Deuteronomio

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Il Deuteronomio (= seconda legge) è il quinto e ultimo libro del Pentateuco. Rappresenta una specie di ponte tra i primi avvenimenti dell’esistenza di Israele (e del mondo) e ciò che avviene dopo la sua entrata nella Terra Promessa di Canaan.
In quanto tale il libro guarda in due direzioni: ricorda gli eventi del passato che hanno portato Israele fino ai confini della regione che avrebbe reclamato come sua eredità, e guarda in avanti alla vita che Israele dovrà condurre una volta in possesso della regione.
Narra inoltre come Mosè, il grande condottiero, terminò i suoi giorni di guida del popolo e scomparve dalla scena lasciando le redini a Giosuè.
Nel Deuteronomio ritroviamo le leggi e le normative che il popolo aveva già ricevuto nel deserto; la maggior parte del suo contenuto si trova già negli altri libri del Pentateuco.
Le differenze nella nuova formulazione delle leggi non sono sostanziali, si limitano a porre un nuovo accento sul genere di vita che il popolo è chiamato a condurre.

Spunti teologici:
Dal punto di vista teologico, nel Deuteronomio spiccano tre elementi.
Primo, viene sottolineata l’importanza del ricordo del passato. Dobbiamo guardare indietro per ricordarci di dove siamo venuti e capire meglio dove siamo diretti. Se abbiamo commesso errori, non dobbiamo ripeterli; se ci siamo comportati bene, dobbiamo continuare sulla stessa strada.
Secondo, viene posta nuova enfasi sull’importanza della legge di Dio. Queste norme ci sono state date non perchè fossero un peso, ma per aiutarci. Dio è essenzialmente ordinato e ha predisposto le cose in modo che anche la nostra vita sia ordinata. Obbedire a Dio è la cosa migliore: egli sa cosa è meglio per noi e ci ha mostrato come vivere.
Terzo, viene nuovamente sottolineata l’importanza di conoscere Dio e di rendergli il culto dovuto. C’è un solo Dio padrone del cielo e della terra, e deve essere adorato. Il fatto meraviglioso è che Dio non solo acconsente di essere adorato, ma lo desidera. L’atto più grande che una persona possa compiere è quello di prostrarsi in adorazione a Dio. Diretta conseguenza è il servizio nei confronti del prossimo.

Il Libro del Deuteronomio è frutto di redattori che si rifanno alla fonte del Nord che ha un carattere spirituale e morale. Contano soprattutto i rapporti tra Dio e l’uomo.
Presenta i temi dell’amore, dell’ascolto della Parola, della legge che non va osservata in maniera formale ma deve essere accolta nel cuore e interiorizzata.
Il Deuteronomio viene inquadrato in discorsi di Mosè, e la sua stesura risale al periodo successivo alla caduta del Regno del Nord (722 AC).
Per qualche tempo quei codici rimasero da parte, trascurati. Furono ritrovati nel 622 nel tempio e riproposti solennemente.
L’influenza di questa fonte spirituale continuerà per alcuni secoli.

1) Riepilogo delle peregrinazioni di Israele nel deserto    ( 1,1 – 4,43 )
Il primo discorso di Mosè è un riassunto della storia di Israele tra il suo soggiorno nel Sinai e il suo arrivo a Pisga, di fronte al Giordano, cui segue un richiamo all’alleanza e alle sue esigenze.
Annunzia l’esilio come castigo dell’infedeltà, ma nello stesso tempo apre la prospettiva della conversione e del ritorno.
Al versetto 4,27 c’è il primo riferimento a “un piccolo numero”, quello che dai profeti sarà definito “resto di Israele”, quella minoranza del popolo di Dio che supereranno le prove mantenendosi fedeli.

Riepilogo delle leggi date a Israele    (4,44 – 26,19)
Questo secondo discorso di Mosè introduce il grande codice deuteronomico (12,1 – 26,15) e proseguirà in 26,16-28.68. Come il primo discorso, riprende soprattutto la storia passata di Israele, risalendo fino all’incontro con Dio nel fuoco del cespuglio ardente e alla consegna delle tavole della Legge (cf. Es 20,5ss).

