Don Mauro Pozzi (dMP)

Perdono e felicità (dMP)

Il perdono non fa bene solo a chi lo riceve, ma soprattutto a chi lo concede.

Il brano del Siracide della prima lettura è molto vicino al Nuovo Testamento, tanto che sembra anticipare l’insegnamento di Gesù. Il Siracide è un libro sapienziale e, come spesso ricordo, l’obiettivo che si pone la sapienza è la ricerca del vivere bene. Abbiamo letto: rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Come può un uomo essere felice se il suo cuore, come braci, cova dei sentimenti così brutti? È una sorta di immondizia interiore che toglie la pace. Il perdono non è dunque solo un vantaggio di chi lo riceve, ma lo è prima di tutto di chi lo concede, perché è una liberazione. Inoltre il rancore vincola al passato impedendo di guardare avanti. Il passato è morto, lasciamo dunque che i morti seppelliscano i loro morti(Lc 9,60). Se vogliamo diventare adulti dobbiamo lasciarci alle spalle il passato. Ci sono persone che non sanno perdonare i loro genitori o che si portano dietro ancora le offese subite nell’infanzia o nella giovinezza. Anche noi abbiamo commesso molti errori e continuamente ne commettiamo, non crediamo di essere migliori. Saper perdonare è dunque uscire allo scoperto, non dare la colpa a nessuno delle proprie mancanze e assumersi le proprie responsabilità. Gesù ci racconta una parabola, come sempre usa un’immagine chiarissima, che ci fa da specchio molto più che tante parole. Il Padrone condona al servo un debito di diecimila talenti. È una cifra spropositata se pensiamo che il talento era un peso di circa trentacinque chili! Come spesso accade, ciascuno è molto propenso alla misericordia verso sé stesso, mentre è implacabile nel giudicare il prossimo. Così quest’uomo dimentica subito l’enorme favore che ha ricevuto e si accanisce su chi gli deve una cifra modesta (undenaro era la paga giornaliera), non certo paragonabile a quella che costituiva il suo debito. La sua spietatezza gli costa la revoca del condono. Gesù ci paragona a quel servo: anche a noi è perdonato ogni debito come al ladrone sulla croce, ce ne ricordiamo? Il Padre Nostro ogni giorno ci fa dire una frase che può diventare la nostra condanna: rimetti a noi i nostri debiti nello stesso modo in cui noi li rimettiamo agli altri. Se Dio è disposto a farsi uomo in Cristo e a morire per noi, manifestandoci una misericordia senza limiti, come possiamo a nostra volta essere spietati? Il perdono è perciò necessario per la nostra felicità e indispensabile per la salvezza. È comunque difficile perdonare proprio per la nostra miopia, ma in questo ci aiuta la preghiera. Domenica scorsa il vangelo ci diceva che se chiediamo insieme qualcosa ci verrà concessa. Signore insegnaci a perdonare e dacci la forza per farlo!

Piccoli (dMP)

Solo chi è piccolo può affidarsi alla Provvidenza.

Essere intelligenti e sapienti è una dote, ma può diventare un ostacolo se si fa troppo affidamento sulle proprie conoscenze e sui propri mezzi. Credere non è una prerogativa degli sprovveduti. Abbiamo molti esempi di scienziati o di grandi pensatori credenti. Pochi anni fa è stato beatificato Antonio Rosmini, il quale era certamente una mente superiore, basti pensare che ha scritto molte decine di opere filosofiche e teologiche. Egli si prefiggeva addirittura di avvicinare alla fede nutrendo la ragione e l’intelligenza degli uomini. Grandi scienziati come Albert Einstein, genio della fisica del ‘900, o il nostro Guglielmo Marconi e molti altri erano credenti e si interessavano del rapporto tra scienza e fede. Ci sono allo stesso modo filosofi e uomini di scienza invece che hanno scritto contro la religione. Odifreddi o Vacca, matematici del nostro tempo, sono tra questi. Il primo addirittura afferma che senza la religione si vivrebbe meglio. Perché questa differenza? In realtà sia gli uni che gli altri hanno una fede: in Dio i primi, nella loro scienza e intelligenza i secondi. Ecco che cosa allontana da Dio, credere di poter sapere e dominare tutto. È l’atteggiamento di chi pensa di essere grande e confida solo sulle sue forze. Il Maestro invece ci invita a sentirci piccoli. Anche se l’uomo ha fatto grandi conquiste con la sua intelligenza, resta pur sempre un essere meschino. Basta pensare a quanto è grande l’universo e quanto è vecchio. Cos’è il nostro metro e rotti di altezza in confronto ai miliardi di anni luce che separano le stelle? Cosa sono i nostri ottanta o cento anni di vita in confronto ai miliardi di anni del cosmo? Noi abbiamo aerei, astronavi, siamo grandi costruttori, ma basta un terremoto, un tifone o qualunque cataclisma per metterci subito in ginocchio. Di fronte a queste cose non c’è scienza o tecnologia che tenga. Toccare con mano la nostra fragilità ci riporta coi piedi sulla terra. L’uomo non si è fatto da solo e non deve credere di bastare a sé stesso. Dunque avere coscienza della propria piccolezza vuol dire confidare in Dio e non in sé stessi. Quando invece crediamo che tutto dipenda da noi siamo schiacciati dalle preoccupazioni e il futuro non può che farci paura. Gesù invece ci invita a gettarci nelle sue braccia, come fanno i bambini, cioè i piccoli, che si affidano in tutto ai loro genitori. Io vi ristorerò. È un meraviglioso sollievo per le nostre ferite. Fidiamoci della Provvidenza!

Il Centro (dMP)

La legge dell’amore è la nostra priorità?

Il profeta Eliseo fu il successore di Elia. La sua vocazione ci presenta un uomo di una forza non comune. Quando infatti Elia lo incontrò stava arando con dodici paia di buoi, conducendo la dodicesima coppia. Gli gettò il suo mantello sulle spalle indicando così che Eliseo sarebbe rimasto con lui. Dopo che Elia fu rapito in cielo su un carro di fuoco, Eliseo ne divenne l’erede e compì molti miracoli. Uno dei più noti è la guarigione dalla lebbra del capo dell’esercito arameo, Naaman, facendolo immergere per sette volte nel Giordano. La lettura di oggi ci mostra la sua intercessione a favore di questa donna sterile che lo aveva accolto così generosamente, riconoscendo la sua santità. Questo episodio ci introduce la lettura del Vangelo. Gesù, come sempre, usa un linguaggio molto provocatorio. Seguirlo comporta una grande determinazione, perché non bisogna preferirgli nessun affetto mettendo in secondo piano la vita stessa e la sua umana realizzazione. Come il Maestro ha accettato la sua croce, così ci chiede di accogliere le conseguenze di una scelta così radicale. Perdere la propria vita a causa di Gesù cosa significa? Non soltanto morire martiri, ma anche essere coerenti al vangelo, cosa che comporta l’opporsi ai compromessi che a volte la vita quotidiana ci vorrebbe imporre. Essere onesti, rimanere fedeli alla propria vocazione, rifiutare ogni forma di corruzione, dimostrarsi sempre disponibili al prossimo, sono scelte che, in qualche occasione, costano care. Non è tuttavia un azzardo, Gesù ci rassicura: il nostro impegno e la nostra generosità non saranno dimenticati. Come per la benefattrice di Eliseo, saremo ricompensati in misura più che sovrabbondante. È certamente una prospettiva che può essere accolta solo con la fede in Lui e nel Padre. Questo ci interroga: che posto ha Gesù nella nostra vita? Quanto dei nostri progetti saremmo disposti a sacrificare per lui?

