come Madre della Chiesa, cioè del nuovo popolo di Dio, che sarà libero dal peccato e introdotto, alla fine dei tempi, nel Regno. Così come Adamo ed Eva, umanità delle origini, erano destinati all’immortalità, anche noi dopo la resurrezione saremo ricondotti a quella dignità che abbiamo perduto. Ecco allora che Gesù e Maria sono i nuovi Adamo ed Eva. L’Immacolata è la festa che ci ricorda questo dono della misericordia del Padre.

Attesa (dMP)

L’Avvento è il tempo dell’attesa: come attendiamo Gesù, come il liberatore o come il giudice?

L’avvento è il tempo dell’attesa del Messia. Ci prepara a celebrare il Natale, la sua prima venuta, ma ci ricor-da anche che il mondo aspetta la redenzione che si compirà nell’ultimo giorno quando Gesù, il Figlio dell’uomo, tornerà nella gloria. Di questo ci parla la prima lettura, che descrive il tempio di Gerusalemme come una calamita che, nel giorno dell’avvento del Messia, attirerà a se tutti gli uomini: un fiume che, anziché scendere, sale sul monte. Il regno sarà di pace e prosperità, non si costruiranno più armi, ma aratri per seminare e falci per mietere. Tutto il mondo cam-minerà nella sua luce. È una visione meravigliosa che dà senso e speranza alla nostra attesa. Non conoscia-mo il momento in cui questo avverrà, per cui bisogna essere pronti come chi fa la guardia. Il diluvio, come tutte le calamità, è piombato sugli uomini ignari, solo Noè e la sua famiglia si sono potuti salvare. Ognuno conduceva la sua vita di sempre, un giorno dopo l’altro, senza pensare. Non facciamo così anche noi? Tutti facciamo dei programmi per il futuro, ma il vero futuro è l’eternità, a questo bisogna essere pronti. I contemporanei di Noè lo prendevano in giro perché co-struiva una barca in mezzo al deserto. Spesso si tro-vano persone che considerano la preghiera, e la vita spirituale in genere, come delle attività assolutamente inutili, proprio come se si stesse fabbricando una bar-ca dove non c’è acqua; ma la vita non è solo mangiare e bere, prendere moglie e marito, questo ci dice Noè. Svegliatevi dal sonno ci ammonisce San Paolo. Chi va avanti giorno dopo giorno, rincorrendo una felicità so-lo materiale, è come un sonnambulo che non distin-gue il sogno dalla realtà. Vale la pena che ci prepa-riamo, non tanto a una catastrofe, quanto a un bellis-simo incontro. Ecco il senso dell’Avvento, fare di tutto per essere quello dei due che viene preso, piuttosto che essere lasciato. Preparare con cura un luogo dove il Signore possa fermarsi e stare con noi, non come un nemico, un ladro che ci sorprende, ma come un ospite atteso e desiderato.

Epilogo (dMP)

Cristo Re dell’universo è l’epilogo di tutta la storia della salvezza.

Nell’antichità di Israele la monarchia non si affermò immediatamente, ma solo dopo il lungo periodo dei Giudici. Il Profeta Samuele che consa-crò Saul primo re, cercò anzi di dissuadere i suoi contemporanei ricor-dando loro che il re avrebbe preteso tributi, arruolato i giovani, preso le ragazze come cortigiane. In una parola, il peso della monarchia sarebbe ricaduto sulle spalle del popolo. Nel presente non sembra che le cose siano cambiate. I pochi monarchi che oggi sono rimasti sono persone lontane dai loro sudditi, che vivono in ricchi palazzi partecipando in modo marginale alla vita pubblica, apparendo anzi più spesso nei gior-nali scandalistici che sulle pagine della politica. La regalità di Cristo appare molto diversa. La sua corona è di spine, i suoi gioielli sono le sue piaghe e il suo trono è la croce. Non è affatto lontano dai suoi, ma anzi ne condivide da vicino la sorte. Il buon ladrone ci insegna molto sulla preghiera. Succede anche a noi di sentirci in croce, perché la sof-ferenza è un’esperienza comune nella vita. Non si tratta di un errore, come a volte vorrebbero farci credere, ma di un dato di fatto. Prova ne è che Gesù stesso, figlio di Dio, ha dovuto affrontarla, non gli è stata ri-sparmiata, altrimenti potremmo giustamente dubitare che il Maestro sia stato effettivamente un uomo come noi. Il ladrone è poi crocifisso dai suoi errori, come lui stesso riconosce rimproverando il compagno. La cosa importante è proprio questa, egli sa ammettere le sue colpe, non si lascia andare all’autocommiserazione e non si vergogna di invocare Ge-sù, che è accanto a lui nella sofferenza. Il fatto che il Maestro non scen-da dalla croce, come gli suggeriscono beffardamente i suoi aguzzini, si-gnifica che l’ingiustizia che viene dal cuore degli uomini, deve essere corretta dagli uomini stessi e la redenzione deve essere desiderata, scel-ta liberamente, non imposta. Il Regno di Cristo non è di questo mondo, ma non ci è precluso. Gesù, il Re, è torturato in modo infinitamente più ingiusto e crudele di quanto capiti a noi. Questa terribile ingiustizia può diventare la nostra giustizia, se sappiamo alzare lo sguardo sulla croce chiedendo di farci entrare nel suo Regno. Il potere regale del Cristo si manifesta nella sua infinita misericordia, egli non esita un attimo, non fa cadere con degnazione la sua decisione, ma dice: OGGI sarai con me. Lo dice a noi!

Tempio (dMP)

Sono i fedeli a render vivo un tempio, senza fede è solo una rovina.

