Genesi

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Il racconto della Creazione.

Nel racconto dell’origine dell’universo e dell’umanità non dobbiamo cercare un criterio scientifico di esposizione, ma troviamo invece alcune verità di fede fondamentali: unicità di Dio che crea tutto ed è distinto dal mondo, bontà di tutte le cose create, particolare dignità della creatura umana… e le intenzioni di Dio nei riguardi dell’uomo come creatura al quale si vuole offrire salvezza. Gli esseri vengono all’esistenza per l’appello di Dio, come opera della sua Parola, secondo un ordine crescente di dignità fino all’uomo, immagine di Dio e re della creazione. I “giorni” vanno intesi come periodi lunghissimi di tempo. La creazione è un’opera compiuta, che Dio continua a governare. Il riposo divino è modello del riposo umano, che ha un significato religioso. Dio plasmò l’uomo come un vasaio, quindi usa la polvere del suolo, che nell’ebraico dà il nome all’essere plasmato: adam. Eden, il paradiso terrestre, significa pianura, steppa. La descrizione del giardino evoca una pienezza di delizie. L’albero della vita indica immortalità. All’inizio del capitolo 2° (2,4ss) troviamo un altro racconto della creazione molto più schematico. La ragione è che l’autore, nel momento in cui mette per iscritto la storia sacra, utilizza quelle che per tutto il tempo precedente erano state tradizioni orali, trasmesse, ripetute fedelmente da padre in figlio, integralmente e con grandissima attenzione e rispetto, proprio perché nulla di importante venisse dimenticato. La scrittura era agli inizi, non era diffusa e anche dopo rimane a disposizione di pochi. Così il libro della Genesi comprende sezioni di tradizioni del sud, della Giudea, redatte sotto Davide e Salomone intorno all’anno 1.000 A.C., fonti del nord scritte in Israele verso l’VIII° secolo, e la tradizione del clero di Gerusalemme, detta “sacerdotale”, che fornisce giustificazioni riguardo alle leggi liturgiche e ai rituali. Solo allora infatti cominciava a essere presente la scrittura negli ambienti colti, come pure vengono favorite le arti, nella stabilità e nello splendore del regno soprattutto di Re Salomone. Tutto il racconto biblico è fortemente simbolico: il simbolo rimanda a significati che vanno ben oltre quello letterale. Questa parola trasmette un messaggio di Dio che è destinato a uomini. Non si tratta infatti di parola semplicemente umana, anche se scritta da uomini. A questo punto è bene chiarire la verità dell’ispirazione divina per gli autori della Bibbia. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Dei Verbum, conferma quanto la Chiesa ha da sempre sostenuto: cioè che le verità espresse nei libri della Sacra Scrittura furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo (cf. Gv 20,31; 2 Tim 3,16; 2 Pt 1, 19-21; 3, 15-16). Per la composizione dei Libri Sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo Egli in essi e per loro mezzo, scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte. Una raccomandazione importante: quando ci mettiamo davanti ad una pagina di Bibbia facciamo precedere la lettura da un momento di preghiera. In questo modo favoriamo rispetto e amore per la Parola di Dio. Entrare nel mondo della Parola di Dio è essenzialmente un cammino di fede.

GENESI – Il peccato e le sue conseguenze Il mondo esiste solo perché Dio esiste e perché ha deciso di crearlo. Il mondo non esiste per necessità di cose. Solo Dio esiste da sempre e se il mondo non fosse stato creato, Dio comunque sarebbe esistito da tutta l’eternità. Ogni cosa dipende da Dio e gli appartiene. Niente può a buon diritto rivendicare di esistere per propria potenza e scelta. Dio governa ogni cosa e sa cosa deve fare. E’ possibile respingere Dio, ma e’ la scelta più insensata e distruttiva che si possa fare. Quando Dio governa effettivamente, tutto va bene; quando noi cerchiamo di sostituirci a lui, il risultato è male, il caos, distruzione e sofferenza. Il peccato è una tragica realtà dell’esistenza umana. Anche se noi rifiutiamo Dio, Dio non ci respinge. Ancor oggi Dio redime l’uomo nel mondo. Il Libro della Genesi dimostra che l’essenza di Dio è l’amore e la compassione per le sue creature sbandate Il racconto della caduta inizia con la figura del serpente. Ricordo di nuovo che tutto il racconto e’ essenzialmente simbolico: non ci descrive effettivamente i particolari della vicenda, ma la realtà della tentazione e del primo peccato, peccato originale di disobbedienza e rifiuto di Dio. Il serpente serve qui per mascherare un essere ostile a Dio e nemico dell’uomo e raffigura il diavolo (cfr. Sap 2,24; Gv 8,44; Ap 12,9; 20,2). La tentazione, se ascoltata, sveglia la brama, il desiderio malsano di disobbedire per essere