Gioele, Malachia, Giona

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Documento

Il profeta Gioele

Del profeta Gioele si sa soltanto che era figlio di Petuel, che probabilmente visse a Gerusalemme e che predicò nel regno meridionale di Giuda.
La sua profezia è permeata da un’atmosfera di incombente disastro. Le principali nazioni del mondo contemporaneo, Babilonia e Assiria, non sono nominate, per cui Gioele ci lascia in sospeso riguardo a chi si riferisse quando parlava del giudizio imminente.
La regione era stata appena devastata da una invasione di cavallette, da cui Gioele trasse lo spunto per la sua visione di un imminente castigo. Il libro infatti inizia con il suono di un potente esercito di insetti che distrugge ogni traccia di vegetazione.
Partendo dall’esempio dell’invasione delle locuste, Gioele medita sull’imminente ira di Dio. Il suo messaggio è rivolto al regno di Giuda dei suoi giorni, ma poi si spinge oltre a parlare di un giudizio futuro, normalmente associato alla fine del mondo.
Questo approccio in due direzioni fornisce allo studioso della Bibbia un ottimo esempio della cosiddetta prospettiva profetica: due avvenimenti futuri, anche se separati tra loro da diversi secoli, sono visti come un esempio singolo; gli eventi sono proiettati sullo schermo assieme e danno l’impressione di essere la stessa cosa.
Gioele chiama l’invasione delle locuste “il giorno del Signore” (1,15-2,2; 3,4).
Un secondo tema presente in Gioele è che al giudizio seguirà una nuova prosperità (2,21-27; 4,18). Come altri profeti di Israele e di Giuda, Gioele sottolinea che Dio è pronto a perdonare qualora il popolo si penta dei suoi peccati.
Dio è misericordioso e tardo all’ira e ricco di benevolenza (2,13). Se il popolo fosse stato disposto a cambiare vita e atteggiamento (“Laceratevi il cuore e non le vesti”), Dio si sarebbe impietosito della loro sventura.
Infine, Gioele predisse un’effusione dello Spirito di Dio (3,1-2). L’apostolo Pietro citò questi versetti in riferimento al giorno della Pentecoste (At 2,16-21).

Schema del libro
1)     Piaga delle cavallette e giudizio di Dio        1,1-2,27
2)    Il giorno del Signore: benedizione e giudizio    3,1-4,21

Il dono dello Spirito: da Mosè a Gioele.

Nell’Antico Testamento i doni di Dio, i carismi, non sono permanenti: sono provvisori, momentenei.
Questi uomini di Dio, di tanto in tanto, si riempiono del suo soffio, della sua forza, dello Spirito di Dio come di qualcosa che “sopravviene”, che non sta sempre nell’uomo ma lo investe dall’alto.
Così questo “soffio” investe o invade tra i Giudici Gedeone (Gdc 6,34), Otniel (Gdc 3,10), Jefte (Gdc 11,29); conferisce a Sansone una forza gigantesca ma non permanente.
Parimenti Saul subisce una trasformazione spirituale, una forza che eccede le sue capacità normali (1 Sam 10,11).
Un cambiamento si registra con l’elezione di Davide: “Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli. Allora irruppe lo Spirito del Signore su David da quel giorno in poi” (1 Sam 16,13).
La novità sta tutta in questa continuità, che si può intendere sia in relazione al regno, cui è garantita una lunga permanenza, sia in relazione alla persona, cui si promette il possesso dello Spirito.
Un aspetto diverso notiamo riguardo a Mosè quando si dice che “… il Signore scende nella nube, parla con Mosè, sottrae una parte dello Spirito che è sopra Mosè e lo pone sopra i settanta anziani” (Nm 11,24ss): in effetti solo Dio può consentire il passaggio dello Spirito da un uomo a un altro uomo, come avviene anche nel caso di Elia, il cui spirito si posa su Eliseo.
Ma il seguito del racconto in Numeri (Nm 11,26), quando due uomini che non sono fra i settanta “profetizzano” nell’accampamento, al di fuori dello spazio sacro e Giosuè chiede: “Mosè, signor mio, impediscili !”, la risposta di Mosè è molto interessante: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”, esprime l’anelito che l’esperienza profetica non sia soltanto la prerogativa di alcuni privilegiati, ma che il dono dello Spirito sia patrimonio comune di tutti i credenti.
Questa aspirazione di Mosè che tutti siano profeti nel popolo di Dio, trova una singolare risonanza nelle parole di Gioele:
“Spanderò il mio Spirito su ogni carne
e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno,
i vostri anziani faranno dei sogni
e i vostri giovani avranno delle visioni:
perfino sugli schiavi e sulle schiave
in quei giorni spanderò il mio Spirito (Gl 3,1-2).