Ai tempi di Gesù il giudaismo si esprimeva secondo quattro grandi correnti: gli Esseni che vivevano nel deserto in una comunità autarchica e separata; gli Zeloti che volevano ritornare ad essere un regno autonomo con la lotta armata contro i romani; i Farisei, il cui pensiero è la radice dell’ebraismo moderno; ed infine i Sadducei, che erano legati alle tradizioni più antiche e che dunque negavano la resurrezione, anche se ritenevano che l’anima sopravvivesse al corpo. La provocazione di questi ultimi ci permette di gettare uno sguardo sull’aldilà. La tentazione più frequente degli increduli è di immaginare la vita oltre la morte come se fosse del tutto simile a quella che viviamo ora. Anche questi sadducei non fanno eccezione e pensano che pure in paradiso ci si sposi. Se fosse così allora bisognerebbe mantenere la famiglia, andare a lavorare, sopportare il capoufficio. Per l’eternità? No grazie! Questo è il loro ragionamento, e non fa una piega. L’errore sta nel valutare la realtà spirituale con le categorie umane. Il divino non ha niente a che fare con ciò che è terreno ed è quello che Gesù vuol far capire ai suoi interlocutori. Il nostro destino non è rimanere semplici uomini, ma diventare figli di Dio. San Giovanni, nella sua prima lettera, dice molto esplicitamente: saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è. Essere degni dell’altro mondo significa dunque essere divinizzati. Saremo uguali agli angeli, esseri spirituali, che non hanno un corpo mortale come noi. Il corpo in sé non è un aspetto negativo della nostra esistenza visto che è destinato alla resurrezione, cioè ad essere glorificato, ma finché siamo in vita, è soggetto alle conseguenze del peccato originale, cioè alla fatica, al dolore e alla morte. Come tutto il resto della creazione, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo, dice San Paolo (Rm 8,22). Ecco la fondamentale differenza, dopo la resurrezione non saremo più gli stessi, saremo figli di Dio. L’altro mondo non è un luogo, un posto fatto di nuvolette, è l’incontro con l’Amore che finalmente sazia il nostro cuore. L’Apocalisse (21, 3-4) descrive in modo meraviglioso il paradiso: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. Non è possibile concepire tutto questo se pensiamo al nostro futuro eterno come ad una vita simile a quella attuale.

Aldilà (dMP)

La vita oltre la vita non sarà simile a quella presente (per fortuna)

Ai tempi di Gesù il giudaismo si esprimeva secondo quattro grandi correnti: gli Esseni che vivevano nel deserto in una comunità autarchica e separata; gli Zeloti che volevano ritornare ad essere un regno autonomo con la lotta armata contro i romani; i Farisei, il cui pensiero è la radice dell’ebraismo moderno; ed infine i Sadducei, che erano legati alle tradizioni più antiche e che dunque negavano la resurrezione, anche se ritenevano che l’anima sopravvivesse al corpo. La provocazione di questi ultimi ci permette di gettare uno sguardo sull’aldilà. La tentazione più frequente degli increduli è di immaginare la vita oltre la morte come se fosse del tutto simile a quella che viviamo ora. Anche questi sadducei non fanno eccezione e pensano che pure in paradiso ci si sposi. Se fosse così allora bisognerebbe mantenere la famiglia, andare a lavorare, sopportare il capoufficio. Per l’eternità? No grazie! Questo è il loro ragionamento, e non fa una piega. L’errore sta nel valutare la realtà spirituale con le categorie umane. Il divino non ha niente a che fare con ciò che è terreno ed è quello che Gesù vuol far capire ai suoi interlocutori. Il nostro destino non è rimanere semplici uomini, ma diventare figli di Dio. San Giovanni, nella sua prima lettera, dice molto esplicitamente: saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è. Essere degni dell’altro mondo significa dunque essere divinizzati. Saremo uguali agli angeli, esseri spirituali, che non hanno un corpo mortale come noi. Il corpo in sé non è un aspetto negativo della nostra esistenza visto che è destinato alla resurrezione, cioè ad essere glorificato, ma finché siamo in vita, è soggetto alle conseguenze del peccato originale, cioè alla fatica, al dolore e alla morte. Come tutto il resto della creazione, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo, dice San Paolo (Rm 8,22). Ecco la fondamentale differenza, dopo la resurrezione non saremo più gli stessi, saremo figli di Dio. L’altro mondo non è un luogo, un posto fatto di nuvolette, è l’incontro con l’Amore che finalmente sazia il nostro cuore. L’Apocalisse (21, 3-4) descrive in modo meraviglioso il paradiso: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. Non è possibile concepire tutto questo se pensiamo al nostro futuro eterno come ad una vita simile a quella attuale.

Desiderare l’incontro (dMP)

Zaccheo si rende disponibile all’incontro con Gesù. Anche noi lo desideriamo?

Il vangelo di oggi ci parla ancora della preghiera descrivendocela come il desiderio di un incontro, la voglia di conoscere il Signore. La storia di Zaccheo è una metafora della nostra vita. Gesù è una figura affascinante, anche per gli uomini di oggi. C’è però una folla che lo sottrae alla vista. La folla delle mille occupazioni che riempiono il nostro quotidiano, le innumerevoli distrazioni, il grande brusio che copre la sua voce. La piccola statura del pubblicano ricorda gli orizzonti limitati di chi non sa più alzare lo sguardo verso qualcosa di grande. Abbiamo ancora degli ideali? Molti messaggi suadenti ci suggeriscono che il massimo della vita è soddisfare immediatamente ogni desiderio, cercare la comodità, avere tante cose e volerne sempre di più. Questo ci inchioda al presente e ci rende scontenti. Ci sembra di non avere abbastanza. La grande speranza dell’uomo medio è vincere al superenalotto così da potersi comprare la vita comoda che ci fanno sognare i pubblicitari. Ecco cosa significa essere piccoli di statura, non riuscire a vedere oltre la massa che intruppa, che trascina. La folla non incontra Gesù, lo cerca come un fenomeno, lo segue finché moltiplica i pani e guarisce, ma rimane compatta nel suo conformismo. Zaccheo vuole qualcosa di più. Vuole un approccio personale, vuole uscire dal gregge dei pecoroni: vuole un ideale per crescere. Allora si arrampica sul sicomoro uscendo dal mucchio impersonale e il Maestro lo nota subito, perché lui non è un numero nella folla, è un uomo che desidera incontrarlo. Ecco la chiave. Se ci accontentiamo di guardare Gesù da lontano, distrattamente, come i tanti personaggi famosi che non sono reali, ma figurine che appaiono in televisione o sui giornali, lui rimane uno sconosciuto. Se invece lo vogliamo incontrare davvero, dobbiamo desiderarlo, salire su un albero perché ci possa vedere. In altri termini dobbiamo farci trovare. Infatti il Signore bussa discretamente alla porta del nostro cuore, ma noi siamo impegnati a correre dietro al lavoro, ai mille desideri, non abbiamo tempo. E questo ci rende imprendibili. Fermati. Siedi in silenzio nella tranquillità della tua stanza, chiudi la porta ai rumori e sentirai. Hai mai chiesto a Gesù di entrare nella tua vita? Bisogna volerlo e averne il coraggio. Infatti la vita di Zaccheo non è più la stessa, rinuncia alla sua avidità, restituisce il maltolto, in una parola si converte, ma è pieno di gioia. Lo chiedo a me stesso e lo domando a ciascuno di voi: desideri veramente incontrarlo?