di più, per fronteggiare Dio con superbia, per rivendicare con orgoglio totale autonomia da Lui. Ma la tentazione avvelena la mente e il cuore, e la realtà di Dio e il suo amore si allontanano dai pensieri di Adamo ed Eva. La tentazione costituisce una difficoltà reale e, se ascoltata, acceca. Dio caccia i progenitori dal giardino dell’Eden, la loro condizione peggiora perdendo gli speciali doni di Dio, ma non vengono abbandonati neppure un istante alla loro sorte: il Signore, pur condannandoli, fa loro intravedere subito una speranza di salvezza (Gen 3,15). Tuttavia il peccato, pur previsto da Dio da sempre, sconvolge effettivamente l’ordine voluto da Dio. Ma il grande castigo sarà la perdita di familiarità con Dio (3,23), la lontananza da Lui voluta ma provocata dall’uomo. Peccato genera peccato e la violenza dilaga: dopo la rivolta dell’uomo contro Dio, è la lotta dell’uomo contro l’uomo: Caino uccide il fratello Abele. Questa spirale di lotta e violenza che si estende e si diffonde, non potrà essere fermata se non con la venuta di Cristo, con la proclamazione del duplice comando che riassume la legge: l’amore verso Dio e verso il prossimo (Mt 22,40). Il racconto continua esponendo antichissime tradizioni tribali, regolate da vendette selvagge. Non impressioni la lunghezza della vita dei patriarchi. Non si tratta di cifre esatte, ma hanno uno scopo: la lunga vita viene considerata come frutto della benedizione di Dio a chi si mantiene fedele a Lui. Vorrei a questo punto fare chiarezza riguardo alla verità nel racconto biblico: la Rivelazione dell’Antico Testamento cammina “verso” la pienezza della verità, Cristo. Dobbiamo tenerlo ben presente per non lasciarci disorientare di fronte a certi passi dell’Antico Testamento, nei quali Dio si presenta così diverso da quello che conosciamo in Gesù Cristo. Il fatto è questo: non è Dio a essere diverso, è l’uomo che deve maturare. Dio si manifesta all’uomo passo passo senza fargli violenza. Lo prende com’è, con una capacità ricettiva molto limitata, con un’idea di Dio molto rozza e umana, con una sensibilità morale assai primitiva. Progressivamente, nel corso di duemila anni, Dio apre la mente, il cuore e la vita di Israele fino a rivelarsi in pienezza nel Figlio. Prima non può farsi capire in modo completo, è costretto a pazientare. Solo con Gesù e il dono del suo Spirito, l’uomo riceve la capacità di aprirsi alla comprensione del suo mistero: comprensione, accoglienza e adesione. Pertanto è assolutamente necessario “rileggere” i testi dell’Antico Testamento partendo da Cristo, proiettando su di essi la sua luce. Ciò non significa che non abbiano in sè elementi positivi, ma risentono pure delle ignoranze umane e della “durezza di cuore” di quel tempo. L’Antico Testamento prepara il Nuovo Testamento, e si possono comprendere le fonti più antiche solo alla luce e alla pienezza di verità di Cristo nel Nuovo Testamento. La costituzione del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione, “Dei Verbum”, afferma: “I libri dell’Antico Testamento contengono cose imperfette e temporanee…” (D.V. n. 15). “Imperfette e temporanee”, significa che non debbono essere assunte come verità assoluta.

GENESI – Il diluvio La popolazione umana sta crescendo e moltiplicandosi, ma nella malvagità. I grandi cataclismi, come il diluvio, e come poi Sodoma e Gomorra, non sono mai decisioni dirette di Dio, anche se l’autore sacro li attribuisce al Creatore insoddisfatto del comportamento umano. Piuttosto il peccato, quando è radicato e perseverante, porta alla distruzione di chi lo commette. Se la malvagità era diffusa senza eccezioni, ecco lo sterminio di intere popolazioni. D’altra parte il racconto evidenzia anche un insegnamento eterno sulla giustizia e sulla misericordia accordata al giusto (cf. Eb 11,7). E’ un giudizio di Dio che prefigura quello degli ultimi tempi (Lc 17,26ss; Mt 24,37ss) come la salvezza accordata a Noè raffigura la salvezza con le acque del battesimo (1 Pt 3,20-21). La fede ci dice che c’è sempre un momento nella vita in cui siamo portati a riconoscere sinceramente le nostre responsabilità per il male commesso. Dio ci presenta senza mai stancarsi richiami, attraverso le persone e i fatti della vita stessa, perché possiamo finalmente aprire gli occhi sul nostro comportamento. Ma noi non possiamo mai pretendere di non tener in nessun conto quanto ci chiede il Signore, e ottenere ugualmente la salvezza. Dio rispetta fino in fondo la nostra libertà, ma la responsabilità nostra comunque rimane. Molto importante è il momento dell’alleanza come rapporto salvifico; qui, mediante Noè, Dio si allea nel segno dell’arcobaleno, fenomeno cosmico che unisce il cielo con la terra, con l’umanità riportata in qualche modo