Amore per la Verità (dMP)

L’amore per la Verità ha accomunato i martiri, cioè i testimoni di tutti i tempi.

Ci sono cose che possono essere tenute nascoste al genere umano, ma nulla è segreto agli occhi di Dio. Per questo non bisogna temere gli uomini. La verità, anche se mistificata e distorta, prima o poi viene a galla. Siamo purtroppo abituati agli scandali di persone che ostentano una facciata di onorabilità, ma hanno imbarazzanti scheletri negli armadi. Vivere una vita doppia è molto faticoso, bisogna ricordarsi quello che si dice e a chi, coprire le tracce dei propri misfatti e fingere continuamente. Un simile modo di fare, oltre all’aspetto morale, fa male alla salute, perché genera tensioni, rimorsi, paure. Il Signore ha avuto parole molto dure per chi scandalizza, perché quando qualcuno è in vista e cade, non solo perde la fiducia del suo prossimo, ma scredita anche la sua categoria. Pensate ai sacerdoti che si comportano male quanti danni fanno alla gente, ai confratelli e a se stessi. Più rilevante è il ruolo pubblico che uno ricopre, tanto maggiori saranno le conseguenze di una sua eventuale caduta. Naturalmente chi vive in modo doppio ha pochi scrupoli e, se ha molto da perdere, cercherà di insabbiare la verità con la corruzione, la violenza e addirittura l’omicidio. Il fatto di venire a conoscenza di certe cose è pericoloso, ma tacere rende complici. Ecco perché il Maestro dice di non temere chi può uccidere solo il corpo, perché molto più temibile è perdere la propria anima divenendo favoreggiatori di chi fa il male. È una questione di scelte. Chi mettiamo al primo posto? Se rinneghiamo la Verità, cioè Gesù, saremo a nostra volta rinnegati. Fra qualche giorno ricorre la festa di San Giovanni Battista: lo ricordiamo come un uomo che non ha avuto paura e ci ha lasciato un grande esempio di integrità. Ha alzato la voce contro la corruzione dei suoi tempi e, come spesso succede, chi veniva accusato, anziché cambiare vita, ha preferito mettere a tacere l’accusatore. Sappiamo che l’amore per la verità gli è costato la testa. Giovanni ha sprecato la sua vita? Possiamo considerarlo un ingenuo? Ogni uomo si preoccupa di lasciare un retaggio, una traccia di sé alle generazioni future. Generalmente questo avviene attraverso la generazione dei figli. L’eredità biologica è la cosa più semplice, ogni essere vivente lo fa per istinto. Non è tuttavia l’unica fecondità possibile. Se si diventa esempio per gli altri, se si trascina verso il bene, si è ricordati come padri, non solo come uomini. Giovanni Battista non ha avuto figli carnali, ma è stato un grande esempio. Egli è un padre per tutti coloro che servono la Verità, ed è in questo modo che noi dobbiamo pregarlo e venerarlo.

Nutrimento (dMP)

Il Maestro si fa cibo per diventare parte di noi e nostro sostegno.

La storia dell’Esodo, il viaggio degli ebrei dall’Egitto alla Terra Promessa, è una metafora del percorso che ogni uomo deve compiere dalla schiavitù del peccato alla libertà della vita con Dio. Non è un percorso facile, bisogna affrontare il deserto, che rappresenta la fatica del distacco dalle abitudini sbagliate e questo costa. Tuttavia lungo la strada il Signore non ci fa mancare il suo sostegno. Gli ebrei hanno avuto la manna, le quaglie, l’acqua, la guida di Mosè, noi abbiamo la Chiesa, i sacramenti e in particolare l’eucarestia. Il Maestro rimane con noi e si fa pane. È un simbolo chiarissimo: il cibo serve per vivere. Le parole di Gesù sono molto forti: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La carne e il sangue sono la vita di una persona. Posso immaginare che alcuni tra i suoi uditori si siano scandalizzati, può sembrare un invito ad una sorta di cannibalismo, ma vuole intendere che non si tratta solo di mangiare, ma di comunicare, di diventare parte dello stesso corpo. È certamente molto di più della manna ricevuta nel deserto, quello era un vero e proprio cibo per sopravvivere nel viaggio, mentre il corpo di Cristo ci dà l’immortalità. Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden non potevano mangiare il frutto dell’albero della conoscenza, ma gli era permesso cogliere i frutti dell’albero della vita. In conseguenza del peccato l’uomo ha perso quel privilegio ed è diventato mortale. Ora Gesù ci restituisce la vita dandoci la sua carne da mangiare. La comunione è dunque il farmaco dell’immortalità e il sostegno della vita spirituale. Questo lo impariamo col catechismo, ma è soprattutto un’esperienza. Ogni volta che facciamo la comunione abbiamo la possibilità di approfondire il nostro rapporto con Gesù, di sentire la sua vicinanza. Quello che mangiamo viene digerito, cioè le sostanze nutritive degli alimenti si trasformano entrando nelle cellule del nostro corpo e diventando così parte della nostra carne e del nostro sangue. Il Signore stesso quindi ci comunica la sua vita diventando parte della nostra. Noi abbiamo capito bene questa cosa? È molto importante rinnovare la nostra consapevolezza di un dono così grande e accostarci a questo sacramento con la gioia di chi desidera crescere nella comunione con Gesù.

Trinità (dMP)

Nella Trinità possiamo trovare la nostra immagine e somiglianza con Dio.