Preghiera del cuore (dMP)

Chi c’è al centro della mia preghiera: io o Lui?

Se noi potessimo salvarci da soli, osservando i comandamenti per guadagnarci il paradiso, non ci sarebbe stato bisogno del sacrificio di Gesù. Invece, per quanto ci si sforzi di evitarlo, il peccato fa parte della nostra vita. Per questo il Maestro ci insegna ad avere l’atteggiamento giusto nella preghiera. Il fariseo della parabola sta in piedi davanti a Dio e prega con orgoglio. Accampa dei meriti e crede di essere migliore degli altri nel suo sforzo di osservare la legge. Lui stesso è il protagonista della sua preghiera, perché non loda Dio, ma il suo essere rispettoso e ligio a tutti i precetti. Anche questo passo, come altri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, invita a riflettere su cosa significhi essere religioso. Intanto la nostra preghiera deve mettere al centro il Signore e non il nostro io. Capita il contrario se dico: ti prego perché io ho bisogno, oppure perché io desidero questa grazia, perché io che sono bravo merito la tua attenzione. È invece giusto mettersi semplicemente nelle sue mani senza pretese cercando di capire cosa Lui voglia da me. La religiosità non è fatta solo di atti esteriori, come fare digiuno o pagare la decima, ma significa aderire a Dio con il cuore. Non che il digiuno o qualunque altra pratica di pietà, sia inutile, ma è solo uno strumento per avvicinarsi al Divino, non è il fine della religiosità, ma serve se aiuta alla conversione. Il profeta Isaia ammonisce: Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. È una pratica vuota, senza cuore. Come lo è andare a messa solo perché è un obbligo, senza un vero desiderio di incontrare Gesù. Noi sappiamo che il primo peccato dell’uomo è l’orgoglio. Il cammino spirituale comincia perciò rinunciando alla pretesa di essere autosufficienti. Ecco perché il pubblicano è nel giusto: è cosciente della sua povertà e mette al centro il Signore implorando la sua misericordia. Domenica scorsa abbiamo parlato della preghiera del cuore, che consiste nella continua invocazione di Dio tramite una giaculatoria. La supplica del pubblicano è diventata il modello per coloro che, in ogni tempo, hanno praticato e praticano la preghiera del cuore. Le parole non sono l’aspetto più importante, ma piuttosto l’espressione di un atteggiamento interiore. L’uomo che si consegna a Dio sapendo di essere povero, gli apre il cuore e lo accoglie. Chi invece crede di essere giusto non permette al Signore di entrare, perché ha il cuore occupato interamente dall’orgoglio.

Preghiera continua (dMP)

Gesù dice che pregare sempre senza stancarsi mai è una necessità, non semplicemente una possibilità.

Nell’antichità le vedove erano una delle categorie sociali più deboli. Le donne non lavoravano e non esisteva nessuna assistenza pensionistica, per cui, se una vedova non aveva dei figli che potessero mantenerla, era certamente alla miseria. Come purtroppo accade ancora oggi, una persona influente può ottenere favori e attenzione, ma un povero è sempre in fondo alla fila. Questa donna socialmente debole ha però una grande qualità: non si arrende, ma insiste fino ad avere soddisfazione. Il giudice è l’opposto, è potente e sprezzante verso tutti, ma deve cedere alla perseveranza della povera vedova. Non credo che il Maestro voglia dirci che basta essere insistenti per ottenere qualsiasi cosa, ma piuttosto che un simile atteggiamento è il segno di una grande fede. I Padri della chiesa hanno preso molto sul serio questa indicazione di Gesù circa la necessità di pregare sempre e senza stancarsi. Da qui è nata la preghiera detta del cuore. Il libro Racconti Di Un Pellegrino Russo, scritto da un anonimo nel ‘700, narra delle peregrinazioni di un uomo che attraversa tutta la Russia alla ricerca di una guida spirituale che gli spieghi come è possibile pregare incessantemente. Finalmente incontra un anziano monaco che gli svela il segreto: occorre “colorare” il respiro con una giaculatoria. In particolare nella tradizione orientale usano ripetere Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore. Dato che respirare è un’attività assolutamente incessante nella vita dell’uomo, se ci si abitua a dire una preghiera innestata sul respiro, l’orazione sarà perpetua. La stessa cosa si ottiene se l’invocazione è collegata al battito cardiaco. Consiglio la lettura dei Racconti, sia perché è un ottimo alimento per la vita spirituale, sia perché dà alcune indicazioni pratiche molto interessanti sul pregare. Il testo è reperibile anche su internet all’indirizzo:
www.verbumweb.net/ebooks/Racconti_pellegrino_russo.pdf
Gesù non ha nessun dubbio che Dio sia attento alla voce di chi notte e giorno lo invoca e che non lo faccia aspettare, ma piuttosto si chiede se la fede possa sopravvivere sulla terra. È una domanda molto inquietante, che ci deve far riflettere. Noi non possediamo il futuro e per forza dobbiamo affidarci a qualche cosa. Il fatto di non aver fede in Dio significa che ci fidiamo di qualcosa d’altro. Se siamo come il giudice confidiamo sulle nostre forze o sulle nostre sostanze, ma sappiamo che nulla è eterno a questo mondo, per cui è molto meglio essere come la vedova, cioè capire che davanti al Signore tutti siamo poveri e chiedere con fiducia e insistenza il suo aiuto.

Egoismo vs Condivisione (dMP)

La ricchezza è una condanna se diventa egoismo che impedisce la relazione.