alle origini; seguirà l’alleanza con Abramo e i suoi discendenti (15,71: la circoncisione), che coinvolge direttamente il corpo dell’uomo. Poi con il popolo eletto mediante Mosè (Es 19,1: la consegna della Legge sul Sinai), infine la promessa di una alleanza nuova, universale (Ger 31,31-34: la circoncisione del cuore), conclusa finalmente da Cristo con il sacrificio di sè (Lc 22,20; 1 Cor 11,25; Eb 9,23-27) Riguardo al concetto di “alleanza”: Dio vuole condurre gli uomini ad una vita di comunione con lui. Questo è il messaggio della salvezza che il tema dell’alleanza esprime. L’alleanza appartiene all’esperienza sociale e giuridica degli uomini. Questi si legano tra loro con patti e contratti che implicano diritti e doveri il più delle volte reciproci. La conclusione del patto avviene secondo un rituale consacrato dall’uso e le parti si impegnano con giuramento. Dio si serve di questa consuetudine umana radicata nella società, e questa è l’esperienza fondamentale, in base alla quale Israele si è raffigurato i suoi rapporti con Dio. Dio ha scelto Israele perchè l’ama e vuole mantenere il giuramento fatto ad Abramo. Avendolo separato dalle nazioni pagane, lo riserva a sè in modo esclusivo: Israele sarà il suo popolo, che lo servirà mediante il suo culto e diventerà il suo regno. In cambio Dio gli assicura aiuto e protezione. Rivelato in modo imperfetto nell’alleanza patriarcale, mosaica, davidica, Egli si realizzerà pienamente a suo tempo in una forma perfetta e nello stesso tempo “interiore” e “universale”, grazie a Cristo. L’alleanza collocata da Gesù stesso al centro del culto cristiano, sta sullo sfondo di tutto il Nuovo Testamento: non più l’alleanza della lettera, della formalità esteriore, ma quella dello spirito che porta con sè la libertà dei figli di Dio. Essa riguarda sia le nazioni che il popolo di Israele perché il sangue di Cristo ha ristabilito l’unità del genere umano. Si realizza così la nuova alleanza annunziata da Geremia; un’alleanza suggellata nel sangue; non più nel sangue degli animali come la prima, ma in quello di Cristo stesso, sangue versato per la nostra redenzione.

GENESI – Diffusione della popolazione 11, 1 – 32 Questa sezione riguarda il racconto della costruzione della torre di Babele e la conseguente “confusione delle lingue”. Ora l’idea di costruire una torre “la cui cima tocchi il cielo” è senza ombra di dubbio espressione di un orgoglio smisurato. E la superbia, l’orgoglio è un grave peccato. L’autore sacro descrive i fatti come se la confusione delle lingue fosse stata conseguenza di una decisione diretta di Dio per far cessare quel popolo dal loro intento. Ho già detto che questo modo di esprimersi dell’autore fa parte dello “stile narrativo”, normalmente usato, di attribuire la successione degli avvenimenti alla precisa volontà di Dio. Ma in effetti si tratta di questo: è l’orgoglio stesso che divide, è la situazione di peccato che genera chiusure e impossibilità di comprensione fra gli uomini, anche proprio dello stesso ambiente. E questo lo constatiamo nella nostra vita di ogni giorno, nella famiglia e nel lavoro: quanto è difficile mantenere comprensione e pace nei nostri rapporti, in maniera soddisfacente e continuativa… Questo nuovo peccato personale e collettivo è come una follia che impedisce di ragionare e di comprendere che cosa si sta facendo realmente. Probabilmente riusciamo a capire meglio se ci riferiamo al fatto della crocifissione di Gesù, follia collettiva molto più grande: sulla croce Nostro Signore prega per coloro che lo stanno uccidendo “perché non sanno quello che fanno”; il peccato porta come conseguenza un oscuramento della mente e della capacità di comprendere le proprie azioni cattive. L’unione tra gli uomini sarà quindi effettivamente restaurata solo nel Cristo Salvatore, che esprime amore e misericordia senza limiti: l’evento grandioso della Pentecoste, che porta a una manifestazione straordinaria dello Spirito, è frutto della croce di Gesù e riporta una rinnovata possibilità di comunione nel genere umano: la difficoltà delle lingue diverse è superata e ci si comprende perfettamente; questo è l’effetto del dono dello Spirito che finalmente viene accolto senza ostacoli e può esprimere liberamente la sua potenza nel favorire comunione e amore. Dobbiamo fare questo collegamento fra Gen 11,1-9 e il racconto degli Atti degli Apostoli cap. 2,1-13. Tutto questo tempo è stato necessario alla pazienza di Dio per realizzare un reale cambiamento, una reale maturazione della fede, condizione che sola può finalmente permettere all’azione di Dio di agire liberamente nei cuori senza forzature. Questa ritrovata unità della famiglia umana è tuttavia costantemente davanti a noi, sempre in “costruzione” e in lento cammino (infatti constatiamo sempre, anche personalmente, momenti belli di fraternità e di amore sincero, alternati purtroppo fino alla fine dei tempi da odi, divisioni e guerre senza tregua). Il compimento diventerà realtà in cielo, nella Vita Eterna (Ap 7, 9-11)

