Fine del mondo (dMP)

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L’attesa del ritorno di Gesù non è una minaccia di morte, ma la speranza per il futuro.

Dopo aver celebrato Cristo Re, la festa che chiude l’anno liturgico, il nuovo ciclo si apre con l’Avvento, che è il tempo dell’attesa del Messia. In queste prime domeniche la nostra attenzione è focalizzata sulla seconda venuta di Gesù, quella che segnerà la fine del mondo e il giudizio dei vivi e dei morti. Sarà un avvenimento terribile e meraviglioso allo stesso tempo. Come in un parto la gioia del Regno sarà preceduta dalla tribolazione della fine del mondo e del giudizio. Il profeta Geremia nella prima lettura ci descrive il futuro messianico caratterizzato dalla pace e dall’adempimento delle promesse, ma dobbiamo ancora arrivarci. Siamo ancora prigionieri del tempo. Ogni giorno il sole sorge e tramonta e non possiamo farci niente. Il nostro corpo cresce e invecchia, è sano o malato e non ci chiede il permesso. I nostri desideri e bisogni scandiscono il succedersi della giornata finché il sonno non ci costringe a fermarci per ricominciare al risveglio. Il futuro è sempre fonte di preoccupazione: sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Molti cercano di esorcizzare tutto questo occupando la mente con il lavoro, con il divertimento, con qualche droga, con qualsiasi cosa che leghi al presente. Il nostro mondo è schiavo del presente, fa finta di essere immortale, perché ha paura del futuro. È angosciante, ma non definitivo. Alza la testa, ci dice il Maestro, la tua liberazione è vicina. Ecco chi aspettiamo, il liberatore. Il tempo dell’avvento ci aiuta a pensare al nostro futuro non come ad una condanna, ma come ad una liberazione. Non è il succedersi di giorni tutti uguali, ma è la speranza di un’attesa, di un incontro. Per questo Gesù ci invita alla vigilanza. Non vuol dire consumarsi nell’inquietudine, ma vivere il vangelo. È quello che San Paolo scrive ai Tessalonicesi: fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti. Essere vigilanti significa dunque anticipare la pace del Regno vivendo già ora in armonia. Ecco il criterio per vivere bene il presente e per realizzare la felicità. Nessuno di noi può vivere da solo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Se siamo animati dal desiderio di fare del bene al prossimo, allora ogni singolo atto è un’occasione di essere rispettosi e servizievoli. Questo è il paradiso, cioè una società fondata sull’amore. Il Signore lo si incontra nel prossimo. Amando gli altri non temiamo il suo arrivo improvviso perché di fatto è già con noi.

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