Gesù è un narratore eccezionale. In pochi tratti, delinea storia e personaggi in modo vivissimo. La porpora e il bisso degli abiti preziosi del ricco si contrappongono alle piaghe che ricoprono il poveretto. I lauti banchetti si oppongono alla fame e ai cani che leccano la pelle ulcerata. Due colpi di pennello e abbiamo già il quadro. La brevità di questa prima parte è anche un’immagine di come la vita sia un soffio. La vicenda si svolge soprattutto nell’aldilà. Ancora una volta Gesù propone il confronto tra ricchezza e povertà. Il premio del povero e la condanna del ricco, non hanno niente a che vedere con il tenore di vita dei protagonisti, altrimenti ci potremmo aspettare che nel giudizio finale ci venga esaminato il reddito anziché la coscienza. Oltretutto Lazzaro viene portato da Abramo, il quale in vita era un uomo ricchissimo. Il punto cruciale è l’atteggiamento dell’uno e dell’altro. Il ricco è inconsapevole ed egoista. Mangia e beve e nemmeno si accorge che sotto la sua tavola c’è chi muore di fame. Sembra che non gli manchi nulla, né si dà pensiero per nulla, ubriaco dei suoi piaceri. È la figura dell’uomo pieno di sé, che pensa di bastare a sé stesso, mentre Lazzaro, al contrario, è l’immagine di chi sa di essere bisognoso di tutto e incapace di darsi la salvezza da solo. È figlio di Abramo perché, come il patriarca, non fa conto su di sé, ma si affida in tutto. Così merita di essere portato in cielo dagli angeli, mentre il ricco va sotto terra a continuare la sua corruzione. L’inferno che lo tormenta è così atroce che il pensiero di una sola goccia d’acqua è un sollievo enorme, ma l’abisso è invalicabile. Sembra una giustizia spietata e crudele, ma non si tratta di una condanna, è in realtà la conseguenza delle libere scelte del ricco che ha creduto di poter avere tutto e comprare tutto. Questo è il punto, la libertà. Il Signore vuole essere scelto liberamente e non costringerci a farlo. Per questo Abramo rifiuta di avvertire i fratelli del dannato. Abbiamo la Rivelazione e molti segni, se vogliamo vederli. L’uomo che si fida solo delle sue forze è però come accecato, è questo il vero pericolo e il vero peccato. La povertà non è un valore in sé, è un’attitudine, una disposizione. Il povero è umile, non ha pretese, sa di non avere risorse e si affida. Per questo, da sempre, chi vuole progredire nella via spirituale, rifiuta la pretesa della ricchezza.

Amministrazione (dMP)

Con la “disonesta” ricchezza si può fare anche del bene: tutti punti paradiso!

Il Maestro è sempre terribilmente provocatorio. Non ci lascia tranquilli, ma continuamente ci sollecita a guardarci dentro, a vedere le cose nella prospettiva eterna del Regno, piuttosto che nei limiti della quotidianità. Spinge fino all’estremo e lo fa con un’acutezza meravigliosa. Qui ci prende quasi in giro, usando come modello un piccolo imbroglione, un furbastro, che ricorda un po’ le nostre maschere popolari. Una specie di Arlecchino che svicola tra le maglie della legalità per ottenere il suo tornaconto. Falsifica le ricevute dei debiti per trasformarli in crediti a suo vantaggio. È un evidente furfanteria che attira la nostra attenzione e che ci spinge a giudicare l’amministratore, ma proprio qui Gesù ci spiazza, perché indica un simile comportamento come lodevole. Il padrone vede nell’intraprendenza del suo servo una manifestazione di intelligenza, un modo originale di affrontare e risolvere il problema e giudica questo aspetto come un’attenuante. In realtà non ci è detto il destino del gaglioffo, ma solo che ha destato l’ammirazione del padrone. Noi siamo quell’uomo. Siamo infatti amministratori di ricchezze che usiamo come se fossero nostre, ma che in realtà dovremo abbandonare alla fine e che, se le abbiamo accumulate, è grazie a delle possibilità, come l’intelligenza o la fortuna familiare, che non ci siamo meritati, ma che ci siamo trovati a possedere. Di solito chi è ricco fa dei regali alle persone che possono accrescere la loro ricchezza. Chi vende omaggia i suoi clienti migliori e chi occupa posti di potere è abituato a ricevere doni da chi vuole la sua benevolenza. Il Maestro ci dice di fare lo stesso, cioè di usare della ricchezza terrena, per farci degli amici nelle dimore eterne. Dare ai poveri, aiutare le missioni, fare atti di carità, sostenere la chiesa, sono investimenti per il futuro. Il Regno è in continuità con la nostra vita presente, e il modo con cui noi amministriamo i beni terreni e sappiamo amare il prossimo adesso, diventa credito eterno. Noi ora abbiamo solo il poco, in confronto al molto cui siamo destinati, ma è nella gestione di quel poco che dimostriamo di poter meritare di più. Se la ricchezza, cioè mammona, il diavolo, diventa un idolo e prende il posto di Dio, siamo come accecati. Il vero bene è l’amore, per cui se sappiamo usare delle risorse terrene per andare incontro ai fratelli produciamo ricchezza per il Regno, ma se le usiamo solo per egoismo il giudizio sulla nostra amministrazione sarà molto severo.

Fantasia (dMP)

La fantasia dello Spirito Santo si esprime nella Chiesa in tutte le possibilità che mette in atto per fare in modo che ogni uomo trovi il nutrimento spirituale che fa al caso suo.

Leggendo le pagine del vangelo che ci sono state proposte nelle ultime domeniche, in cui Gesù si è mostrato molto se-vero, si potrebbe credere che la salvezza sia una meta quasi irraggiungibile. La pagina di oggi ci svela, al contrario, il volto della misericordia di Dio. Il Pastore non si accontenta di avere salvato le novantanove pecore del suo gregge, vuole anche la centesima. L’iconografia cristiana ha fatto di questa immagine del Pastore con la pecora in collo l’icona della misericordia, della sollecitudine del Signore che non si dà pace finché non siamo tutti al sicuro. La parabola infatti dice che alla fine tutto il gregge è salvo, non solo una parte. È davvero confor-tante e ci fa ben sperare perché significa che tutti, anche quei malvagi che il giudizio unanime vuole all’inferno, sono oggetto della premura del Padre. Lo evidenzia anche di più la seconda parabola, che paragona Dio a una scrupolosissima massaia che spazza con grande cura la sua casa fino a trovare la mo-neta perduta. Il peccatore non è dunque un rifiuto agli occhi del Signore, ma qualcosa di prezioso, ecco perché gli angeli fanno festa. Non dobbiamo allora commettere lo sbaglio dei farisei, che invece condannano senza appello. C’è anche un altro aspetto da considerare: il Pastore lascia le novantanove per cercare la dispersa. Sembra un invito rivolto ai pastori, a non accontentarsi di chi già possono raggiungere, ma a prodi-garsi per chi è lontano. La parrocchia deve avere una dimen-sione missionaria, per avvicinare tutti. Questo naturalmente è un impegno del parroco, ma deve esserlo di tutta la comunità. Dobbiamo sentire questa urgenza di andare incontro a tutti e di inventare sempre nuovi modi di incontrare le persone. È un impegno che riguarda la Chiesa nel suo insieme e infatti lo Spirito Santo lavora per questo incessantemente. La Chiesa è come una rete, ci sono le parrocchie che assicurano la pre-senza sul territorio dell’amministrazione dei sacramenti e della cura pastorale. Accanto a questa organizzazione operano gli ordini religiosi, che si dedicano ai più svariati ambiti dell’apostolato, occupandosi materialmente e spiritualmente dell’uomo in ogni fase della sua esistenza. Infine i movimenti ecclesiali compiono un prezioso lavoro, all’interno e fuori delle parrocchie, aggregando i fedeli nei modi più diversi. Tutto questo esprime l’infinita fantasia dello Spirito Santo che su-scita sempre nuove occasioni e vocazioni per avvicinare tutti gli uomini. Lo Spirito agisce come la donna della parabola, cercando con ogni cura tutte le anime, non solo quelle dei giusti.