Sul “cammino” della Rivelazione.Dio rivela i suoi disegni, che tracciano per l’uomo la via della salvezza; rivela se stesso, affinché l’uomo lo possa incontrare. Nato in una stirpe peccatrice, l’uomo non sa neppure esattamente ciò che Dio vuole da lui. Dio quindi gli rivela le regole di condotta: la sua Parola assume forma di insegnamento e di legge. In secondo luogo, Dio rivela al suo popolo il senso degli avvenimenti che gli è dato di vivere. Questi avvenimenti costituiscono il lato visibile del disegno di salvezza; ne preparano la realizzazione finale e già la prefigurano. La Parola illumina i fatti sottraendoli alla banalità quotidiana e al caso, per farli entrare in un piano prestabilito che però mai insidia la libertà dell’uomo: Dio conosce tutto e quindi sa “in anticipo” (dall’inizio dei tempi) come il singolo uomo si comporterà nelle particolari circostanze, ma accetta ogni situazione senza condizionare o forzare in alcun modo. Sempre però favorisce possibilità di ripensamento. Possiamo constatare come Gesù ha chiamato anche Giuda, offrendogli possibilità come agli altri Apostoli, anche se già sapeva che lo avrebbe tradito. La rivelazione di Dio inizia nell’Antico Testamento ma trova la sua pienezza nel Nuovo Testamento, con Gesù. Gesù è la rivelazione vivente di Dio. Essendo il Figlio del Dio vivente (Mt 16.16) Egli è il solo a conoscere il Padre e a poterlo rivelare (Mt 11,27 e passi paralleli). Gli atti e le parole di Gesù non sono stati conosciuti direttamente che da un piccolo gruppo di persone. Più piccolo ancora fu il numero di coloro che credettero in Lui e divennero suoi discepoli. Ora la rivelazione che Egli apportava era destinata al mondo intero. Perciò Gesù l’ha affidata ai suoi Apostoli, con la missione di comunicarla agli altri uomini; essi andranno nel mondo intero a portare il Vangelo a tutte le nazioni (Mt 28,19s; Mc 16,15). Il Libro degli Atti mostra lo stretto rapporto che esiste fra la comunicazione della rivelazione nella Chiesa e l’azione dello Spirito Santo in terra. La rivelazione fatta da Gesù e comunicata dai suoi Apostoli e dalla Chiesa, rimane ancora imperfetta, perché le realtà divine vi sono velate sotto segni. Ma essa annuncia la rivelazione totale che avverrà al termine della storia. Allora il figlio dell’uomo si rivelerà nella sua gloria (Lc 17,30) e gli uomini passeranno dal “mondo presente” al “mondo futuro”.

Storia di Abramo. (12,1 – 25,11)Il ciclo della storia di Abramo nel Libro della Genesi è fra i più belli di tutta la Sacra Scrittura. Occupa la parte centrale del libro e la domina. Dio chiama Abramo, lo invita a lasciare la sua terra, Carran, indicata come Ur dei Caldei, e gli promette una nuova terra, il paese di Canaan, e una numerosa discendenza. E’ Dio che cerca Abramo ed entra in dialogo con lui. Abramo crede in Dio e nella sua parola, obbedisce a questa vocazione e impegna la sua esistenza su questa promessa. Al progetto che Dio realizza nel tempo, l’uomo è sempre invitato a rispondere mediante la fede. Sulle orme di Abramo, “padre di tutti coloro che credono” (Rm 4,11), i personaggi esemplari dell’Antico Testamento sono vissuti e sono morti nella fede che Gesù porta a perfezione (Eb 12,2). Rompendo tutti i suoi legami terrestri, Abramo parte per un paese sconosciuto, con la moglie sterile (11,30): è il primo atto della fede di Abramo, fede che si rinnoverà al momento del rinnovamento della promessa (15,5-6ss) e che Dio metterà alla prova richiedendo per sé Isacco, frutto di questa stessa promessa (22ss). L’esistenza e l’avvenire del popolo eletto dipendono da questo atto assoluto di fede (Eb 11,8-9). Non si tratta soltanto della sua discendenza carnale, ma di tutti coloro che la stessa fede renderà figli di Abramo (Rm 4; Gal 3,7). Quando Abramo e la sua famiglia raggiungono il luogo a loro destinato, sono stupiti e meravigliati per tanta bellezza: “…tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte… era come il giardino del Signore!” (13,10). Lot, nipote di Abramo, tenta di impadronirsi della parte migliore, ma la dovrà abbandonare. Abramo si è accontentato della parte meno fertile, sabbiosa; e invece ogni granello di sabbia si trasformerà misteriosamente in eredi di una discendenza illimitata (15,16). Lot ha preferito la via facile e un clima di peccato; raccoglierà i frutti di questa sua decisione egoista. Invece la generosità di Abramo, che ha lasciato la scelta a suo nipote, sta per essere ricompensato dal rinnovamento