I miracoli e le parabole di Gesù nei vangeli

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I miracoli di Gesù:

Una persona la si conosce non solo da quello che dice ma molto di più da quello che fa. Per questo è di grande interesse quel particolare agire di Gesù, così legato al suo messaggio, quali sono i miracoli.
Vediamo innanzitutto di quali fatti si tratta.
Un buon numero di miracoli si riferisce a guarigioni da malattie: sono prontamente risanati lebbrosi, paralitici, ciechi, epilettici, sordomuti e altri, affetti da mali non identificabili. In tre casi si tratta addirittura di morti che tornano a vivere, morti già sepolti o di cui si sta celebrando il funerale.
Un altro gruppo si riferisce alla liberazione di alcuni indemoniati. Facilmente anche in questi casi si tratta di guarigioni da malattie le quali secondo la mentalità giudaica del tempo erano causate da spiriti maligni. Questo dato non esclude comunque che in taluni casi Gesù abbia realmente praticato l’esorcismo.
Un’ultima serie di prodigi si riferisce a interventi sulla natura: Gesù calma una tempesta sul lago, provvede il pranzo per migliaia di persone moltiplicando pochi pani, consola i discepoli con una pesca eccezionalmente abbondante dopo una notte passata inutilmente sul lago, trasforma l’acqua in vino durante un pranzo di nozze.
Ovunque nella Bibbia si può constatare che Dio manifesta il suo potere, insieme al suo amore per le sue creature. Così Gesù, attraverso i miracoli, mostra che il Regno di Dio annunciato dai profeti è presente nella sua Persona.
Non è possibile separare i segni dalla sua Parola, e il messaggio di Gesù in parole e in opere ha lo scopo di suscitare la fede e di favorire la conversione.
Giovanni distingue diversi gradi riguardo alla fede: Gv 2,11; 11,15; 20,30ss. All’inizio spontaneo entusiasmo 2,23ss; 4,48 e attrazione egoista 6,26, ma successivamente i “segni” portano al naturale riconoscimento di Gesù come “mandato da Dio” 3,2; 9,16; 10,36, profeta 4,19, il Cristo 7,31, Figlio dell’uomo 9,35-38.
Quelli che rifiutano la testimonianza 5,36 dei suoi miracoli lo fanno per insensibilità 6,15.26 o orgoglio legale 5,26; 7,49.52; 9,16, gelosia 12,11 e falsa prudenza 11,47ss, accecamento 9,39; 12,40.
Queste persone, come Israele nel deserto o satana nelle tentazioni, chiedono un segno soltanto per mettere alla prova Gesù e preferiscono attribuire i suoi esorcismi al demonio piuttosto che al suo potere divino (cf. Mc 3,22.29ss).
Per cuori induriti e chiusi alla Parola questi segni sono assolutamente incomprensibili. Questa generazione incredula non riceverà altro che il segno di Giona (cf. Mt 12,39ss). Gesù infatti stabilisce il momento della verità con i suoi avversari nel giorno della sua risurrezione. Ma anche questo viene facilmente contestato da chi pretende l’assoluta evidenza, dal momento che le possibilità di verifica sono tutte indirette: la tomba vuota, le apparizioni a pochi (cf. Mt 28,13ss; Lc 24,11).
Ciò che costituisce la prova della divinità di Gesù è ancora profondamente nell’ambito della fede, e non può convincere chi “non vuole” credere.
Perchè Gesù ha operato miracoli?