5,26: affermare che Dio è vivente costituisce una delle caratteristiche principali della fede nel vero Dio (6,4ss), perche’ implica il rigetto di tutti i falsi dei, che sono senza vita come le loro immagini (Gs 3,10; 1 Sam 17,26.36; Is 37,4; Ger 10,8-10; Os 2,1; Sal 84,3; cf. Mt 16,16; 26,23; Rm 9,26; 1 Ts 1,9; 1 Tm 3,15).

6,2: temere Dio è una espressione tipica della fedeltà all’alleanza. Il “timore” (Es 20,20ss) comporta simultaneamente un “amore” che corrisponde a quello di Dio (4,37) e un obbedienza assoluta a quanto Dio comanda (6,2-5; 10,12-15; cf. Gen 22,12).
Il contenuto morale di questo “timore” andrà sempre piu’ affinandosi (Gs 24,14; 1 Re 18,3.12; 2 Re 4,1; Pr 1,7ss; Is 11,2; Ger 32,39).

6,4: “Ascolta Israele !”. Ascolta, diventerà l’inizio dello Shema’ (= ascolta), che resta una preghiera fondamentale per il pio israelita.
Lungo la storia di Israele questa fede in un Dio unico non ha cessato di svilupparsi, con crescente precisione, a partire dalla fede nell’elezione e nell’alleanza (Gen 6,18; 12,1ss; 15,1ss).
L’affermazione del Dio vivente (5,26ss), unico signore del mondo come del suo popolo (Es 3,14ss; 1 Re 8,56-60; 18,21; 2 Re 19,15-19; Sir 1,6-7; Am 4,13; 5,8; Is 42,8ss; Zc 14,9; Mi 1,11), ha comportato sempre più anche una negazione sistematica dei falsi dei (Sap 13,10ss; 14,13; Is 40,20ss; 41,21ss)

6,5:  L’amore di Dio non è proposto come una scelta, ma è un comando. Questo amore, che corrisponde all’amore di Dio per il suo popolo (4,37; 7,8; 10,15), include il timore di Dio, l’obbligo del suo servizio e l’osservanza dei suoi precetti. Questo comando dell’amore non si incontra esplicitamente fuori del Deuteronomio, ma l’equivalente è offerto da 2 Re 23,25 e da Os 6,6.
Gesù, richiamandosi a Dt 6,5, presenterà come il più grande comandamento l’amore di Dio (Mt 22,37), un amore che si unisce al timore filiale, ma esclude quello servile (1 Gv 4,18).

7,6 (cf. 14,2): L’elezione e il favore divino. Dio è andato a cercarsi un popolo con mezzi miracolosi (4,34; cf. 4,20; 26,7-8).
I motivi di tale scelta vengono indicati qui, nei vv. 7-8: l’amore e la fedeltà alle promesse fatte gratuitamente ai padri (cf. 4,37; 8,18; 9,5; 10,15). Questa scelta è suggellata dall’alleanza (7,9; 26,19).
Tutta l’argomentazione relativa all’elezione, che si trova espressa così fortemente nel Deuteronomio, pervade costantemente l’Antico Testamento, dove Israele è un popolo separato (Nm 23,9), il popolo di Dio (Gdc 5,13), a lui consacrato (Es 19,6ss), che è entrato nella sua alleanza (Es 19,1ss), suo figlio (Dt 1,31ss), la nazione dell’Emmanuele, “Dio con noi” (Is 8,8.10).
Ma i profeti annunzieranno il riconoscimento di Dio da parte di tutte le nazioni e l’universalismo della salvezza (Is 49,6; 45,14ss; Zc 14,16): è l’era messianica aperta dalla venuta di Gesù.