Isaia paragona Dio al vasaio e l’uomo al vaso che Egli crea. Domanda il profeta: Un oggetto può dire del suo autore: «Non mi ha fatto lui»? E un vaso può dire del vasaio: «Non capisce»? (Is 29, 16b). Così è per ogni creatura. Non avremmo la pos-sibilità di conoscere Dio, se non fosse Lui stesso a rivelare qualcosa di sé e, in ogni caso, quello che possiamo sapere non può essere tutto, vista l’incolmabile distanza tra noi e l’Infinito. Inoltre questa limitata conoscenza riguarda una realtà del tutto superiore a quello cui possiamo avere ac-cesso e che quindi ha caratteristiche assolutamente incon-suete. Noi non adoriamo tre dei, ma un solo Dio che non è limitato da nessuna forma e dunque è singolare e plurale allo stesso tempo, perché non ha numero, è il Tutto. Noi possiamo avere un rapporto con Dio, non tanto perché sap-piamo trovarlo, ma piuttosto perché Lui cerca noi. Le per-sone della Trinità rivelano i modi in cui Dio si lascia cono-scere. Il Padre è il creatore che dà origine all’universo e ne stabilisce le leggi. Mosè sulla montagna riceve i comanda-menti da Colui che governa tutte le cose e si prostra davanti a Lui. Il peccato originale è l’incapacità di riconoscere la maestà divina. È l’arroganza del vaso che rinnega il vasaio. Questo vuol dire essere un popolo di dura cervice, cioè gente che non sa piegare la testa e crede di non dipendere da nes-suno. Mosè nella sua preghiera fa appello a quella miseri-cordia che Dio stesso gli ha appena annunciato. Senza di essa saremmo cancellati, ma il Signore vuole salvarci, non condannarci e per questo non si contenta di mandare i pro-feti a esortare il suo popolo, ma Lui stesso si fa uomo. Ecco la seconda persona della Trinità: Gesù, l’uomo-Dio. Il Mes-sia è l’incarnazione dell’infinita misericordia del Padre, che ci offre un appiglio sicuro per essere portati in cielo: chi crede nel Figlio è salvato. Il suo sacrificio diventa espiazione perpetua dei peccati dell’umanità. La presenza di Dio nella storia, cioè nel nostro presente, continua con l’Eucarestia, il suo corpo e il suo sangue, ma soprattutto con il dono dello Spirito Santo, terza manifestazione personale di Dio, su cui abbiamo riflettuto domenica scorsa. Le tre Persone sono le-gate e unite dall’amore e in questo meraviglioso abbraccio Dio vuole attirare anche noi. Questa è la Trinità, un Dio da amare, un Dio che ci ama. Mettiamoci allora in ascolto, chie-diamogli di manifestarci la sua presenza e di darci la grazia di incontrarlo.

Soffio vitale (dMP)

Lo Spirito è descritto come ciò che indispensabile alla nostra vita.

Il salmo 107 dà un’immagine di quello che è la nostra vita: siamo come marinai in una tempesta che non sanno più governare la nave; tutto sembra perduto, ma gridando al Signore, si è guidati al porto sospirato. La speranza cristiana è arrivare alla nuova Gerusalemme, essere cittadini del cielo insieme ai Santi, alla Vergine e a Dio, ma prima occorre superare l’ostacolo della difficile navigazione di ogni giorno. Da quando l’uomo è stato in grado di navigare fino a nemmeno due secoli fa, il propulsore delle navi era il vento che gonfiava le vele e permetteva di manovrare. Per raggiungere il porto della salvezza bisogna spiegare le vele al soffio dello Spirito, che dà la forza necessaria per affrontare i mari più insidiosi. Lo Spirito è il dono che ci ha lasciato Gesù, è la presenza di Dio nella storia, e viene rappresentato con tre immagini tipiche: il soffio, l’acqua e il fuoco. Soffio è il significato della parola latina Spiritus che noi manteniamo senza tradurla perché ha assunto la caratteristica di un termine tecnico. Lo Spirito aleggiava sulle acque della creazione, soffia come un vento gagliardo nelle visioni profetiche, è l’ossigeno che fa respirare la preghiera. È rappresentazione di una presenza invisibile e vitale come l’aria che è indispensabile alla sopravvivenza. Il fuoco è fondamentale, senza fuoco non si vive. Permette la cottura del cibo, vince il freddo degli inverni più duri e trasforma gli elementi. La metallurgia ne è l’esempio più immediato. Da quelle che sembrano semplici pietre con il fuoco si ricavano tutti gli innumerevoli attrezzi e le suppellettili di cui ci serviamo ogni giorno. Con il calore si purifica, si sterilizza, si eliminano le impurità. La vita è calda. Il fuoco è luce, è stato l’unica fonte di illuminazione fino ai tempi dei bisnonni. Infine l’immagine dell’acqua. Noi veniamo al mondo nell’acqua, siamo fatti per la massima parte di acqua. Abbiamo più bisogno di bere che di mangiare, senza liquidi si può resistere solo pochi giorni. Noi viviamo in mezzo alle risaie che sono la maggiore risorsa della nostra agricoltura e il riso vive e cresce nell’acqua. Tra tutte le sciagure la siccità è una delle più temute. Dicono che in un futuro non troppo lontano l’acqua potabile sarà più preziosa del petrolio. Riflettendo dunque su queste immagini si può capire quale sia il valore dello Spirito. Il Signore ci invita a bere da questa preziosissima fonte, non solo perché così abbiamo la vita, ma perché possiamo diventare noi stessi sorgente e trasmettere i suoi inestimabili doni al nostro prossimo.

Via al cielo (dMP)

Gesù ci apre la strada al cielo portandoci la nostra umanità

Nei quaranta giorni dopo la resurrezione Gesù è apparso varie volte ai suoi discepoli per rassicurarli e provare loro che era veramente vivo. Non tutti però erano persuasi a quanto ci dice l’evangelista Matteo. È lo Spirito Santo che completerà la loro formazione. Si avvicina il momento per gli Apostoli di comin-ciare la loro missione. Apostolo significa inviato, per questo il Maestro dice loro di andare in tutto il mondo. Nel vangelo di domenica scorsa Gesù afferma che, mentre il mondo non lo vedrà più, i discepoli lo vedranno, perché condividono la sua stessa vita. Dalla sua ascensione in poi, Gesù sarà visibile at-traverso di loro. È così anche oggi. Il sacerdote, quando cele-bra la Messa, è Gesù che spezza il pane per i suoi, e come per i discepoli di Emmaus, noi possiamo riconoscerlo in quel ge-sto. Ogni credente che ci parla di Lui ce lo rende presente. La sua missione non si è conclusa con l’ascensione, ma continua attraverso le persone che lo seguono. Inoltre, salendo al Padre, il Maestro porta con sé la sua umanità e apre la via che anche noi percorreremo dopo la resurrezione. Egli attira tutti a sé nel suo innalzarsi e ci invita ad andare fino ai confini della terra per coinvolgere con il battesimo tutti gli uomini in questa cor-rente che collega la terra con il cielo. Gesù è accanto a noi in questa missione evangelizzatrice: ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Il Maestro nel suo mandato non alludeva solo ai confini geografici, ma anche ai confini della storia. La chiesa ci traghetta verso l’eternità attraverso il tempo. Ancora oggi noi continuiamo ad annunciare e a battez-zare nel suo nome. Non sono solo i sacerdoti a farlo, ma tutti i credenti. Voi lo realizzate trasmettendo la vostra fede ai figli, vivendo una vita da cristiani, mostrando a tutti che la vostra speranza va oltre la vita. È questo il senso della preghiera di Paolo che invoca per noi uno spirito di sapienza, perché pos-siamo comprendere a quale speranza ci ha chiamati. Gesù è più grande di tutte le potenze presenti e future. Questi due-mila anni hanno visto nascere e cadere regni e imperi, ideolo-gie che pretendevano di orientare tutta la vita degli uomini, ma niente è durato come dura la chiesa e il vangelo. Il Signore sarà con noi fino alla fine del mondo. Noi possiamo comuni-care con lui nell’eucarestia e, attraverso quel pane, siamo in comunione con tutta la chiesa, passata, presente e futura, perché attingiamo alla fonte che le dà vita e che ci fa pregu-stare l’eternità.