Gesù aveva detto: il regno di Dio è in mezzo a voi, cioè quel nuovo rapporto tra Dio e gli uomini, ripetutamente promesso nell’Antico Testamento, ora finalmente inizia a realizzarsi.
llluminante a questo proposito è l’episodio accaduto nella sinagoga di Nazaret. Gesù legge il brano di Isaia in cui veniva promessa la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi, e afferma che in lui si è adempiuta quella Scrittura (Lc 4,16-21). In questa prospettiva i miracoli acquistano il senso chiaro di realizzazione delle promesse.
Gesù opera miracoli come segni visibili e tangibili di quel “regno” che in lui ha già cominciato a concretizzarsi. Guarire le infermità del corpo, sconfiggere le forze demoniache, eliminare il male nelle sue forme estreme quali il peccato e la morte, sono certamente opere di bene e di salvezza. Esse indicano alla piccola folla di beneficati da Gesù e nello stesso tempo a tutti coloro che si sentono apparentemente esclusi da tale privilegio (ed è tutto il resto dell’umanità) che dove Dio è accolto, l’uomo è colmato nelle sue aspirazioni più profonde.
Va tuttavia precisato che i miracoli di Gesù sono i segnali anticipatori di un evento, il regno di Dio, in via di realizzazione. Essi indicano quali sono i destini ultimi dell’uomo e del mondo. Nella presente condizione ognuno di noi è invitato a leggere questi segni come rivelazione della potenza di Dio che già si manifesta nella nostra storia concreta e che rende così singolarmente fondata l’attesa di una vita liberata da ogni male.
L’autentico e definitivo miracolo di Gesù è la sua risurrezione dai morti (Gv 10,17-18). Cristo stabilisce il fatto e il modo di una presenza viva e permanente. Reintegra la sua persona e la sua opera: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). In Cristo risuscitato, vivente, glorioso, sono riassunti tutti i momenti anteriori, dall’incarnazione fino alla morte. La presenza del Risorto conferisce possibilità e realtà alla nostra fede come incontro personale diretto ed esperienza di comunione in ogni tempo.
In virtù della sua condizione gloriosa e spirituale, lo stile del rapporto è nuovo e diverso. Quelli stessi che lo conobbero in terra, notarono il mutamento che la risurrezione aveva introdotto nella forma delle loro relazioni.
Ora Gesù si comunica nello Spirito e l’accoglimento avviene nella fede, ma con tutto il realismo di un contatto autentico e sperimentabile. Cristo assicura i suoi discepoli che se ne va, ma poi torna; che resta con loro, che non li lascia orfani, che Lui vive in loro e loro in Lui. Ma nello stesso tempo afferma che lascia il mondo e che va al Padre.
Viviamo nella fede la comunione col mistero. La continuità è tuttavia mantenuta: Gesù è rimasto e vive nello Spirito, nella Parola di Dio, nella Chiesa, nel fratello, nell’intimità di ogni persona attraverso la fede e l’amore. Cristo è presente in modo speciale nelle azioni liturgiche (SC 7), nella santa Eucaristia.
Tutte queste forme di presenza sono reali e la Chiesa vive nelle sue celebrazioni la realtà del Cristo glorioso, Signore di tutti i secoli.
Fin dal giorno della Pentecoste la risurrezione diventa il centro della predicazione apostolica: Gesù è stato crocifisso ed è morto; ma Dio lo ha risuscitato e per mezzo suo apporta agli uomini la salvezza.