della promessa (12,7). Riguardo alla campagna dei quattro re precisiamo che questo racconto non appartiene a nessuna delle tre grandi fonti della Genesi: si tratta di una aggiunta per unire Abramo alla grande storia e aggiungere alla sua figura un’aureola di gloria militare. La misteriosa figura di Melchisedek è densa di significato: Salem (= pace) richiama Gerusalemme (=città della pace). Il re-sacerdote che adora il vero Dio, prefigura il sacerdozio eterno del Messia (Sal 109,4; Eb cc. 5-7); il pane e il vino da lui offerto richiamano l’eucaristia, e anche un vero sacrificio, figura del sacrificio eucaristico. Questa interpretazione dei santi Padri, accolta dalla Chiesa, ha un riferimento nel canone della Messa. La benedizione (= dire bene di…) è una parola efficace (9,25ss) e irrevocabile (27,33ss; 48,18ss) che anche pronunziata da un uomo, trasmette l’effetto che vi si esprime, poiché è Dio che benedice. Ma anche l’uomo, a sua volta, benedice Dio, loda la sua grandezza e la sua bontà nello stesso tempo in cui augura di vederle affermarsi ed estendersi (24,48; Es 18,10; Dt 8,10; 1 Sam 25,32.39). La fede di Abramo (15,6) è la fiducia in una promessa umanamente irrealizzabile; essa è principio di azione secondo Dio, e San Giacomo fa riferimento proprio a questo testo per dichiarare che “la fede senza le opere è morta” (Gc 2,14-18). A proposito della nascita di Ismaele da Abramo e da Agar la schiava, secondo il diritto mesopotamico in quel tempo una sposa sterile poteva dare a suo marito una schiava per moglie e riconoscere come suoi i figli nati da questa unione. Il caso si ripeterà per Rachele (30, 1-6) e per Lia (30, 9-13). L’alleanza tra Dio e Abramo è ora nel segno della circoncisione: non più un segno cosmico, ma è nella carne. Non è ereditaria ma va effettuata volta per volta. La circoncisione era primitivamente un rito di iniziazione al matrimonio e alla vita del gruppo familiare (Gen 34,14ss; Es 4,24-26; Lv 19,23). Essa diviene qui un “segno” che richiamerà a Dio la sua alleanza (come l’arcobaleno, 9,16-17), e all’uomo la sua appartenenza al popolo scelto e gli obblighi che ne derivano. Riguardo al cambiamento del nome di Abramo: secondo la concezione antica, il nome di un essere non lo designa soltanto, ma determina anche la sua natura. Un cambiamento di nome sottolinea quindi un cambiamento di destino, cf. v 15 e 35,10. Abram e Abraham sembrano essere due forme dialettali del medesimo nome, ma c’è una reale variante: Abram = egli è di stirpe nobile; Abraham = padre di moltitudine. L’apparizione di Mamre (18,1ss) esprime inizialmente quanto era importante la tradizione dell’accoglienza. Abramo si dà da fare con disponibilità totale, ma riconosce dapprima nei visitatori solo ospiti umani. Il loro carattere divino non si manifesterà che progressivamente (vv 2.9.13.14). Vorrei a questo punto invitare a considerare la stupenda icona di Rublev: la Trinità, in cui la semplice casa e l’albero accennato sullo sfondo delle tre persone angeliche in primo piano, richiamano proprio l’apparizione di Mamre. Il destino di Sodoma e Gomorra è inevitabile perché “il loro peccato è molto grave” (18,20). Abramo riceve la notizia e tenta l’impossibile: “… forse ci sono 50 giusti, …forse 40, 20, 10…” ma in effetti non c’è nessun giusto all’infuori di Abramo e la sua famiglia. In ogni caso è commovente la preghiera di intercessione di Abramo, umile e fiduciosa: attraverso la preghiera “per gli altri” fatta col cuore, l’uomo coopera con Dio alla redenzione del mondo. Molto forte era nell’antico Israele il sentimento della responsabilità collettiva. Il principio della responsabilità individuale sarà espresso solo in Dt 7,10; 24,16; Ger 31, 29-30. Infine in Is 53 è la sofferenza di un solo giusto che deve salvare tutto il popolo; ma questo annunzio non sarà compreso se non quando sarà realizzato dal Cristo. Andando avanti nel racconto, arriviamo alla nascita di Isacco (21), il figlio della promessa. E con Isacco abbiamo la prova definitiva della fede di Abramo: ad Isacco erano legate le promesse divine. Isacco è figura di Cristo: il Padre celeste sacrificherà il suo unico Figlio per amore degli uomini (Rm 8,32). La fede del patriarca doveva esigere questo supremo sacrificio per essere perfetta, così la sua speranza, che non doveva avere più alcun appoggio terreno per non conoscere altro appoggio che la Parola di Dio. La ricchezza e la profondità di questa pagina non potrebbero essere comprese se non nella luce del Nuovo Testamento: questa è una vicenda che ci fa intravedere quello che può chiedere Dio, e nello stesso tempo ci insegna come a Dio si risponda, riconoscendo il valore della partecipazione al sacrificio di Gesù, di cui il sacrificio di Abramo è figura e annuncio.