Spirito e bellezza (dMP)

Lo Spirito anima tutto e la bellezza ce lo rivela.

Guardando l’universo che ci circonda, il credente vede l’impronta di un Creatore che ha fatto e ordinato tutte le co-se, il non-credente vede solo il dispiegarsi delle leggi della natura che plasmano la materia. Hanno ragione entrambi perché la realtà è sempre complessa, non è fatta di un solo livello, ma più piani si intersecano e si sovrappongono per generarla. Anche dal punto di vista prettamente scientifico, ogni oggetto si può studiare da più prospettive, fisicamente, chimicamente, matematicamente e così via. L’uomo stesso non è solo un corpo, ma ha anche una psiche e uno spirito. Il livello immediato è quello che si presenta ai sensi, ma se si vuole andare più a fondo occorre un’indagine più accurata fatta di studio e applicazione. La realtà spirituale è quella più sottile e un atteggiamento superficiale impedisce certa-mente di coglierla. Questo intende il Maestro quando dice che il mondo non può ricevere lo Spirito di verità. Il mondo crede solo in se stesso, non vuole vedere aldilà, si accontenta del presente, fa finta di essere immortale. Il mondo non vede e non conosce lo Spirito perché non vuole vederlo né cono-scerlo. Il discepolo invece è accogliente, non chiude la porta al Signore che bussa, ma gli permette di entrare e di dimora-re nel suo cuore. Nella vita noi conosciamo il dolore, la fati-ca, la morte, ma non siamo soli ad affrontare tutto questo, non siamo orfani, abbiamo un Consolatore, che ci parla di qualcosa che va oltre il mondo, oltre la superficie. È lo Spiri-to che Gesù ci lascia come un dono, come una traccia della sua presenza. Lo Spirito che anima tutte le cose e che ci par-la di Dio, che mette nel cuore la nostalgia di Lui. Accoglierlo significa amare Gesù nel rispettare i suoi comandamenti. San Giovanni nella sua prima lettere dice: chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. L’amore per il prossimo è la prova del nostro amore per Dio, ed è la porta che fa entrare il Consolatore nel nostro cuore. La presenza dello Spirito trasforma la vita. I discepoli dopo la Pentecoste sono cambiati, hanno capito fino in fondo le paro-le di Gesù e sono diventati coraggiosi. Noi abbiamo ricevuto il dono dello Spirito nel battesimo e nella cresima e questo dono va coltivato, va accresciuto con la preghiera, coi sa-cramenti. È questa l’adorazione di cui parla Pietro nella se-conda lettura e che costituisce il fondamento della nostra speranza. Noi non ci fermiamo al mondo, ma aspiriamo a vi-vere con il Signore per sempre.

Il Suo volto (dMP)

L’immagine del Padre passa per l’umanità del Figlio.

I padri della chiesa, grandi maestri di spiritualità, dicono che non bisogna mai farsi nella preghiera un’immagine di Dio. In-fatti il Padre è infinito, non ha forma e non può essere limita-to in una figura. Questo è anche il senso del comandamento che Mosè ricevette sul Sinai: non ti farai idolo né immagine al-cuna di ciò che è lassù nel cielo (Es 20,4). La distanza tra noi e Dio è incolmabile, se non fosse stato Lui a rivelarsi, noi non lo conosceremmo affatto. Egli si è manifestato attraverso la Scrittura, ma ci ha anche dato la possibilità di avere una sua immagine nell’incarnazione di Gesù. La risposta a Filippo, che chiede al Maestro di mostrargli il Padre, ce ne dà la cer-tezza: chi ha visto me ha visto il Padre. Perciò noi non siamo idolatri a venerare l’immagine di Gesù, anzi abbiamo la for-tuna di avere nella Sindone addirittura una sua “fotografia”. Tutta la vita del Signore sulla terra è stata una rivelazione del Padre, non solo della sua immagine, ma del mistero del suo cuore. Prima di Cristo la religione era imperniata sulla legge. La preoccupazione di osservare dei precetti rischia di rendere il culto un fatto solo esteriore e di falsare anche la concezione di Dio. Si perde di vista la sua paternità per sostituirla con l’immagine di un giudice severo. Anche se nell’Antico Testa-mento Dio si adira e castiga l’infedeltà del popolo, ha pure parole di tenerezza e di amore. Chiede di essere adorato col cuore e non solo con le labbra o i gesti sacrificali. Gesù dun-que rivela questo desiderio del Padre, che vuole adoratori in spirito e verità, piuttosto che freddi esecutori dei precetti. Mostra tutta la sua tenerezza e sollecitudine verso un’umanità sofferente e confusa perché non viene al mondo per giudicare, ma per salvare. In mezzo all’agitazione e alle preoccupazioni della nostra vita, la sua parola ci rassicura: non sia turbato il vostro cuore, vado a prepararvi un posto. È grazie a lui che possiamo raggiungerlo, per questo è la via che ci porta al Padre. La sua parola si manifesta nelle opere: è dunque verità. Le opere poi sono segno di salvezza: nei mi-racoli, restituendo la salute del corpo, risana l’anima, egli è la vita. La volontà di Dio che Gesù manifesta, è dunque che ogni uomo giunga alla salvezza. Per questo non dobbiamo aver paura. Se lavoriamo per il regno, per far crescere le per-sone, per educare alla fede, Gesù stesso è con noi, benedice il nostro lavoro e moltiplica le nostre povere energie. Invece di aumentare le preoccupazioni, aumentiamo la preghiera!

Pastore non padrone (dMP)

Gesù buon Pastore ci invita a seguirlo con l’amore e con l’esempio.