Le parabole di Gesu’:  

Per chi ha fede la Sacra Scrittura diventa ciò che, in realtà, è: parola di vita, parola che dona la vita.
La Sacra Scrittura insegna Dio e lo insegna al di fuori di ogni schema e di ogni ragionamento.
E’ messaggio di amore, perchè tutto quello che espone e racconta s’inserisce nel piano salvifico di Dio. Di un Dio che si comunica nell’amore e invita urgentemente gli uomini a rispondere con il loro “si” a questo amore. E’ ancora messaggio di amore perchè la stessa risposta che l’uomo è tenuto a dare non deve essere solo positiva, ma ispirata alla carità.
Gesù si riallaccia alla genuina predicazione dei profeti quando annunzia la venuta del Regno, servendosi molto frequentemente di parabole, che sono esempi pratici che aiutano la comprensione del senso delle parole di Gesù.
Che cosa si proponeva Gesù con le parabole?
Innanzitutto di stabilire il punto di incontro e di contatto tra Dio e gli uomini all’interno del mondo quotidiano dell’esperienza umana. La vita quotidiana diventa nelle parabole il luogo privilegiato della presenza di Dio. Dio non è più racchiuso nella sola sfera del “sacro”, inaccessibile all’uomo, ma si rivela nella ferialità di tutti i giorni e dei gesti più comuni della vita e del lavoro degli uomini. Gesù non proclama il Regno nel “linguaggio di Dio” ma invita i suoi ascoltatori a rendersi conto che è in gioco il loro destino nella loro esistenza ordinaria, quotidiana, domestica, economica e sociale.
In secondo luogo, le parabole, accanto ai discorsi di Gesù e ai suoi miracoli, costituiscono il complesso della rivelazione , che avviene con parole e gesti, intimamente connessi: “La rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere compiute da Dio nella storia della salvezza manifestano e rafforzano la dottrina e la realtà significate dalle parole; e le parole proclamano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto” (Dei Verbum, 2).
E’ importante cogliere questa affermazione sulla rivelazione. La parabola, infatti, non vuole insegnare nulla sulla religiosità o sulla moralità dell’uomo che già non sia stato detto (o almeno accennato) nei libri biblici. La parabola è il modo più facile per esprimere e presentare il comportamento di Dio (le opere compiute da Dio nella storia della salvezza) attraverso il comportamento di Gesù (da cogliere nei protagonisti delle parabole), che nella sua predicazione e nelle sue parabole predilige i poveri, gli umili, i peccatori, i lontani, gli ammalati e si chiude alla sufficienza di coloro che si ritengono arrivati nella vita e che possono disporre di ogni bene.
Poichè Gesù parla per essere compreso innanzitutto dai suoi contemporanei, le sue parabole sono radicate nella loro esperienza quotidiana. Nelle sue parabole la vita della gente comune di una cultura e di un tempo a noi lontani torna a vivere in maniera autentica come in pochi altri testi letterari dell’antichità. Gesù aveva familiarità con l’ambiente rurale della Galilea: il lavoro dei campi, il lavoro in casa, gli animali domestici, la suppellettile, il denaro, i raccolti dei campi, i fiori e l’erba fanno parte delle sue parabole. Come pure contadini e padroni, pastori e servi, sudditi e re, guerre e carestie, genitori e figli.
Tutto ciò crea un ostacolo per il lettore moderno che vive nelle città, per cui dobbiamo ricorrere all’aiuto degli storici e degli archeologi per capire meglio il contesto culturale delle parabole.
Per questo ora vogliamo insieme calarci nell’ambiente di Gesù, soffermandoci sul contenuto di alcune parabole, che meglio ci offrono le caratteristiche, gli usi, le abitudini, le tradizioni del suo tempo.
Il contesto e l’ambiente delle parabole di Gesù, alcuni esempi:
La zizzania e il grano (Matteo 13,24-30)
La zizzania (il termine significa “loglio” o erba cattiva) è un’erba che cresce nei campi di grano e che nelle prime fasi della crescita gli somiglia in tutto. Se ne differenzia solo alla maturazione, poichè, a differenza di quella del grano, la spiga della zizzania è vuota, senza il chicco. E’ perciò impossibile estirparla (come vorrebbero fare i servi della parabola), perchè si correrebbe il rischio di estirpare anche il grano. Bisogna invece aspettare il momento della mietitura e allora separare pazientemente il grano da tutto ciò che grano non è.

La perla preziosa (Matteo 13,44-46)
Il riferimento alla perla preziosa è da collegare con la ricchezza di perle presenti nei mari orientali, forse divenuta proverbiale presso la povera gente di Palestina. Tuffarsi nel Mar Rosso e risalire con le perle costituiva realtà, ma anche il sogno di chiunque avesse voluto trasformare la propria esistenza e migliorare le proprie condizioni di vita con un minimo di benessere e di comodità.