Porta stretta (dMP)

Siamo cristiani solo in chiesa o anche nella vita quotidiana?

Il vangelo ci chiede delle scelte molto radicali e si pone in contrasto con il mondo, cioè col modo comune di pensare. Gesù non usa mezzi termini, è molto esplicito. È questo che spinge il discepolo a chiedere: sono pochi quelli che si salveranno? La domanda tradisce l’ansia di chi dubita di poter cambiare vita e aderire all’insegnamento del Maestro. Ogni domenica noi ci ritroviamo qui a mangiare e bere in sua presenza, ad ascoltare la sua parola, ma il Signore ci dice in modo molto chiaro, che non basta. Cosa dobbiamo fare? Entrare per la porta stretta. Questo significa che non è sufficiente una religiosità esteriore, fatta di gesti, di parole e di abitudini, ma occorre un coinvolgimento di tutto il nostro essere. Dio vuole essere servito col cuore e non con le labbra. Non si può essere cristiani solo in chiesa, occorre esserlo soprattutto fuori. Ciascuno di noi si deve domandare come può testimoniare la sua fede nella vita di ogni giorno. Il primo passo è far entrare il Signore nella mia giornata con la preghiera. Gesù stesso ci mette sulle labbra le parole giuste: Padre nostro… Per chiamare Dio Padre bisogna comportarsi da figli, cioè sforzarci di fare la sua volontà. Lui vuole che la nostra vita sia segno della sua santità, vuole vederci lavorare per il suo Regno. Il lavoro è fatica, richiede energia e Dio stesso ci dice di chiedere il pane, cioè la forza di fare il nostro dovere. Cosa chiediamo di solito? Fai così, dammi questo, fammi quello. Invece la domanda giusta è: cosa vuoi che io faccia? E poi dammi la forza e la capacità di perdonare, perché non c’è amore senza perdono, sostienimi nella prova e liberami dal male. Non sono parole, ma un preciso programma per la giornata. Allora posso partire e cercare di attuare queste cose oggi. Ecco la porta stretta. Lo è perché mi impone di subordinare la mia volontà alla sua, mentre io voglio fare sempre di testa mia. Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti, perché sono dentro? Perché hanno obbedito, perché si sono sforzati di essere figli. Verranno da tutte le parti per entrare, ma solo i figli saranno ammessi. Questa è l’unica condizione. Non conta essere primi o ultimi. Gli ebrei sono stati i primi a conoscere Dio e noi gli ultimi. Ci sono uomini che sono stati potenti e famosi e per questo primi, mentre altri sono stati umili e sconosciuti e dunque ultimi. La graduatoria però non si basa su questioni umane o su chi è arrivato prima, ma sull’amore. È sull’amore che saremo giudicati. Se amiamo Dio davvero, allora ameremo anche quelli che lui ama, cioè tutti gli uomini.

Fuoco e Spada (dMP)

Essere cristiani vuol dire seguire la Verità e non sempre per farlo si trova la pace.

Il profeta è colui che parla a nome di Dio. Non predice semplicemente il futuro, ma giudica gli eventi alla luce della Parola e prevede gli esiti dell’azione umana. Certamente i profeti più popolari sono quelli che ci promettono un futuro roseo, ma la verità non sempre è gradevole e questo ha reso molti di loro nemici al popolo. Geremia viveva in un tempo di prosperità, ma ammoniva il popolo e il re che la persistente infedeltà all’alleanza li avrebbe condotti alla punizione da parte del Signore, cioè all’invasione dei popoli del nord, i babilonesi. Naturalmente nessuno voleva ascoltare simili minacce e quando l’esercito babilonese assedia Gerusalemme, anziché ammettere le proprie colpe, i capi lo gettano in una cisterna vuota. Questa storia ricorda molto da vicino quella di Gesù. Egli porta il fuoco sulla terra, cioè la purificazione e il giudizio. Il fuoco purifica i metalli dalle scorie o elimina i germi sterilizzando, ma decisamente brucia. Ecco perché divide: separa il buono dal cattivo. San Paolo definisce la Parola di Dio una spada a doppio taglio, che penetra profondamente. È questo che vuole dire Gesù, di fronte al fuoco della verità non si può evitare che il bene e il male si scontrino e si combattano. Anche oggi assistiamo alla levata di scudi contro la chiesa accusata di ingerenza nella vita politica e sociale. Da che parte sta il vero? Il Signore ci chiede di prendere posizione in modo coraggioso: è meglio affrontare il giudizio dei contemporanei che quello di Dio! Questo significa anche guardare avanti e prevedere dove ci porteranno determinate scelte, così come sappiamo capire guardando il cielo se pioverà o farà bello. Oggi sta crescendo una forte coscienza ecologica, ci chiedono di risparmiare energia e di rispettare l’ambiente perché ci si rende conto che stiamo spendendo più di quello che guadagniamo. Se abbattiamo più alberi di quanti ne crescano o sporchiamo più di quanto possiamo pulire, presto moriremo in un deserto di immondizia. Un comportamento virtuoso è allora quello di cominciare dal basso a cambiare abitudini e essere più parsimoniosi e rispettosi dell’ambiente. Ci sono però altri temi altrettanto pressanti ma molto meno popolari. Se la famiglia è la base della società e noi andiamo avanti distruggendola, col divorzio, con l’aborto, con l’immoralità, in che mondo vivranno i nostri figli? Non sono sempre gli altri che devono cambiare, anche noi siamo chiamati a fare delle scelte coerenti. Basta andare a messa la domenica per essere cristiani?

Responsabilità (dMP)

Gesù vuole che le nostre capacità siano messe a frutto per arricchire chi ha meno di noi.