Gesù, subito dopo aver ridato la vista al cieco nato, sta conducendo una disputa coi farisei che gli chiedono polemicamente: siamo forse ciechi anche noi? Usa la metafora del pastore per dire loro che sono degli impostori. Questa immagine è stata utilizzata dai profeti in passato e soprattutto da Ezechiele. L’ovile è recintato e custodito. Chiunque tenti di raggiungere il gregge scavalcando il recinto è un ladro, perché il guardiano apre solo al pastore. La chiesa svolge questo compito di custodia. Non è assolutamente padrona del gregge e dell’ovile, ma vigila perché alle pecore arrivi solo chi può guidarle. Il papa e i vescovi devono garantire che il messaggio di Gesù non sia distorto o strumentalizzato, ma il vangelo non appartiene alla chiesa. I farisei sono additati come esempio negativo, in quanto, al contrario, si sentono padroni della legge e si preoccupano solo che sia osservata. Il pastore ha invece tutt’altro atteggiamento, egli chiama le pecore una a una. Il suo è un servizio perché ha a cuore il benessere del gregge, ma non tratta tutti allo stesso modo, perché conosce personalmente ciascuno. Gesù ci conosce uno a uno. Altrove è detto che perfino il numero dei nostri capelli è contato. L’autorità va esercitata come un servizio, mentre spesso la ricerca del proprio interesse è anteposta al bene comune. Gesù si propone come capo e non si impone. Non usa violenza, ma prende su di sé in modo non violento i peccati e gli errori dell’umanità, pagando lui il prezzo. Per questo è il modello di tutti i pastori, ma è ancora di più: è la porta stessa. Se vogliamo arrivare a Dio dobbiamo passare attraverso di lui. Concretamente ciò significa fare ed essere come lui. È quello che ci dice Pietro: se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio, dato che Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. In questi tempi difficili il sentimento che prevale nell’opinione pubblica è l’indignazione. Non si fa fatica a trovare gente che punta il dito, denuncia e rimprovera. Difficilmente c’è qualcuno che si assume delle responsabilità, sembra sempre che sia colpa degli altri. Non si può migliorare il mondo se non siamo noi a cominciare. E dunque, come gli uditori di Pietro negli Atti degli apostoli, dobbiamo chiedere: cosa dobbiamo fare? Comportarci da cristiani! Mettere in pratica la legge dell’amore. Solo l’Amore ci può salvare. Paolo insegna: l’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore, e incoraggia: rivestitevi di Cristo (Rm 13, 10.14).

Pane e Parola (dMP)

Un incontro che consola e rilancia.

Il giorno della resurrezione, il primo dopo il sabato, i discepoli cominciano a disperdersi. Avrebbero cominciato già ad andarsene prima, ma di sabato per gli ebrei è proibito viaggiare. Fa impressione pensare che queste persone, che avevano conosciuto il Maestro di persona, non avevano capito niente. Gesù aveva parlato esplicitamente della sua morte e resurrezione, ma evidentemente non era stato compreso. Per questo nei quaranta giorni dopo la resurrezione apparirà molte volte, ma sarà solo a Pentecoste con il dono dello Spirito Santo che finalmente i discepoli apriranno del tutto gli occhi. La fede è proprio un dono e dobbiamo chiederlo con insistenza. I due discepoli tornano a casa loro, tristi perché la speranza di aver incontrato il Messia si era spenta con la crocifissione e la morte del loro Maestro. Gesù si incammina con loro e ha parole severe per la poca fede che dimostrano: stolti e tardi di cuore. Sta di fatto parlando con noi e ci dice: come fate a credere così poco, non avete letto le scritture? E cominciando da Mosè spiega loro tutto quello che si riferiva a lui. Sarebbe magnifico se potessimo sentire anche noi quella spiegazione! È talmente bella che il cuore arde nel petto dei due. Gesù però non si lascia ancora riconoscere perché vuole regalare loro un altro segno. È anche bellissima la preghiera che i due gli rivolgono: resta con noi. Esprime la loro gratitudine, ma anche il bisogno che hanno di conforto. L’avvicinarsi della sera è una sottolineatura di questa malinconia che stringe il loro cuore ferito, che ha trovato nelle sue parole una grande consolazione. Così dobbiamo fare anche noi nella fatica del quotidiano, pregarlo perché ci stia vicino. E lui non rifiuta, entra e si mette a tavola con loro. Un momento di grande familiarità e intimità. Finalmente, nello spezzare il pane, lo riconoscono. È un gesto che gli hanno visto fare tante volte. Anche se Gesù diventa invisibile ai loro occhi, il pane rimane lì. È così anche per noi, non vediamo fisicamente il Signore, ma lo incontriamo nel pane della messa. Questo episodio conferma la nostra fede nella presenza reale di Gesù nell’eucarestia. Improvvisamente la stanchezza e lo scoraggiamento spariscono e i due discepoli si rimettono in cammino per andare a condividere questa gioia con i fratelli. Questo percorso è ciò che noi facciamo a messa ogni domenica: prima incontriamo Gesù nella Parola che viene letta e commentata e poi lo accogliamo dentro di noi nel pane della comunione. Se abbiamo capito bene, allora anche noi dobbiamo uscire di qui pieni di gioia per andare a con-dividere con i nostri fratelli questo dono grandissimo!

Gioioso stupore (dMP)

Il mandato ai discepoli è quello di portare la vittoria della Resurrezione al mondo intero e noi ci possiamo identificare con la gioia di Tommaso.

La domenica, il primo giorno dopo il sabato, è il giorno dell’incontro con Gesù risorto, da quella sera che fu la prima volta, fino ad oggi. Anche noi stiamo incontrando il Signore, nella parola che abbiamo ascoltato e nel pane che mangere-mo. Il suo corpo glorioso, rigenerato dalla resurrezione, con-serva le piaghe della crocifissione. Sono un segno per noi del suo amore, ma anche la prova che la passione di Gesù conti-nua, perché egli è ancora rifiutato e crocifisso dal mondo. Ha bisogno di testimoni che sappiano trasmettere il suo perdono e il suo Spirito. Per questo alita sui discepoli e li invia, costi-tuisce così il sacerdozio e dà agli apostoli (inviati) il potere di esercitare il suo ministero. Possiamo immaginare lo stupore e la gioia di quegli uomini che per paura stavano chiusi nel ce-nacolo, piangendo la morte del loro Maestro, e che adesso lo contemplano vivo davanti a loro. Si capisce che Tommaso ab-bia dubitato, nessuno era mai risorto e in più lui non era sta-to presente a questa sua prima apparizione. Perché questa esclusione, si sarà domandato. Si tratta invece del preciso di-segno della Provvidenza, che ha voluto fare di lui un testimo-ne speciale, che rappresentasse da una parte la nostra incre-dulità e che dall’altra ci permettesse di toccare con mano la realtà del Risorto. Quando lo vede esclama: mio Signore e mio Dio! Tutto il primo periodo del cristianesimo è animato da questo gioioso stupore. Vivevano in grande comunione, nutri-ti spiritualmente dagli apostoli e pervasi da un senso di timo-re. Non si tratta della paura che hanno conosciuto prima del-la Pentecoste, cioè prima di ricevere lo Spirito Santo, ma del timore di Dio, cioè della consapevolezza di essere testimoni dell’inizio di un’epoca assolutamente nuova per loro e per tut-to il mondo. Capiscono di non essersi meritati questo privile-gio e per questo lodavano Dio di cuore. Vivono e pregano in-sieme con grande armonia. È un anticipo di paradiso, dove sarà l’amore ad animare tutti. Infatti la comunione, la solida-rietà, l’attenzione per il prossimo, non possono esistere se non siamo noi a costruirle. Se tutti aspettano che siano gli al-tri a cominciare, non succederà mai. Non possiamo costringe-re il mondo a essere migliore, mentre certamente ciascuno può cercare di migliorare se stesso. La salvezza che viene dall’incontro con Gesù, non è un fatto privato, individualisti-co, ma ci coinvolge, fa di noi una comunità. Il Signore ci chiama a partecipare alla sua missione e le sue parole sono per noi: come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.