Storia di Isacco e di Ismaele. (25,12 – 27,46) Storia di Esau’ e Giacobbe. (28, 1 – 36,43)Queste due sezioni sono di abbastanza facile lettura e continuano semplicemente il racconto. L’autore sacro fissa per iscritto le antiche tradizioni orali, fedele alla concezione che tutto si svolge sotto lo sguardo di Dio, mai assente, che porta avanti il suo progetto di salvezza nonostante la collaborazione o la non collaborazione dell’uomo sua creatura. C’è un aspetto significativo, che vale la pena di essere sviluppato, che è quello delle scelte misteriose di Dio: in particolare mi riferisco al fatto che Dio accetta che la primogenitura passi da Esaù a Giacobbe con tutte le conseguenze connesse. In questo caso, come anche per Ismaele, non sono gli eredi naturali che vengono benedetti, ma Isacco (Gn 18,19) e Giacobbe (Gen 27,27-29). In tutta la storia dell’umanità Dio fa delle scelte di persone spesso incomprensibili, ma sempre misteriosamente motivate. Esse non sono sempre conseguenza di comportamenti umani graditi o sgraditi (cf. Caino e Abele – Gn 4,4ss), perché oltre che per Giacobbe si verifica poi per Giuseppe nei confronti di tutti i suoi fratelli, come sarà poi anche per la scelta di Davide come re (1 Sam 16,12-13). Certamente Dio sceglie con libertà, oltre la nostra capacità di comprensione, in situazioni diverse. Così constatiamo che Dio individua all’interno del suo popolo uomini ai quali affida una missione temporanea o permanente, come conseguenza di un rapporto di “vicinanza” con lui, una interiore sintonia che permetta una risposta a Dio che è e rimane il primo ad amare. Dio continua a scegliere secondo i suoi piani (Rm 9,11), e la sua grazia (Rm 11,5), il suo amore (1 Ts 1,4) e la sua prescienza (1 Pt 1,2). Gli “eletti” possono fare affidamento sulla cura che Dio avrà di loro (Lc 18,7) e sulla certezza della propria salvezza (Rm 8,33), e dovranno condurre una vita degna del loro stato (Col 3,12-14). Il concetto di elezione è un qualcosa di misterioso perché sappiamo che Dio vuole la salvezza di tutti indistintamente (1 Tm 2,4), ma certamente chi è scelto da Dio, se collabora attivamente con tutto il suo cuore, costituisce uno strumento docile e sicuramente efficace dell’Amore e della Misericordia Divina. Vorrei invece a questo punto offrire una spiegazione che credo utile sui significati di PIETRA – ALTARE – SACRIFICIO, termini collegati fra di loro e ai quali si fa riferimento nelle sezioni finora prese in esame. PIETRA – Il significato è essenzialmente simbolico. Giacobbe a Betel (Gn 28,16ss), dopo aver avuto il sogno, innalza come stele la pietra che gli era servita come guanciale e versa olio su di essa. Queste sacre pietre, segno della presenza di Dio, sono figura di Cristo. Esse rappresentano una realtà solida che costituisce l’altare del sacrificio (Eb 13,10; 1 Cor 10,18). Dette pietre sono soprattutto ricordo concreto dell’alleanza fra Dio e il suo popolo, come testimonianza (Gn 31, 45-52). Ci saranno molti altri riferimenti nei libri seguenti, che ci conducono a Cristo, “pietra d’angolo” su cui poggia il progetto di salvezza per l’umanità (Salmo 118,22; Mt 21,42; Atti 4,11, 1 Pt 2,4-7). ALTARE – In ogni religione l’altare è il luogo dove viene effettuato il sacrificio. Nella Bibbia fin dall’inizio, l’uomo costruisce un altare per rispondere a Dio che lo ha visitato (Gn 12,7ss; 13,18; 26,25). Ma l’altare rappresenta anche un memoriale di un favore divino ricevuto (Gn 33,20). Per Gesù l’altare conserverà tutto il suo significato sacro a causa di quello che significa simbolicamente (Mt 23,18ss). Ma va oltre tutto questo, quando parla del nuovo tempio del suo corpo (Gv 2,21) in cui Lui stesso costituisce l’altare (Eb 13,10). E’ l’altare che santifica la vittima (Mt 23,19); pertanto quando Cristo, la vittima perfetta viene offerta, abbiamo il culmine e l’espressione massima di offerta santa a Dio (Gv 17,19). E’ proprio per questo riferimento a Cristo che, all’inizio e al termine di ogni Celebrazione Eucaristica, il sacerdote bacia con venerazione l’altare. SACRIFICIO – Il sacrificio, l’offerta a Dio Onnipotente, nella Bibbia ha lo scopo di rendere visibili sentimenti personali intimi: adorazione (attraverso l’olocausto = vittima interamente consumata dal fuoco), riconoscimento e confessione di peccati e desiderio di perdono (riti espiatori). Sacrifici sono presenti nelle cerimonie di stipulazione dell’alleanza tra uomo e Dio (Gn 8,20ss; 15,9-21). Sacrifici consacrano il popolo, la famiglia e la vita individuale. Il Dio della Bibbia rifiuta vittime umane (consuetudine diffusa fuori di Israele nel mondo di allora), e accetta l’immolazione di animali. Dio accetta sacrifici esclusivamente se sono offerti da un cuore capace di sacrificare in spirito di fede.