Il tesoro nascosto nel campo (Matteo 13,44-46)
Il riferimento al tesoro nascosto nel campo è da collegare con l’abitudine che avevano gli antichi di seppellire in vasi di creta o anfore i tesori o i beni più preziosi della famiglia, appena giungeva notizia dello scoppio della guerra e dell’avanzata degli eserciti invasori. Passata la guerra, era facile trovare nel campo, mentre si arava o lo si dissodava, il tesoro nascosto prima della guerra. Esso apparteneva di diritto al proprietario del campo. Ecco perchè il contadino che lavorava il campo cerca di comperarlo dal proprietario, a costo di vendere tutto, perchè sa che quel tesoro trovato vale più di ogni sua ricchezza.

La rete, la pesca, la separazione dei pesci buoni dai cattivi (Matteo 13,47-50)
La scena della separazione era frequente in Palestina e sotto gli occhi di tutti: al rientro dalla pesca, il pescatore separava i pesci commestibili da quelli non commestibili; alla sera, ritornando dal pascolo il pastore separava, nel recinto, le pecore dai capri. Nella Bibbia, la separazione veniva sempre collegata con l’idea del giudizio di Dio , che avrebbe separato i buoni dai cattivi, come facevano il pescatore e il pastore.

La semina, l’aratura e l’insuccesso della semente (Matteo 13,1-9; Marco 4,1-9; Luca 8,4-8)
In Palestina la semina si fa prima dell’aratura, a differenza di quanto avviene da noi. Parecchia semente è destinata perciò ad essere calpestata, dispersa e preda degli uccelli. Proprio come dice Gesù nella parabola del seminatore. Il terreno palestinese poi è sempre sassoso e arido, per la mancanza di acqua e di piogge, dando così poca speranza in un raccolto abbondante. Erbacce, cavallette, vermi e altri flagelli possono abbattersi sul terreno e compromettere un buon raccolto. La parabola del seminatore è collocata in questo sfondo, purtroppo tristemente familiare ai contemporanei di Gesù.

… continuiamo con altri esempi di parabole:

I braccianti chiamati a lavorare nella vigna nelle varie ore del giorno (Matteo 20,1-16):
In Oriente era usuale – e lo è ancora oggi – vedere già dal primo mattino nella piazza del mercato (o nei crocicchi delle strade) quanti cercavano lavoro, in attesa che qualche possidente terriero li prendesse a giornata. La giornata lavorativa iniziava all’alba e cessava la tramonto del sole. Il salario giornaliero consisteva in un denaro. Tale era infatti la paga di un bracciante agricolo, di un operaio e di un legionario romano. Secondo la legge ebraica il salario doveva essere dato la sera stessa al termine della giornata lavorativa (Non defrauderai il salariato povero e bisognoso… gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, Deuteronomio 24,14-15). Ecco perchè il padrone della vigna paga gli operai la sera stessa e non alla fine del mese, come facciamo noi.

Il simbolo della vigna nella parabola dei vignaioli omicidi (Matteo 21,33-43):
In questa parabola, la storia del popolo biblico viene presentata attraverso diverse immagini: i servi inviati dal padrone sono i profeti e quanti erano stati investiti di una missione a favore del popolo di Israele; il popolo viene descritto attraverso l’immagine della vigna; l’adesione piena a Gesù è definita con un’espressione frequente nella Bibbia e nel Vangelo: “portare frutto”. Il rifiuto opposto dai contemporanei a Gesù è descritto attraverso la riproduzione del rito che regolava l’esecuzione dei condannati a morte. Costoro venivano prima fatti uscire dalla città e poi uccisi, per non contaminare la città stessa. E’ ciò che avviene anche a Gesù, ucciso fuori della città di Gerusalemme.
In questa parabola è importante il simbolismo della vigna. Attraverso questa immagine la Bibbia vuole esprimere il grande amore e la grande cura di Dio per il suo popolo.
La vigna, infatti, è ciò che di più caro possiede il contadino orientale. Essa, assieme al gregge, è fonte di vita e di sussistenza per la famiglia. Ad essa il contadino dedica ogni cura (vedi Isaia 5,1-7: “il canto della vigna”). In genere la vigna era a terrazzo lungo le scoscese colline della Palestina. La si circondava di una siepe o muretto a secco, sormontato da rami di spini, per proteggerla dagli animali e dai ladri. La stessa funzione aveva la torre che la sovrastava. Vi si costruiva all’interno anche un frantoio per la pigiatura dell’uva al tempo della vendemmia. L’immagine della vigna esprime anche il tempo messianico, caratterizzato dal vino nuovo (come alle nozze di Cana e in alcuni testi della predicazione di Gesù), dalla gioia delle nozze e dalla partecipazione al banchetto di comunione nel Regno di Dio.