Che cosa prevede qui il profeta Gioele? Qui ancora si tratta di un dono momentaneo, eccezionale, ma ciò che è nuovo e che giustifica ampiamente la sua ripresa in At 2, è l’estensione del dono dello Spirito a tutti gli uomini, senza distinzione di sesso, di età, di classe e quindi neppure di nazione: è lo Spirito sopra ogni uomo !
E’ un dato di fatto che i doni di Dio, i carismi straordinari possono essere concessi quando questa è la sua volontà e per il tempo che Lui liberamente stabilisce. Ma che gioia che tutti possiamo sperimentare, anche solo qualche volta, la grazia del sogno o della visione profetica.
In fondo Gioele si augura proprio questo, che tutti possiamo aver parte alla gioia come frutto dello Spirito.
Vi sono infatti due tipi di gioia. Gioia è contentezza di sè, delle proprie riuscite, dell’approvazione che riceviamo dagli altri, di tutto quello che ci appaga e ci soddisfa.
Ma gioia è anche euforia, espansione di sè, capacità di fare gesti gratuiti fuori dal normale, di godere quella che i Santi Padri chiameranno “sobria ebrietas”, un’ebbrezza controllata.
Questa è sicuramente la gioia del profeta, dell’uomo di Dio nel suo entusiasmo spirituale. Ed è un desiderio, una aspirazione molto bella, quella di Mosè e di Gioele, che tutti gli uomini, tutte le donne del mondo, un giorno possano gustare questa gioia dello Spirito.

Il profeta Malachia

Questo libro, come le profezie di Aggeo e di Zaccaria, era diretto alla comunità ebraica ricostituita dopo l’esilio.
In Giudea era arrivato un altro gruppo di ex-deportati e sulla scena si trovavano personaggi importanti quali Esdra e Neemia.
Non tutto filava liscio nella nazione di Israele. Riti pagani e altre pratiche discutibili erano all’ordine del giorno.
Prevaleva l’indifferenza religiosa, l’ingordigia, la corruzione negli ambienti governativi e i matrimoni misti con donne straniere (che portavano con sè i loro idoli).
Un problema particolare era rappresentato dal comportamento dei sacerdoti. Il culto religioso era diventato abitudinario, svuotato del suo vero significato. Malachia chiama l’indifferenza religiosa niente meno che rapina ai danni di Dio.
Il libro è costituito da due parti, di cui la prima è una denuncia dei peccati di Israele, la seconda una promessa di benedizioni e di castighi.
Il libro è impostato su una serie di domande e di risposte, come avviene nei tribunali, in cui Israele pone domande retoriche (e spesso di autogiustificazione) e Dio risponde.
Le domande sono del tipo: Come ci hai dimostrato il tuo amore (1,2) ? Come abbiamo disprezzato il tuo nome (1,6) ? Come abbiamo stancato il Signore (2,17) ?
Malachia predica il giudizio di Dio in particolare per il clero (sacerdoti). I sacrifici che offrivano erano indegni, non c’era sincerità nel loro servizio, i loro doveri erano compiuti con svogliatezza e i loro impegno verso Dio era vuoto.
Se i capi religiosi si comportano male, cosa ci si può aspettare dal popolo ?
Il popolo poi non ha imparato niente dalla lezione dell’esilio. Erano stati fatti schiavi a causa dei loro peccati, ed erano ritornati decisi a ricalcare le loro vecchie orme.
Se la nazione avesse continuato a respingere Dio, il giudizio sarebbe venuto di nuovo, come era venuto in precedenza.
Infine, per il futuro c’è un messaggio di speranza. Il giorno del Signore stava per venire, un giorno di giudizio, ma in quel giorno il Signore avrebbe purificato i sacerdoti e il Tempio, redento i giusti e inaugurato il regno di Dio.
Tutto ciò sarebbe stato preceduto da un messaggero che aveva il compito di preparare la via del Signore. Il Nuovo Testamento vede in questo messaggero Giovanni Battista.