…a proposito di guerra e violenza nella Bibbia.E’ un fatto: nella Bibbia troviamo molti episodi di guerra e di violenza. Anche questo fa parte della storia del popolo di Dio, non solo di allora ma fino ai nostri giorni. Ciò che fa problema è che, stando alla lettera di tante espressioni, è proprio Dio a volere la guerra, a comandarla e a condurla. Quando leggiamo “Sterminerai tutti i popoli che il Signore tuo Dio sta per consegnare a te; il tuo occhio non li compianga” (Dt 7,16), c’è da rimanere piuttosto perplessi. In numerosi passi dell’Antico Testamento emerge un nazionalismo così accentuato in Israele che tutti gli altri popoli e nazioni appaiono “nemici da sterminare”. Vedi gli oracoli contro le nazioni…. Isaia 13-23; Geremia 46-50. Allo stesso tempo troviamo nella Bibbia un insieme di linee che vanno nella direzione opposta: 1 le aperture universalistiche. Gli altri popoli non sono semplicemente dei nemici di Israele, ma rientrano nel progetto di Dio che vuole salvi tutti gli uomini. “In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria… Li benedirà il Signore degli eserciti: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,23ss). Ci sono tanti altri passi cosi’… 2 Il fatto è che la Rivelazione è progressiva: Dio prende un popolo radicato in una storia e in un tempo: cammina con lui e lo fa crescere. Non approva tanti suoi comportamenti… ma pazienta. San Paolo parla del “tempo della pazienza di Dio” per indicare i secoli precedenti la venuta di Cristo (Rm 3,25). 3 Teniamo anche conto del linguaggio biblico, portato ad attribuire direttamente a Dio ogni cosa. Israele si sente così legato a Dio, in tutto, che quando parte per una razzia o si difende da un attacco nemico, con molta naturalezza si sente mandato e benedetto dal suo Dio come se dovesse compiere l’impresa più santa. La nostra attenzione però non deve fermarsi alla distruzione dei nemici, ma andare piuttosto al riconoscimento di Dio come unico Signore. Ma Dio non voleva correggere “immediatamente” quei comportamenti violenti anche perché fuori di Israele erano “la consuetudine”. Dobbiamo tener conto di queste diverse condizioni di sensibilità per cui allora la conseguenza era la “durezza del cuore”. Come mai Abramo non si meraviglia che Dio gli possa chiedere il sacrificio “del figlio”? Perché in quel tempo, fuori di Israele, i sacrifici umani erano la normalità. Ma poi sappiamo che Dio mette semplicemente alla prova Abramo. In Gesù, che è venuto a dare compimento, diventa chiaro che ogni ricorso alla violenza e alla potenza umana è rigorosamente escluso. Egli viene ad instaurare un regno che è amore, pace, umiltà, fortezza: è il regno delle beatitudini. Nel Vangelo leggiamo: “Avete inteso che fu detto agli antichi: non uccidere… ma io vi dico che anche chi dice soltanto “stupido” al fratello sarà giudicato dal sinedrio” (Mt 5) “Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste…” (Mt 5) La parola “definitiva” sulla guerra e sulla violenza, Dio l’ha detta con la croce. La croce è il no radicale a ogni forma di peccato. Gesù accetta di morire come un malfattore, rifiutando ogni ricorso alla potenza umana per difendersi. “Pietro, rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?” (Mt 26,52) Si può morire per amore del Regno, ma non mai far morire gli altri. E Gesù muore perdonando i nemici: “Padre, perdonali…” (Lc 23,34) A partire dalla croce, ogni tentativo di giustificare la guerra e la violenza è fallito alla radice. Ogni ricorso ad essa è… costringere ancora Dio a vivere con noi “i tempi della pazienza”. Credo che ci serve riflettere sulla realtà del cuore dell’uomo: nessuno di noi è “naturalmente” buono, quindi dentro di noi esistono almeno in parte caratteristiche negative quali orgoglio, avidità, desiderio di affermazione e di potere, oppure un fondo di depressione, di tristezza, di rifiuto di tutto. Dobbiamo impegnarci a fondo, accogliendo la Grazia di Dio, per una progressiva graduale trasformazione della nostra coscienza, se vogliamo entrare a poco a poco nella coscienza del Padre. Altrimenti siamo tentati a incentrare tutto su di noi, così che gli altri non siano che in funzione di noi e dei nostri interessi. Gesù è venuto per aiutarci a fare questo passaggio: dalla coscienza che cerca il proprio “io”, che cerca di prevalere, a una nuova coscienza che nasce dalla certezza che siamo portati nelle mani del Padre. Allora non abbiamo più bisogno di imporci: non abbiamo più bisogno di aver paura della solitudine, della morte, oppure delle nostre debolezze…. (cf. Jean Vanier: Non Temere – Edizioni EDB). Ma se questa la riconosciamo come la condizione del cuore dell’uomo anche oggi, nonostante la maturazione e il progresso che la storia avrà certamente favorito, come non possiamo cercare di comprendere (non di giustificare), proprio come ha fatto Dio che usa pazienza, il comportamento spesso violento del popolo di Israele e il criterio di narrazione degli autori sacri che sperimentavano come cosa comune quella che Gesù ha poi definito “durezza di cuore” ?