Nuovo Inizio (dMP)

La Pasqua ci parla di un nuovo inizio, ma per arrivare alla resurrezione bisogna passare dalla passione: mai paura siamo con Lui!

In questa settimana abbiamo ripercorso il terribile cam-mino di Gesù verso la croce. Egli ha dovuto sopportare non solo il dolore fisico ma anche il rifiuto del suo popolo, il tradimento di Giuda e l’abbandono dei suoi che si sono dispersi dopo il suo arresto. Nel momento della morte ha poi sperimentato una lontananza straziante dal Padre, che gli ha fatto gridare Dio mio, Dio mio, perché mi hai ab-bandonato, il lamento che apre il salmo 23. Da questo baratro di solitudine e di sofferenza lui risorge! Pensate a come dovevano sentirsi la Maddalena e l’altra Maria quel-la mattina. Nei loro occhi ancora vivissimo lo strazio della crocifissione. Il loro Gesù, il Maestro, la ragione della loro vita era morto goccia a goccia davanti a loro senza che potessero far nulla per alleviare anche solo un poco la sua inumana sofferenza. Nei loro cuori il vuoto di un fu-turo senza di lui, senza più speranza. Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi»! In un momento pas-sato e futuro scompaiono davanti al presente della sua resurrezione. Si può pensare ad una gioia più grande? Il buio della morte è cancellato dalla luce infinita del Risor-to. Il cielo tocca la terra e la rinnova, la fa rinascere. Il cuore di chi accoglie il Signore, il nostro cuore, diventa la gemma, il fiore, che annuncia una meravigliosa primave-ra. Il mondo ci parla di croce e di Calvario, tiene il nostro sguardo incollato a terra, ma Gesù ci offre di risorgere con lui, di aprire il cuore su un orizzonte infinito, di alza-re la testa vittoriosi sul male e sul peccato. Ecco la nostra speranza e la nostra gioia. Siamo certo ancora in cammi-no, dobbiamo affrontare la fatica del quotidiano col suo carico di inevitabile sofferenza, ma Gesù cammina accan-to a noi e ci guida verso la vittoria della resurrezione. La parola dell’angelo è rivolta anche a noi: non abbiate pau-ra! La resurrezione è la vittoria definitiva del Cristo che vince il mondo. Possiamo immaginare la corsa a perdifia-to delle due donne e la gioia del loro annuncio che è come un’esplosione tra i discepoli affranti e confusi. Viviamo anche noi l’esultanza della resurrezione. Il mondo non è più lo stesso, si è aperta la via al cielo, rinnoviamo la spe-ranza: il Signore è risorto!

Offrire (dMP)

Il nostro piccolo sacrificio può diventare un’offerta a favore di tutti.

Gesù sa perfettamente a quale fine si sta avvicinando, ma non vi si sottrae, anzi gli va incontro decisamente: non ci può essere resurrezione senza la morte. Il tradimento di Giuda è imminente e non cerca di evitarlo perché bisogna morire al mondo per entrare nel Regno. Il Maestro non ha paura e ci dà l’esempio. La sua passione è straziante, viene umiliato, oltraggiato, coronato di spine, flagellato, cioè ferito scientificamente in ogni parte del corpo, trasci-nato sotto il peso del suo stesso patibolo e infine lasciato soffocare inchiodato a un legno. Pensate al dolore di sua Madre, della Maddalena e di chi lo amava, nel vederlo morire così, goccia a goccia, sotto i loro occhi. Uno strazio infinito. Avrebbero voluto sollevarlo in qualche modo, ma non si poteva. Gesù ha voluto sopportare questo enorme peso da solo, a immagine del peso del nostro peccato che Lui porta sulla croce per farlo morire con sé. C’è un epi-sodio narrato nel libro dei Numeri (cap. 21), che aiuta a capire. Gli ebrei si lamentavano del viaggio nel deserto e del cibo leggero, la manna, e furono assaliti da dei ser-penti velenosi che li mordevano uccidendoli. Per fermare il castigo Dio dice a Mosè di fabbricare un serpente di bronzo e metterlo su un palo, chiunque fosse stato morso e avesse guardato il serpente sul palo si sarebbe salvato. Questi serpenti sono il simbolo del peccato che distrugge e uccide, ma sul palo della salvezza non c’è un fiore o un sole o il simbolo della salute, ma ancora un serpente. Ge-sù è come quel serpente, si fa peccato, assume le sem-bianze di quel peccato, perché noi possiamo volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto ed essere salvati. La sua passione e morte diventano un dono per tutti, un’offerta al Padre per la salvezza di ogni uomo. Quando il Maestro dice: rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguimi, ci in-vita a partecipare alla sua passione. Ciò non significa che ci dobbiamo far crocifiggere o che dobbiamo cercare delle sofferenze speciali, ma che possiamo trasformare ogni piccolo o grande dolore della nostra vita in un’offerta al Padre come ha fatto Lui. Questo ci permette di vivere ogni sofferenza, dalla piccola contrarietà al dolore fisico, come un gesto di amore per Dio e per il prossimo.

La Vita (dMP)

Gesù si commuove di fronte al nostro dolore e ci fa vedere che è vita in cui sempre possiamo sperare.