La prova del deserto.
Il Deuteronomio presenta qui i quarant’anni nel deserto come una prova (8,2).
Dio, che tutto può creare con la sua parola (8,3), fa vivere gli israeliti mediante i comandi che escono dalla sua bocca.
Queste espressioni saranno riprese e interpretate dai profeti e dal libri sapienziali, fino ai Vangeli (cf. Mt 4,4; Am 8,11; Ne 9,29; Pr 9,1-5; Sap 16,26; Sir 24,18-20; Gv 6,30-36.68ss)
Mosè richiama l’episodio del vitello d’oro, delle tavole dell’alleanza spezzate e rifatte e della sua intercessione. Il racconto e’ parallelo a Es 32.

Il codice deuteronomico (cap. 12-26) è il documento dell’alleanza presentata come un contratto: Dio è il Signore, e Israele è il suo popolo, a condizione che osservi i comandi. Le benedizioni e le maledizioni saranno la sanzione dell’osservanza di questo contratto.

3) Accettazione definitiva di Dio e della sua alleanza   (27,1 – 30,20)
Mosè appare qui (29,14) come il mediatore dell’alleanza, la cui formula centrale viene data nel v. 12, conferendo un valore permanente.
L’inaccessibilità della sapienza, fonte di felicità (30,11), è un tema che sarà ripreso di frequente nei libri sapienziali (cf. Gb 28; Qo 7,24; Sir 1,5; Bar 3,15). Dio però la rivela nella legge (Sir 24,22-23; Sal 119).

4) Gli ultimi giorni di Mosè       (31,1 – 34,12)
Il cantico del cap. 32 è un brano di alta poesia che esalta la potenza del Dio di Israele, il solo vero Dio. Molte espressioni che contiene le ritroveremo negli scritti dei profeti e nei Salmi.
Le benedizioni di Mosè (cap 33) costituiscono il suo testamento.
Il racconto della morte di Mosè costituisce la conclusione di questo libro. La visione dalla vetta del Nebo, abbraccia tutta la terra promessa, nella quale non entrerà (cf. 4,21). Tuttavia egli ne prende possesso per il popolo (cf. Gen 13,14-15).
Così si conclude la vicenda umana di colui che viene definito “il profeta per eccellenza” (Gv 1,21; 6,14). Mosè dà testimonianza alle Scritture (Gv 5,46; Lc 24,27) e appare al fianco di Cristo nella Trasfigurazione (Lc 9,30ss).
Ma il nuovo Mosè sarà Cristo, che dà compimento alla Legge (Mt 5,17).

Conclusione del Libro del Deuteronomio.

Il titolo è la trascrizione di una parola greca che significa “seconda legge”, nel senso che questo libro riprende con accenti nuovi e una impostazione generale diversa la legge dell’Esodo, aggiungendo anche nuovi materiali.
Il Deuteronomio si distacca sensibilmente dagli altri quattro del Pentateuco perchè si presenta come una raccolta di tre discorsi di Mosè (1,1-4,40; 4,41-28,69; 29,1-30,20), il quale, prima di morire, ricorda al popolo gli avvenimenti passati che testimoniano la predilezione di Dio per Israele da Lui scelto e protetto, per stimolare la fedeltà all’alleanza del Sinai non per timore dei castighi divini, ma per gratitudine e amore.
Il Deuteronomio, insieme alla letteratura profetica, ha dato vigoroso e decisivo impulso al monoteismo morale dell’Antico Testamento, cioè alla fede in un Dio generoso nei suoi doni e fedele alle sue promesse, che esige in cambio una fedeltà spirituale e non puramente giuridica alla sua legge.
All’amore dimostrato da Dio il popolo deve rispondere con un culto che comprende l’adempimento dei doveri morali e sociali.
Gesù fa appello al comandamento centrale del Deuteronomio (6, 4-5) per proclamare l’amore di Dio e del prossimo come sommo comandamento divino, vertice e sintesi di tutto l’Antico Testamento e, alla luce del mistero di Cristo, il comandamento supremo per sempre.