Don Chen, la fede imparata dai ricordi della nonna

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Da LASTAMPA.IT Torino (del 29/07/2013)

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Don «Giuseppe» Xiaobing Chen ha 45 anni, insegna Diritto Canonico e presiede il Tribunale Ecclesiastico della Cina. Due sue sorelle sono religiose francescane, una vive nelle Filippine

Il nuovo vice parroco di Santa Monica è cresciuto sfidando i divieti

Maria Teresa Martinengo

Torino

A Santa Monica, la chiesa che fronteggia la «bolla» del Lingotto, il nuovo «collaboratore parrocchiale» viene da lontano. Don «Giuseppe» Xiaobing Chen è arrivato tre mesi fa dalla Cina, lasciando dopo 8 anni la cattedra di Diritto Canonico al Seminario Maggiore della provincia di Shaanxi (Cina nord-occidentale) e l’incarico di vicario giudiziale dell’unico Tribunale Ecclesiastico matrimoniale della Cina. A Torino, l’arcivescovo lo ha nominato cappellano della comunità cattolica di lingua cinese.

«Sentivo di aver bisogno di imparare ancora per poter essere utile ai fedeli che si rivolgono al Tribunale – racconta sorridente nel soggiorno della casa parrocchiale di via Vado – e cercavo un’opportunità in un Tribunale di lunga tradizione. Su Internet ho scoperto che il coordinatore dei preti cinesi in Italia cercava sacerdoti. Ci sono preti cinesi a Milano, Padova, Prato, Rimini, Napoli. Mi sono offerto, segnalando le mie esigenze di formazione». La risposta è stata Torino e Santa Monica, dove don Giuseppe era già stato qualche settimana nel 2005 ,al termine dei suoi studi all’Urbaniana, a Roma.

 

La fede dalla culla

«Sono nato in una famiglia cattolica da generazioni e tutte le generazioni – racconta – hanno dato alla Chiesa preti e suore. Abbiamo saltato solo la generazione di mio padre, negli anni delle persecuzioni. Mia madre, quando mi aveva in grembo, sapeva che avrebbe dato alla luce un futuro prete o una futura suora. E fondamentale è stata l’educazione ricevuta da mia nonna, Maria, cuoca del parroco del nostro villaggio, vicino alla città di Xi’an. Ho imparato a parlare con il “Padre nostro”».

 

Il parroco  

Quando Xiaobing era bambino, in Cina i libri religiosi erano banditi. «Ma mia nonna ricordava il Vangelo e la Bibbia, sapeva a memoria tante cose. Per me, poi, è stato importante il ritorno dal carcere, dopo 14 anni e mezzo, del nostro parroco, una personalità carismatica, condannato per aver fondato un gruppo di preghiera che sosteneva i preti, nell’epoca della Rivoluzione, molti dei quali erano indotti a sposarsi. Allora avevo 10 anni e facevo il chierichetto: la chiesa era stata distrutta e la messa, nel cuore della notte, la celebravamo nella grande sala di casa nostra. Lui, che ora ha 85 anni, ha coltivato molte vocazioni e ha riaperto il primo seminario della nostra regione, nel 79. È un uomo che dà l’esempio con azioni concrete, applica il Vangelo alla lettera, come Papa Francesco».

 

La sfida

Dalla comunità di Santa Monica il sacerdote cinese è stato accolto con affetto e simpatia. Ogni domenica alle 9 e ogni giorno alle 18 (meno lunedì e mercoledì) celebra la messa. Al Tribunale Ecclesiastico inizierà in settembre. «In questi mesi cerco di conoscere la comunità cinese. Finora ho incontrato un solo cattolico, ma so che ci sono dei battezzati, so di bambini che vanno a scuola dalle suore. La mia speranza è di poter presto celebrare la messa in cinese».

 

Don Giuseppe ha già ottenuto un successo: «Ho appeso un avviso in cinese nella bacheca esterna: ho scritto che questa chiesa è un luogo anche per i cinesi. Davanti passano gli studenti diretti al Politecnico, al Lingotto: adesso ce ne sono 30 che vengono qui. Molti sono protestanti, ma non importa: prepariamo cibo cinese, chiacchieriamo. Poi, vado nei mercati dagli ambulanti, nei negozi, all’Università. Tanti della religione cattolica non conoscono niente. Come mi ha detto un missionario protestante, il compito ora è seminare: il sistema cinese è ateo, ma la gente sente il bisogno di cercare Dio… Anche il parroco di Santa Monica, don Daniele D’Aria, mi ha detto “Arriveranno”. Per ora – sorride – sono anche molto impegnato a preparare le omelie per le messe: devo migliorare il mio italiano, dai quattro anni passati a Roma ne sono passati 8…».

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