Il rapporto tra Gesù e i farisei aveva raggiunto la massima tensione. L’intento del Maestro era quello di gettare i semi del suo Regno, insegnando che l’amore di Dio è una disposizione interiore prima di tutto. Per questo aveva detto alla samarita-na che era ora di adorare Dio in spirito e verità. Egli affermava il suo insegnamento coi miracoli e non rinunciava a provocare i benpensanti violando il sabato. I farisei invece erano così at-taccati alla lettera della legge che ne avevano fatto una sorta di idolo, tanto che non furono capaci di riconoscere la presen-za del Messia. Il loro fanatismo li rendeva ciechi. Gesù aveva rischiato di essere lapidato e dunque si era allontanato dalla Giudea. Quando viene a sapere della malattia di Lazzaro e de-cide di tornarvi, i suoi discepoli si mettono in agitazione. Tommaso dà voce al loro sentimento dicendo: andiamo a mori-re con lui. È convinto che la pelle la rischiano tutti. Alla paura dei suoi, Gesù oppone invece una grande determinazione. Parlando della morte di Lazzaro come l’occasione della sua glorificazione, non pensa certo al suo successo personale, ma al fatto che il miracolo della resurrezione sarebbe stato il pre-testo per il suo arresto. Non mostra né paura, né cedimento, ma va incontro alla morte con decisione. Il gesto che compie ha un grande valore simbolico. Certamente quando Lazzaro è uscito vivo dal sepolcro avranno provato una grande gioia, ma il poveretto è dovuto morire un’altra volta! Cosa serve risorge-re se si muore di nuovo? Ecco perché se Gesù ha compiuto questo segno, lo ha fatto una volta di più per affermare coi fatti che le sue parole sono verità: io sono la resurrezione e la vita. È anche molto importante la sua commozione, che esprime la sua compassione e partecipazione al dolore delle sorelle di Lazzaro. Gesù si commuove anche per noi, quando ci vede prostrati dalla sofferenza, dalla fatica e anche dal pec-cato. È pronto a farci risorgere. Lazzaro è coperto da una pie-tra pesantissima, è legato e fasciato, è morto da quattro giorni e quindi già mezzo decomposto, eppure risorge. Questo ci dà una speranza enorme, è come se Gesù ci dicesse, non importa se sei un disgraziato pieno di peccati, anche se sei caduto così in basso che il tuo peccato ti blocca e ti schiaccia come una pietra tombale, se hai fiducia in me, io ti faccio rialzare. Que-sta è la resurrezione che dobbiamo desiderare adesso, ed è quella che si compirà alla fine dei tempi, quando nonostante tutto, ritorneremo a vivere rinnovati anche nel corpo, e non per i nostri meriti, ma perché siamo suoi amici, come lo era Lazzaro.

Guardare e vedere (dMP)

Vediamo quello che guardiamo? Se no, cosa ce lo impedisce, cosa ci acceca?

Il fatto che nel mondo esistano persone più fortunate di altre è un mistero. Noi viviamo in una società ricca, abbiamo scuole, ospedali, previdenza sociale ecc., ma molte popolazioni del mondo non hanno nemmeno il necessario per vivere. Cosa abbiamo fatto per meritarlo? Non si può rispondere. I discepoli vorrebbero giudicare la sfortuna del cieco e metterla in relazione con le colpe della sua famiglia, ma Gesù dice che la menomazione di quell’uomo è parte del piano divino. Un piano cui noi non abbiamo accesso. Non spetta a noi giudicare, piuttosto dobbiamo aver fiducia nella Provvidenza. Il Maestro decide di guarirlo. Ha appena detto di essere la luce del mondo e subito compie un gesto che conferma le sue parole. Impasta del fango con la saliva, lo spalma sugli occhi dell’uomo e lo manda alla piscina. Il fango ricorda la creazione, l’acqua il battesimo. L’uomo è solo argilla e le sue capacità sono menomate se non c’è in lui il soffio dello Spirito, la purificazione che viene da Dio. La vera luce che permette di vedere è la fede che è un dono. Il miracolo è compiuto di sabato, quando la legge prescrive di non lavorare, ma Gesù ha fatto del fango usandolo come medicazione e quindi ha violato il sabato. Inizia allora il confronto tra chi si dice vedente e chi non dovrebbe vedere. I farisei guardano il miracolo, ma non vedono la mano di Dio. Ciò che impedisce loro di capire è la pretesa di giudicare sulla base della legge e non dello Spirito. Lo Spirito infatti soffia dove vuole e non sono i limiti delle cose umane che lo possono fermare. Questo vale anche per noi. Dio non è di proprietà della chiesa cattolica, ma parla al cuore di ogni uomo del pianeta e può fare miracoli anche senza di noi. Il Figlio dell’uomo è padrone del sabato, ciò significa che il Padre è il sovrano e noi dobbiamo ubbidire e non pretendere di comandare. I veri ciechi sono allora i farisei, il cui peccato rimane, perché credono di vedere. Ci sono poi i genitori dell’uomo che possono apprezzare più di tutti il segno compiuto da Gesù, ma non vogliono riconoscerlo, perché hanno paura. Essi rappresentano i cristiani che si nascondono e non hanno il coraggio di prendere posizione. Alla fine il cieco è l’unico che vede. Affronta apertamente i farisei e riconosce Gesù. Nonostante sia un uomo semplice li mette con le spalle al muro. Vede perché ha la luce della fede. Tutto questo può servirci come un esame di coscienza. Quante volte guardiamo senza vedere, senza saper riconoscere la presenza di Gesù nella nostra vita, e quanto spesso pretendiamo di giudicare il suo operato!

Quaresima al tempo del Corona (dMP)

La nostra umanità assetata può trovare nell’acqua viva di Gesù il suo sollievo.

Gesù è stanco e assetato, fa caldo ed è mezzogiorno. È ora di mangiare, infatti i discepoli sono andati a prendere del cibo in città. Nel rivelare tutta l’umanità del Maestro l’evangelista introduce i veri protagonisti di questa storia: la sete e l’acqua. Gesù si rivolge a una donna straniera. I samaritani erano il resto degli ebrei del nord che, scampati alla deportazione assira, erano rimasti in patria ma si erano assimilati con le popolazioni pagane e per questo, pur avendo conservato il culto e la legge, non erano stimati veri ebrei. Le donne poi non godevano di grande considerazione a quei tempi. Gesù si manifesta anche per questi stranieri cominciando a far capire l’universalità del suo messaggio e sceglie una donna, cioè un testimone “debole”, come ha fatto per la sua resurrezione, per confondere i forti (1Cor 1,27), per mostrare che il suo Regno si afferma grazie a Dio e non agli uomini. Al capitolo 25 del vangelo di Matteo, nel brano del giudizio finale, Gesù dice che gli eletti lo hanno dissetato quando hanno dato da bere a chi ne aveva bisogno. L’uomo bisognoso è immagine del corpo stanco e assetato del Signore che chiede da bere a noi. I grandi santi della carità hanno adorato il Cristo nei poveri dandoci l’esempio. In cambio della tua acqua, ci dice Gesù, io ti darò la mia, che sazierà la tua sete per sempre, anzi farà di te una sorgente. Il primo incontro con questa fonte è stato il nostro battesimo, che è una rigenerazione, una morte e una resurrezione. Il Signore propone questa rinascita alla donna, la quale risponde in modo un po’ aspro: sì dammi la tua acqua così risparmio la fatica di venire ad attingere tutti i giorni. Non capisce veramente quello il Maestro le sta offrendo e lui, come sempre con delicatezza, le fa vedere che legge nel suo cuore. Non c’è giudizio nelle sue parole, solo una sottile ironia che fa eco a quella della donna. L’atmosfera cambia, ella capisce che è un maestro che le parla, ma insiste ancora sulla diversità del culto. Bisogna adorare in spirito e verità, si può andare al tempio senza fede o a messa senza ascoltare nemmeno una parola: quello che conta è il cuore e lo Spirito che lo abita. La donna scappa in città e lascia lì la brocca. È venuta per attingere, ma ha trovato qualcosa di molto più dissetante e, proprio come diceva Gesù, diventa lei stessa sorgente per i suoi concittadini, invitandoli a conoscerlo e incontrarlo. Lasciamo anche noi la nostra brocca ai piedi di Gesù perché ce la riempia della sua acqua viva.