Schema del libro:
1) Puntualizzazione dei peccati di Israele        1,1-2,17
2) Promessa di benedizioni e di castighi            3,1-24

Il profeta Giona

Il profeta Giona è conosciuto principalmente per la sua straordinaria esperienza con il “grande pesce”.
Nato in un villaggio in Israele sotto il regno di Geroboamo II° (782-743 A.C.), Giona ricevette da Dio l’incarico di predicare la penitenza nella città di Ninive, capitale dell’Assiria, uno tra i più terribili nemici di Israele.
Fondata molti secoli addietro, durante il periodo di massimo sviluppo Ninive era attorniata da mura lunghe oltre 11 Km e contava 175.000 abitanti. Quando Dio gli comandò di lasciare la sua città natale in Israele per andare a predicare a Ninive, Giona la prese molto male.
Perchè Dio dovrebbe interessarsi di quei pagani ?
Perciò Giona deliberatamente si imbarcò su una nave che andava in direzione opposta. Nel corso di una furiosa tempesta, riconobbe la sua colpa e chiese di essere gettato in mare. Fu quindi ingoiato da un grande pesce che dopo tre giorni lo ributtò sulla spiaggia.
Castigato e pentito, Giona quindi andò a predicare a Ninive. Quando, per effetto della sua predicazione, la popolazione di Ninive si ravvide, Giona non ne fu affatto contento, anzi si mostrò indispettito, e si sedette imbronciato fuori della città.
Dio allora gli impartì un’altra lezione, questa volta mediante una pianta, prima cresciuta rigogliosa, poi improvvisamente appassita con grande dispiacere di Giona. La lezione era: se Giona si prende tanto a cuore le sorti di una pianta, perchè Dio non dovrebbe avere compassione di un’intera città piena di uomini e di animali ?
Non è sicuro che Giona sia veramente vissuto. Ma dal punto di vista del messaggio questo non comporta alcun problema, dal momento che gli insegnamenti spirituali che contiene sono preziosi anche per noi.
Questo piccolo libro è unicamente un racconto destinato ad istruire. Il messaggio che contiene è molto vicino al Nuovo Testamento: Dio non è solo il Dio dei Giudei, è anche il Dio dei pagani, poichè non c’è che un solo Dio (Rm 3,29).
Gesù cita la conversione dei niniviti in Mt 12,41 e in Lc 11,29,32. Inoltre Mt 12,40 vedrà in Giona chiuso nel ventre del pesce la figura della permanenza di Cristo nella tomba.
Ma questo uso della storia di Giona non costituisce una prova della sua storicità.
Lo scopo del libro è dichiarato espressamente dall’autore sacro: “E io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città…? (4,11), quindi è incentrato sul tema della compassione di Dio per tutti i popoli, compresi i nemici di Israele.

Schema del libro:
1)  Rifiuto di Giona di obbedire al comando di Dio.        1,1-16
2)  Pentimento di Giona.                        2,1-3,10
3)  Rincrescimento per la conversione della citta’.        4,1-10
4)  Pieta’ di Dio per Ninive.                        4,11

Profezia, dono dello Spirito: dall’Antico al Nuovo Testamento.