Il Vangelo ci paragona ai servitori di un padrone, ma non si tratta di servi senza importanza, che devono solo lavorare e tacere, al contrario sono dipendenti a cui è stato affidato l’intero patrimonio da amministrare e che il padrone si aspetta di trovare al loro posto. La cosa che sorprende è che il Signore al suo ritorno, non solo riconosce i meriti di chi lo ha servito, ma addirittura lo fa sedere a tavola al suo posto prendendo lui stesso le parti del servo. Il padrone quindi non vuole togliere al servo l’amministrazione, ma vuole una prova della sua fedeltà. La tentazione da superare è il confondere una situazione provvisoria con una definitiva. È ciò che succede al servo che diventa un tiranno spadroneggiando sui beni che non gli appartengono, pensando che il suo padrone non tornerà più per chiedergli conto del suo operato. Noi possiamo cadere nello stesso errore quando dimentichiamo che quasi la totalità dei nostri beni ci sono stati dati gratuitamente. La vita, le nostre capacità, e tutte le opportunità che abbiamo avuto. Si tratta delle condizioni indispensabili per produrre qualunque risultato, come possiamo pensare che ci siamo fatti da soli? L’ingratitudine e la pretesa di autonomia sono il peccato originale che affligge l’uomo. Di fronte alla grande generosità di Dio, siamo stimolati ad esserlo altrettanto, a dare in elemosina, cioè ad aiutare il prossimo allo stesso modo gratuito con cui noi stessi siamo aiutati. Questo procura un tesoro che non può essere intaccato da nessun rovescio finanziario o politico, nemmeno dalla morte. Spesso noi viviamo come se avessimo davanti un futuro illimitato, ma ogni giorno si avvicina l’ora in cui dovremo rendere conto. Il padrone verrà come un ladro nella notte. È un’immagine inquietante, ma data per stimolarci al bene, perché non perdiamo tempo. Il Signore non viene all’improvviso per punirci, ma al contrario per poterci premiare. Certamente è molto esigente. Pretende molto da chi ha avuto molto. È perfettamente logico. Se una persona è intelligente e fortunata, dovrebbe capire più facilmente che le sue doti non se le è date da solo. Un uomo che è diventato ricco perché ha avuto la testa per studiare e una famiglia che lo ha sostenuto, anche se ha fatto dei sacrifici, deve sentire di dovere qualcosa a chi è stato meno fortunato di lui, deve sentirsi responsabile verso la società. Il Signore ci chiede coscienza e riconoscenza, verso Dio e verso il prossimo.

Determinazione (dMP)

Gesù ci invita a seguirlo con la stessa determinazione con cui affronta la sua missione.

Gesù si dirige decisamente verso Gerusalemme. È importante notare questa ferma decisione. Il Maestro è consapevole di quello che lo aspetta, il tradimento, il dolore e la morte, ma non esita perché sa che la passione è il passaggio verso la gloria della resurrezione e verso il compiersi del Regno. Egli ci invita a se-guirlo in questa dimensione eterna, che comincia nel dolore della vita e porta alla beatitudine. Solo alla luce di una simile meta si possono comprendere le condizioni che Gesù pone. Il primo passo è capire che il Regno non è di questo mondo e dunque non è qualcosa da difendere o affermare con la forza. Giacomo e Giovanni vorrebbero che il fuoco consumasse i loro oppositori: è la tentazione del fondamentalismo, che pretende di combattere e anche di uccidere in nome di Dio. È qualcosa che abbiamo fatto anche noi cristiani e che qualcuno vorrebbe fare ancora, ma attira il rimprovero di Gesù. Il Padre ci lascia liberi di accettarlo e il Figlio, piuttosto che imporsi vanificando questa libertà, va incontro alla morte. Non ci deve essere il minimo equivoco, non si tratta dell’affermazione di qualcosa di umano e passeggero, ma di un Regno divino ed eterno. Ci sono poi i tre casi pratici. Nel primo il Maestro mette in guardia il discepolo entusiasta: seguirlo vuol dire rompere gli schemi della consuetudine e affrontare il rischio della povertà e della emarginazione. Gesù infatti è bandito dai benpensanti e considerato un eretico. Il secondo solleva la questione dei legami familiari. Seppellire il padre significa prendersi cura prima dei genitori e poi rispondere alla vocazione. Quando Gesù fanciullo è ritrovato dopo tre giorni dai suoi nel tempio dice loro: non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio. Seguire la propria vocazione vuol dire anche superare i vincoli familiari. Io ho visto tanti genitori far la guerra ai figli perché volevano farsi religiosi; ma noi siamo prima di tutto figli di Dio e la sua chiamata ha la precedenza. D’altronde i genitori hanno fatto la loro vita e le loro scelte e devono permettere ai figli di fare altrettanto. Inoltre c’è la Provvidenza che non si dimentica di certo di chi ha dato un figlio al Signore. Gesù non usa mezzi termini, ma dice le cose in modo diretto. Il terzo caso è simile al precedente e riguarda l’incertezza che a volte gli affetti determinano. I genitori troppo protettivi impediscono ai figli di crescere. Se una rondine non buttasse i suoi piccoli giù dal nido, questi non imparerebbero mai a volare. Allo stesso modo un eccessivo attaccamento alla famiglia rende incapaci di rischiare la propria vita per il Regno. È anche per questo che i religiosi non si sposano, per essere in tutto e per tutto dedicati al Signore. Gesù ci chiede decisione e fermezza nel seguirlo, perché una vita cristiana non deve accettare com-promessi.

 

Nutrirci bene (dMP)

Gesù si fa pane per nutrire il nostro spirito e ci chiede di distribuire il Pane, perchè tutto il nostro mondo affamato spiritualmente, lo possa ricevere.