Luce (dMP)

La luce di Cristo trasfigurato è la presenza del divino nella realtà che gli occhi della fede ci permettono di vedere.

Tutto cominciò con la vocazione di Abramo. Esci dalla tua terra, cioè dalle tue certezze, dai tuoi schemi e mettiti in cammino. Una parola che vale per gli uomini di ogni tempo e dunque anche per noi: se vogliamo incontrare Dio dobbiamo fare silenzio e con tanta umiltà lasciargli l’iniziativa, senza pretendere di essere noi a stabilire come devono andare le cose. Abramo fece il suo primo passo lasciando casa e famiglia paterna e Dio camminò con lui, educandolo e facendolo crescere, fino al momento in cui gli chiese il sacrificio di Isacco, ossia il sacrificio completo della sua volontà, in favore del piano divino. Abramo non fu per questo schiacciato o umiliato, anzi divenne ricco sia spiritualmente che materialmente e il suo nome è rimasto nella storia come quello degli uomini più grandi. Non era però un re o un condottiero, ma un semplice pastore. Abbandonarsi a Dio è sempre un guadagno, ecco perché il tentatore continuamente cerca di far credere il contrario. Pietro, Giacomo e Giovanni erano anch’essi uomini semplici, dei pescatori senza istruzione. Il segno è chiaro: la sapienza viene da Dio e non dagli uomini. Essi hanno risposto alla chiamata di Gesù e ora si trovano ad essere testimoni di un evento che segna la fine del tempo dell’Antico Testamento e l’inizio del Nuovo. Mosè è il grande liberatore del popolo, un uomo leggendario che ogni ebreo avrebbe voluto conoscere, egli rappresenta la Legge, la Torà, che è il fondamento dell’ebraismo. Elia raffigura invece i profeti, la voce di Dio nella storia, coloro che hanno guidato la crescita del popolo lungo i secoli. Entrambi sono davanti a loro vivi. È qualcosa che non solo non ha precedenti, ma non avverrà mai più. Pietro dà voce allo stupore e all’entusiasmo quando esclama: Signore, è bello per noi restare qui. Vuole restare lì per sempre. In pochi secondi si trova a camminare nella storia e scopre che lui, povero pescatore Galileo, è nel cuore e nel progetto di Dio da tutta l’eternità. Addirittura i tre sentono la voce del Padre. Quando Mosè nel deserto chiese a Dio di far sentire la sua voce al popolo, la gente ne fu così atterrita che lo supplicò di non udirla mai più. Ecco perché i tre apostoli crollano al suolo, sono sopraffatti, in estasi. Gesù con questa esperienza rivela la sua divinità ai discepoli e dunque a noi e ci mostra che credere in lui significa entrare nella vita divina e partecipare al progetto infinito che il Padre ha nel cuore dall’eternità. È un invito alla contemplazione e al silenzio, perché siamo al cospetto del mistero eterno della nostra salvezza.

Quarantena e contagio (dMP)

La quaresima è il tempo per isolarsi dal contagio del peccato.

La tentazione esiste perché siamo liberi. Dio ha creato l’uomo per amore. L’amore si fonda sulla libertà. Non si può costringere ad amare e dunque il Signore nel mettere Adamo nel giardino, lo pone di fronte alla scelta dell’amore: accettare la paternità di Dio, oppure rifiutarla e optare per l’autonomia. Non è un trabocchetto malizioso, fatto oltretutto da chi sapeva già come sarebbe andata a finire, ma è il dono della libertà. La strategia del tentatore è la stessa sia per Adamo che per Gesù: fa leva sull’amor proprio, spinge perché l’uomo cerchi sé stesso, usi della sua libertà per accrescere il suo orgoglio. Suggerisce ad Adamo di sostituirsi a Dio nel decidere cosa è bene e cosa è male, lo invita a misconoscere la paternità del Creatore e ad agire come se il mondo fosse proprietà sua. Gesù è vero Dio e vero uomo. È nato da una donna e ha dovuto affrontare tutte le prove della condizione umana. Oltre al dolore e alla morte, che non gli sono state risparmiate, ha dovuto subire la tentazione. Gesù incontra il diavolo subito dopo il battesimo, cioè dopo che ha compiuto il passo di accettare la sua missione. Il tentatore mette sempre alla prova le nostre scelte, lo fa anche con Gesù e cerca di sedurlo spingendolo a cercare successo e affermazione. Vuole che il Messia, anziché utilizzare le sue capacità per fare la volontà del Padre, le sfrutti a suo vantaggio. Trasformare i sassi in pane è la tentazione della ricchezza, dell’avere, che fa credere di poter far fronte a qualunque necessità comprando una soluzione del problema. Gesù è però deciso a cercare la Parola, cioè la volontà, di Dio. Il demonio allora prova a far leva sul desiderio di essere famoso e ammirato. Se ti butti dal pinnacolo tutti vedranno che gli angeli ti salvano e così ti ammireranno. E infine il potere. Invece di mettere le tue doti al servizio degli altri, usale per conquistarli e sottometterli. La risposta del Maestro è quella che dovrebbe dare ognuno di noi: adora il Signore Dio tuo, a lui solo rendi culto. Non cercare te stesso, cerca il Signore. Il risultato non è un annichilimento di sé, ma una piena realizzazione, infatti gli angeli si avvicinano e lo servono. Gesù è il nuovo Adamo, colui che dà origine all’umanità nuova e la novità è proprio nel rifiuto del peccato originale. L’uomo Gesù non rinnega Dio, non cerca la sua volontà, ma quella del Padre e ci indica la strada. All’inizio della Quaresima siamo invitati a imitarlo. Questa è la conversione, voltare le spalle alla nostra pretesa di autonomia e andare incontro al Signore per risorgere con Lui.

LA SETTIMANA 2020
Num. 983 del 20 set 2020
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IL PONTE
Num. 1 - Mar 2020
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Cappella Natività
Maria Santissima

Santa Monica

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Notiziario 1/2020
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