La visione delle ossa aride in Ezechiele non è solamente un’immagine fantasiosa. Ha una forza profetica molto più grande: con questa poderosa metafora di ossa che si rivestono di carne e riprendono vita grazie al soffio di Dio, il profeta ci annuncia una rinascita, una nuova creazione.
Dio ricomincia la storia da capo, rinnova tutto l’universo.
Creare vuol dire fare una cosa nuova, che ancora non esiste. Ora lo Spirito di Dio rinnova ogni giorno il prodigio della creazione:
“Ecco, io faccio una cosa nuova:
è adesso che germoglia. Non la riconoscete ?”
(Is 43,19)
Il Secondo Isaia si riferisce ancora, in questo modo, a un intervento divino destinato a cambiare la storia: la liberazione degli esiliati.
Il Terzo Isaia scrive: “Ecco io creo cieli nuovi e una terra nuova” (Is 65,17). In realtà, neppure lui esce dalla storia: i cieli nuovi non sono altri cieli, la terra nuova non è un’altra terra.
Sono gli stessi cieli, la stessa terra “rinnovati” dal soffio di Dio grazie all’universalità del dono creazionale dello Spirito, al fatto che esso viene riversato in ogni uomo:
“Così dice Dio, il Signore,
che crea i cieli e li spiega,
che stende la terra e quanto ne esce,
che infonde l’alito al popolo che l’abita
e il soffio a quanti vi camminano sopra:
Io, il Signore, ti ho chiamato nella giustizia
e ti ho preso per mano.
Ti ho custodito e ti ho posto
come patto del popolo, luce delle genti (Is 42,5-6).
(cf. Is 42,1; Is 59,21)
“Lo Spirito del Signore Dio è su di me
dal momento che il Signore mi ha unto (Is 61,1).
In questo ultimo passo l’unzione conferisce una stabilità al dono: a differenza dei profeti più antichi, l’infusione dello Spirito non è temporanea, bensì legata a un progetto esistenziale, a una vocazione permanente.
Lo Spirito del Signore è assolutamente libero di fare ciò che vuole perchè Dio ha una sua volontà sovranamente libera e conferisce i suoi doni a chi vuole (generalmente a chi è pronto ad accoglierli).
L’uomo è stato pensato ad immagine di Dio, in modo che possa instaurarsi una stretta, intima relazione fra di loro.
Anche l’uomo è dotato di una volontà decisionale che, entro certi limiti creaturali, è libera, ed è il suo cuore.
In Ezechiele, come pure nel Terzo Isaia, “spirito” e “cuore” sono usati come perfetti sinonimi:
“Perchè così dice l’Alto ed Elevato,
che dimora in eterno e il cui nome è Santo:
In luogo alto e santo io dimoro,
ma anche col contrito e l’umile di spirito
per far rivivere lo spirito degli umili
e ridar vita al cuore dei contriti” (Is 57,15).
Contrizione e umiltà di spirito che sono la condizione stessa per stare davanti a Dio nella nostra verità creaturale.
Solamente lo Spirito di Dio può santificare lo spirito dell’uomo. Ma questo dono non è mai fatto una volta per tutte: deve essere costantemente rinnovato.
I doni dello Spirito, secondo Isaia, sono destinati a rivelarsi anzitutto nel Messia figlio di David.
C’è una interdipendenza fra profezia e compimento, di modo che l’uno non può stare senza l’altra. In questo senso i santi Padri hanno sempre considerato insieme Antico e Nuovo Testamento, ed è giusto così.
Possiamo ricavare un insegnamento: nel nostro cammino verso la nostra maturità umana e spirituale, ogni passo, ogni gradino che si sale, ha un grande significato e ci avvicina al compimento. Dopo non viene del tutto eliminato perchè costituisce la nostra storia, la fatica che abbiamo sperimentato nel tendere alla meta, alla pienezza della nostra condizione di creatura che cerca il Signore.
I profeti, tutti i profeti, hanno reso testimonianza a Gesù senza neppure bisogno di una confessione esplicita del suo nome.
Se davvero noi crediamo che lo Spirito Santo “ha parlato per mezzo dei profeti”, per quanto in maniera velata, allusiva, misteriosa – ma proprio per questo così efficace, così suggestiva – tutto questo costituisce oggi e sempre una testimonianza di Gesù.