Un neonato non sa fare niente se non succhiare dal seno di sua madre, perché il nutrirsi è il bisogno assolutamente primario di ogni uomo, ma soddisfare quella necessità non è tutto. Non di solo pane vive l’uomo, significa che non siamo fatti solo di carne e anche lo spirito vuole il suo nutrimento. È un fatto che il nostro occidente super alimentato, spiritualmente è alla fame e i risultati sono sotto i nostri occhi. Il Maestro guarda questo mondo affamato e sfida i suoi discepoli, cioè noi: dategli voi stessi da mangiare. Ci dice due cose, da una parte che non possiamo farcela da soli e d’altronde che lui è pronto a moltiplicare i nostri poveri sforzi. La miseria di quei pochi pani e pesci diventa ricchezza inesauribile. È interessante anche notare che non è lui a distribuirli, ma ancora una volta sono i suoi a farlo. Gesù ci invita a riflettere sul nostro modo di nutrirci e a diventare suoi collaboratori e strumenti. Questo miracolo, come tutti gli altri narrati nel Vangelo, è un segno di una realtà più profonda. Gesù nutre tutta questa gente per mostrare che lui è il pane e il nutrimento di cui il mondo ha bisogno. Il cibo che noi mangiamo ogni giorno viene assimilato dall’organismo e diventa parte del corpo, carne, sangue e ossa. Il Maestro si lascia mangiare da noi per diventare parte di noi. Il suo sacrificio sulla croce, non è solo qualcosa che appartiene al passato, ma si rinnova ad ogni messa e ci accompagna per tutta la vita, proprio come la necessità di mangiare. Gesù ci insegna a chiedere ogni giorno il nostro pane, cioè a desiderare non solo il cibo, ma anche il sostegno dello spirito, cioè lui stesso. Mangiare del suo corpo è dunque una necessità fondamentale della vita cristiana. Questo va capito. È chiaro che non ci si deve accostare alla comunione con leggerezza, ma non è strettamente necessario essersi confessati un attimo prima, a meno che non si siano commessi peccati gravi. L’eucaristia non è un premio, ma un sostegno. Del cibo ne hanno bisogno gli affamati, non quelli che sono già sazi. Per cui noi dobbiamo fare la comunione con grande umiltà, riconoscendo tutti i nostri limiti, ma capendo che proprio per questa nostra debolezza abbiamo bisogno di nutrimento. Gesù ha dato la sua vita per noi, ha versato il suo sangue, ci invita alla sua tavola, vuole essere parte di noi: come possiamo respingere o sottovalutare questa grandissima opportunità? Sentiamo anche la responsabilità di essere testimoni della ricchezza del dono che Gesù ci fa, per collaborare, come i discepoli che distribuiscono i pani, alla sua diffusione.

Trinità (dMP)

Il mistero della Trinità ci fa capire che Dio non è rappresentabile.

La manifestazione di Dio è stata graduale nella storia. Il Dio di Abramo si è mostrato nel suo Figlio, il quale ha inviato lo Spirito Santo, rivelando così la sua natura trinitaria. Il fatto che Dio sia allo stesso tempo uno e trino, cioè singolare e plurale contemporaneamente, è qualcosa che sfugge alla nostra comprensione, ma rivela la sua immensità: Egli non ha limiti, non ha numero, è infinito. Ciascuna delle persone della Trinità esprime tutta la divinità manifestandone un aspetto particolare. Il Padre è il Creatore, il Figlio il Salvatore, lo Spirito Santo l’Amore. Le tre persone sono unite al punto di essere una sola natura e questo legame è espresso dallo Spirito. La creazione in generale e l’uomo in particolare, sono la prova che l’amore che anima l’Infinito non è ripiegato su se stesso, ma si diffonde generando la vita. È il modello al quale anche il nostro modo di amare si deve ispirare. Un amore vero è sempre fecondo, non si compiace di se, ma si dona. In questo l’uomo manifesta il suo essere immagine di Dio. Non si tratta solo di una fecondità in termini fisici, perché l’incontro con un amore vero rinnova, dà nuova vita. Per questo ci sono uomini e donne che pur non essendo mai stati genitori sono chiamati padri e madri. A più di quarant’anni dalla sua morte, per esempio, troviamo chi si professa figlio spirituale di Padre Pio. L’averlo incontrato ha significato per queste persone un cambiamento simile a una nuova nascita. E quante migliaia di persone sono rinate incontrando Madre Teresa di Calcutta, perché hanno avuto dignità e sostegno nella loro povertà, malattia e morte. Quante ragazze hanno trovato il senso della maternità da quella piccola donna, diventando a loro volta mamme di tanti poveri. Ciascuno di noi, vivendo la sua specifica vocazione, deve essere fecondo nell’amare, manifestando il modello dell’amore divino. Dio ci ha creati per amore e per questo ci ha donato la libertà, ma anche se l’uomo ha fatto un cattivo uso di quel dono, è pronto ad accogliere il nostro ritorno. Come il Padre misericordioso della parabola, ci viene incontro pieno di gioia, per rivestirci e ridarci la dignità di figli. Gesù è inchiodato sulla croce con le braccia aperte che rivelano la volontà del Padre di abbracciare ogni uomo. Lo Spirito non smette di agire nei cuori, per unirci sempre più intimamente con Dio. Questa è la Trinità, non un concetto teologico astratto, ma la rivelazione di una infinita e tenerissima misericordia, di un Dio che ama ognuno di noi più di quanto possiamo immaginare e sperare.

Fare spazio (dMP)

Lo Spirito non fa violenza, ma entra nel cuore se glielo permettiamo.

Davanti alla la Pietà di Michelangelo quello che cattura l’attenzione non è la materia con cui è fatta, ma la forma. Non ci si sofferma sulla qualità del marmo, ma sulla bellezza e plasticità delle figure rappresentate. Allo stesso modo guardando la Gioconda di Leonardo non ci si cura della cornice, né ci si chiede come sia tessuta la tela. Ciò che lascia senza fiato è l’arte che anima la materia e trae dal sasso o dall’impasto dei colori, immagini ed emozioni. Tutto l’universo è fatto di atomi, gli stessi che compongono i nostri corpi, e anche se questi mattoni fondamentali sono molto pochi, gli elementi infatti sono poco più di cento, le forme sono infinite. C’è un Artista che li ha combinati insieme in un modo assolutamente fantastico. Gesù diceva: è lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla (Gv 6, 63). Se non ci fosse l’Artista saremmo solo sassi informi o tele bianche, grazie a Lui abbiamo la vita, la nostra forma. Lo Spirito Santo, di cui la Sapienza divina è espressione, entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti (Sap 7, 27). Non solo modella e genera l’universo, ma avvicina a sé le anime degli uomini. È quello che è successo agli Apostoli. Mentre erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo, così raccontano gli Atti, venne dal cielo un rombo come di vento gagliardo e delle lingue di fuoco si posarono sulle loro teste. È lo Spirito Santo che trasforma quel gruppo timoroso di discepoli in Apostoli, cioè inviati, dando loro il dono di predicare il Vangelo coraggiosamente e in modo da essere compresi da tutti. Leggendo questo racconto viene in mente un episodio biblico simile ma con esiti opposti: la torre di Babele. In quella circostanza gli uomini parlavano una lingua sola, ma volevano edificare una torre alta fino al cielo per farsi un nome e diventare famosi. Lo sforzo di raggiungere il cielo è simbolo del peccato originale, cioè della pretesa dell’uomo di soppiantare Dio. Il peccato li divide: non si capiscono più. A Gerusalemme al contrario c’è qualcosa che unisce, anche nella comprensione: l’amore trasmesso dallo Spirito. È significativo che Gesù lo chiami il Consolatore. Riempie di tenerezza pensare a questa sollecitudine del Maestro che vuole che sia con noi per sempre. Vuole una nuova intimità con noi, promette di prendere dimora presso chi lo accoglie. Lo Spirito Santo è la presenza di Dio nella nostra vita. Non è qualcosa di automatico, lo Spirito non fa violenza a nessuno, ma entra in chi lo accoglie e gli lascia spazio. Può davvero insegnarci ogni cosa, ma a condizione che noi desideriamo imparare. Se siamo troppo sicuri di noi stessi e dei nostri progetti, non gli permettiamo di entrare. Accogliamolo con umiltà e fiducia.