Storia di Giuseppe. (37,1 – 50,26)Tutta questa ultima sezione della Genesi è dominata dalla storia di Giuseppe. Al contrario delle parti precedenti, questa storia si svolge senza intervento evidente di Dio, senza una nuova rivelazione, ma è tutta intera un insegnamento, espresso chiaramente alla fine (50,20) e gia’ in 45,5-8: la Provvidenza ride dei calcoli degli uomini e sa volgere in bene la loro cattiva volontà. Non solo Giuseppe è salvato, ma il delitto dei suoi fratelli diventa lo strumento del disegno di Dio: la venuta dei figli di Giacobbe in Egitto prepara la nascita del popolo eletto. Sempre la stessa prospettiva di salvezza (“far vivere un popolo numeroso”, 50,20) che attraversa tutto l’Antico Testamento per sfociare allargandosi nel Nuovo Testamento. Anche in prigione Dio era con Giuseppe. Il capo dei carcerieri prese a benvolere Giuseppe e lo mise a capo di tutti i prigionieri. Poi, attraverso l’interpretazione dei sogni, comincia a farsi apprezzare e stimare, finché viene messo “a capo di tutto l’Egitto”. Con il racconto della storia di Giuseppe termina il Libro della Genesi. Questi capitoli sono scorrevoli e gradevoli da leggere: Dio rivela chiaramente le sue intenzioni nei riguardi del popolo eletto, portare avanti il piano di salvezza superando e trasformando anche i momenti di “non collaborazione” dell’uomo.

… a proposito di cronologia:I vari libri della Bibbia, scritti in un arco di tempo di circa 1200 anni, narrano la storia di un popolo particolare e del suo incontro con molte altre culture. Dato che i popoli antichi avevano diversi metodi di calcolare il tempo, e dato anche che gli autori della Bibbia nel datare gli avvenimenti avevano scopi molto diversi da quelle che possono essere le nostre attuali esigenze di precisione scientifica, non c’è da meravigliarsi se gli studiosi della storia del Medio Oriente trovano non poche difficoltà a stabilire un’esatta cronologia degli avvenimenti biblici. Come e’ immaginabile, il periodo più antico della storia biblica e’ quello che presenta le maggiori difficoltà. I reperti archeologici di insediamenti umani nella zona di Gerico e in altri luoghi del Medio Oriente risalgono all’8000-5000 A.C. In quale periodo sono vissuti Abramo e gli altri patriarchi nominati nel Libro della Genesi? Questa e’ l’ipotesi più accreditata, ma le difficoltà poi diminuiscono quando gli avvenimenti, più recenti, sono corroborati da altra documentazione storica al di fuori della Bibbia. 8 A partire dall’anno 9000 A.C.: a questa epoca risalgono i racconti popolari orali delle origini (Gen 1-11). L’uomo come essere vivente, intelligente e libero (Gen 1,26). La caduta. Dieci generazioni simboliche da Adamo al diluvio(Gen 5). 9 Anno 1850 circa: arrivo di Abramo in Canaan. 10 Anno 1700 circa: i patriarchi in Egitto.

…concludendo il Libro della Genesi:Questo primo libro della Bibbia ci presenta in un linguaggio semplice e figurato le verità fondamentali che sono i presupposti della storia della salvezza.La Genesi è il punto di partenza e anche il fondamento della rivelazione cristiana, in quanto dimostra la necessità della salvezza dal peccato, le intenzioni e le iniziative divine per realizzarla con scelte precise, decisi interventi nella storia, ferme promesse, che in Cristo avranno pieno adempimento. E’ qui infatti che Dio si è donato totalmente all’uomo, qui si è rivelato in pienezza. E’ Gesùla Parola decisiva e definitiva di Dio al mondo: “Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi …. Ultimamente (= in modo definitivo, ultimo) ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1, 1-2). Dire che Gesù è la pienezza della Rivelazione di Dio significa tre cose: 1) E’ su di lui che dobbiamo fissare il nostro sguardo e tutta la nostra attenzione per comprendere in modo corretto ogni pagina dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento. Tante espressioni, tante pagine dell’Antico Testamento rimangono del tutto enigmatiche se non torniamo continuamente al centro della Rivelazione: Gesù. 2) L’impegno dello studio e della preghiera sulla Parola di Dio ha in effetti un unico scopo: metterci in comunione con Gesù, e quindi con Dio. Solo mediante questa comunione la nostra vita viene plasmata secondo la verità del Vangelo, diventa cioè cristiana. 3) Gesù, Parola definitiva di Dio al mondo, non è una parola che ci sta alle spalle, vecchia di duemila anni. Egli èla Parola eterna, sempre attuale, viva ed efficace. Parola che il Padre pronuncia, oggi nella Chiesa, facendola risuonare nel cuore dei cristiani, mediante lo Spirito Santo. Chi accoglie e vive questa Parola, diventa giovane, della giovinezza di Dio.