I Profeti e Gesu’
Conclusione generale dei Libri dei Profeti

Gesù si rivela, parla, preceduto e accompagnato da tutta una serie di affermazioni profetiche su di lui, come quelle di Zaccaria (Lc 1,67), Simeone (Lc 2,25ss), la profetessa Anna (Lc 2,36) e soprattutto Giovanni il Battista.
La presenza e la testimonianza di Giovanni Battista è stata necessaria per evidenziare la differenza fra le profezie e Colui che ne costituisce il riferimento, cioè Cristo.
Tutti guardano al Battista come a un profeta come gli altri che lo hanno preceduto, ma in effetti egli traduce la Legge in termini di esperienza vissuta (Mt 14,4; Lc 3,11-14).
Egli annuncia l’imminenza dell’ira divina e la possibilità di salvezza (Mt 3,2.8).
In particolare Giovanni Battista rende conto che il Salvatore è già presente, senza però essere riconosciuto per quello che Egli è.
Egli lo indica (Gv 1,26-31). Attraverso di lui parlano tutti i profeti che hanno annunciato la venuta del Messia (Mt 11,13; Lc 16,16).
Sebbene il comportamento di Gesù è altra cosa rispetto a quello del Battista (Mt 9,14), tuttavia rivela caratteristiche tipiche dei profeti.
Proclama i “segni dei tempi” (Mt 16,2ss) e ne annuncia il compimento (Mt 24-25).
Il suo modo di giudicare di fronte a tradizioni normalmente accettate è critico come era stato quello dei profeti: severo nei confronti delle autorità che impediscono ad altri di entrare nel loro ruolo (Lc 11,52); condanna l’ipocrisia religiosa (Mt 15,7; cf. Is 29,13) sfidando la pretesa dei Giudei di essere riconosciuti come gli autentici “figli di Abramo” e di cui si facevano vanto (Gv 8,39; cf. 9,28); la purificazione del Tempio (Mc 11,15ss; cf. Is 56,7; Ger 7,11) e la proclamazione che la perfetta adorazione di Dio si realizzerà “oltre” il luogo santo che sarà distrutto (Gv 2,16; cf. Zc 14,21).
Infine Gesù vede che il suo messaggio è rifiutato come accadde agli antichi profeti (Mt 13,13ss), respinto dalla stessa Gerusalemme che ha ucciso i profeti (Mt 23,37ss; cf. i Tess 2,15).
Egli annuncia in anticipo la sua morte, essendo egli stesso profeta, ma mostra di essere Lui il padrone del proprio destino che “non” subisce, ma accetta liberamente per adempiere le Scritture in obbedienza perfetta al Padre.
La personalità di Gesù sorpassa di gran lunga quella dei più grandi profeti: Egli è il Messia, il Servo, il Figlio dell’uomo.
L’autorità che ha ricevuto dal Padre è la sua stessa autorità. Per questo Giovanni dice: Egli è la Parola, il Verbo, Dio fatto uomo (Gv 1,14), l’origine della Verità e della Vita.
I profeti annunciavano il messaggio ispirato da Dio, Gesu’ proclama: “Io, in verità vi dico…”
I profeti annunciano Colui che sarà totalmente docile allo Spirito di Dio.
Cristo porta a compimento tutta la storia profetica e apre un’era nuova: l’era in cui lo Spirito di Dio è in tal misura diffuso che il popolo di Dio è caratterizzato dalla partecipazione al ruolo profetico del Figlio.
Dio promette solennemente: “Ho posto su di lui lo Spirito mio” (Is 42,1).
Cristo smaschera tutti i falsi profeti. Egli non è venuto per giudicare e per condannare, ma per salvare. Ai suoi discepoli dà una norma ferma: “Non giudicate per non essere giudicati. Perchè secondo il giudizio col quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato anche a voi” (Mt 7,1-2).
Ma nel medesimo contesto del discorso della montagna il Signore ci insegna a distinguere i veri dai falsi profeti: “Guardatevi dai falsi profeti; essi vengono a voi travestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7,15-16).
Chiunque si offra come guida e profeta, deve sottomettersi a tale criterio di discernimento. Esso va usato per scegliere coloro che possiamo seguire.
Il criterio del nostro discernimento è Cristo stesso. La questione da porsi sarà sempre “se” noi stessi e quelli che intendono guidarci hanno lo Spirito di Cristo.