Pontefici (dMP)

Il Maestro collega la terra al cielo e ci dà il mandato di essere pontefici come Lui.

L’Ascensione di Cristo comincia dalla croce: quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me (Gv 12, 32). Nella passione si realizza l’offerta che Gesù fa di sé stesso al Padre, la Resurrezione segna la vittoria sul peccato che causò la morte e la conseguente Ascensione riapre la strada al cielo, cioè a quella familiarità con Dio che i progenitori avevano perduto col peccato originale. Dice la lettera agli Ebrei (4, 9): Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Nell’incarnazione il Signore si fa uomo, entra nella storia e tornando al cielo porta con sé la sua umanità. L’uomo che non era più ammesso alla presenza di Dio, fa ritorno alla sua dignità. Così si compie il disegno della salvezza. Gli apostoli che guardano Gesù che sale avvolto in una nube, rimangono a bocca aperta a fissare il cielo e due angeli li riportano alla realtà: il Signore tornerà e ora tocca a voi. La via è aperta e il loro compito, da allora in poi, sarà quello di aiutare le persone a trovarla. Per questo il Maestro promette lo Spirito Santo, che è l’anima della Chiesa la cui missione è di annunciare a tutto il mondo la conversione e il perdono dei peccati. La nostra vita terrena acquista una grande importanza, perché non è solo un lento decadere verso la morte, ma la preparazione di un’esistenza piena, liberata dalla sofferenza figlia del peccato. Come i discepoli, anche noi siamo chiamati ad essere testimoni di questa novità. Il Cristo apre la via e noi, come legati in una grande cordata, siamo aiutati da chi ci ha preceduto e diventiamo sostegno ed esempio per chi ci segue. Gesù ha detto a Pietro: seguimi ti farò pescatore di uomini, per indicargli che la sua missione sarebbe stata quella di portare, con le sue reti, più anime possibile in cielo. Questo è il compito della Chiesa, ricordare all’uomo qual è il suo destino, spronandolo ad ispirarsi sempre a grandi ideali, perché la nostra patria è il cielo dove Gesù, Maestro e Capo, ci ha preceduti. Molti vorrebbero che la Chiesa si limitasse a garantire il culto senza far sentire la sua voce altrove, ma non esistono due piani separati, da una parte la religione e dall’altra la vita quotidiana. Gesù si è fatto uomo, ha incarnato la divinità, la sua passione, morte e resurrezione, danno un senso nuovo all’esistenza. Il nostro destino va oltre questa vita. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? (Mt 16, 26). Essere credenti vuol dire ispirare la vita intera all’ideale dell’amore, senza accontentarsi di niente di meno. La luce di Cristo, che nel rito del Battesimo rappresentiamo con una candela, non può essere nascosta, ma deve poter illuminare ogni uomo.

Mai Paura (dMP)

La fiducia nella Provvidenza, che ci ispira lo Spirito Santo, ci libera dalla paura.

La paura è un’arma a doppio taglio. Da una parte ci trattiene dal mettere a repentaglio la nostra incolumità, ma può essere così forte da bloccare ogni iniziativa. Basta pensare a quanta energia assorbono le preoccupazioni, che appunto ci occupano in anticipo. Gesù ci ha insegnato che a ogni giorno basta la sua pena. Per essere così tranquilli ci vuole però una buona dose di fiducia e il Maestro stesso ci mostra la fonte di questo affidamento: Lui e il Padre prendono dimora nel cuore di chi li ama. Dio stesso cammina con noi, che cosa può turbarci? Sembra molto semplice, ma in realtà sappiamo che non è così. La nostra sfiducia dipende dal fatto che vorremmo sempre avere le cose sotto il nostro controllo e appena qualcosa non va come vorremmo, ci agitiamo. Abbiamo la cattiva abitudine di giudicare Dio. Quante volte ho sentito domandare: dov’era Dio mentre succedeva quella brutta cosa? Intanto c’è da dire che spesso noi escludiamo il Signore dalla nostra vita, ma vorremmo che lui fosse sempre disponibile a entrare in scena per fare quello che vogliamo noi. Poi c’è da considerare che il nostro punto di vista è davvero limitato. Tagliare il ramo di una pianta può sembrare una crudeltà, ma diventa un bene se migliora la quantità e la qualità dei frutti. Il Signore vede le cose nel suo orizzonte infinito e sa trarre il bene dal male, noi che vediamo solo davanti al naso come pretendiamo di giudicare? Gesù sta parlando ai suoi discepoli alla vigilia della sua passione e li sta preparando. È come se dicesse: il male a cui assisterete, cioè la crocifissione, in realtà è in prospettiva ciò che vi salverà, cioè un bene inestimabile. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate paura. La stessa cosa la dice a ciascuno di noi: non ti preoccupare io vado al Padre e continuo a prendermi cura di te; abbi fiducia! Già il fatto che Gesù sia così esplicito dovrebbe bastare, ma in realtà abbiamo bisogno di maggior forza. Ecco perché ci manda lo Spirito Santo. Gli stessi discepoli sono rimasti chiusi nel cenacolo pieni di paura fino alla Pentecoste. È lo Spirito che li ha cambiati. Anche noi possiamo cambiare: chiediamo al Signore, con tutto il cuore, il dono del suo Spirito. Solo il Consolatore può permetterci questa unione con Dio che cancella la paura.

LA SETTIMANA 2019
Num. 965 del 8 dic 2019
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IL PONTE
Num. 4 - Dic 2019
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Notiziario 3/2019
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