Il simbolo del banchetto e della veste nella parabola degli invitati a nozze (Matteo 22,1-14):
Il banchetto nella Bibbia e nel Vangelo è immagine della salvezza, della comunione e dell’intimità con Dio e tra di noi. Esprime anche la gioia di appartenere a una famiglia, a una casa, a un popolo, a una comunità in festa e che ci accoglie. Per questo Gesù ama definire il Regno e la salvezza come un “mangiare e bere alla sua mensa” (vedi Luca 13,29; 22,29-30).
Questa parabola di Matteo riporta alcune usanze dell’epoca di Gesù. Chi dava una festa era solito mandare ad avvisare più volte gli invitati perchè non se ne dimenticassero. Il rifiuto a un secondo invito o l’insulto o l’uccisione degli ambasciatori potevano divenire motivo di ostilità e di guerra (come appare nella parabola: “Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città”).
Il riferimento ai “crocicchi delle strade” si spiega perchè era lì che nelle antiche città si raccoglieva la folla dei disoccupati, dei poveri, dei mendicanti. Mentre il riferimento all’ispezione che il re fa nella sala degli invitati si ispira all’abitudine dei re orientali di presentarsi agli invitati – che mangiavano in una sala diversa – a pranzo inoltrato.
Il vestito, nella Bibbia, è simbolo di dignità, di onore e di rispetto. Essere senza vestito significa essere senza dignità, senza onore, senza rispetto. Strapparsi le vesti era simbolo di dolore, di lutto, di disapprovazione.

Case, monete, olio, vino, aceto, sale:
Le case della gente comune erano costituite da un ambiente unico. Vi era un’ampia sala che fungeva da cucina, sala da pranzo, camera da letto (si mangiava e si dormiva su stuoie poste a terra), rifugio per gli animali, e un piccolo vano che fungeva da dispensa. Il pavimento era di terra battuta, con varie crepe. Ciò spiega perchè facilmente si smarrivano le cose o le monetine, che entravano in queste crepe (vedi la parabola della dramma perduta e ritrovata, in Luca 15,8-9). Il tetto era esso pure di terra battuta, con assi, rami o frasche, che si potevano facilmente togliere. Ecco perchè alcuni fanno calare dal tetto un ammalato da presentare a Gesù (vedi Marco 2,4).
L’olio era considerato il medicinale più efficace dell’antichità. Dopo aver versato l’aceto sulla ferita per cicatrizzarla, l’olio veniva versato come lenimento e sollievo. L’olio serviva anche per gli atleti, per la traversata del deserto contro l’aridità e il pericolo della disidratazione. Serviva pure per il culto nel tempio, per la consacrazione dei sacerdoti o dei re.
Il vino era la bevanda della festa. Nella Bibbia è menzionato 141 volte. Era anche il simbolo della gioia messianica. Veniva conservato in otri di pelle di animali essiccate. Il vino era interdetto al sacerdote in funzione, che doveva essere davanti a Dio nell’integrità della sua mente.
Il sale era molto usato dagli Israeliti, che lo ricavavano dalle regioni del Mar Morto. Il sale serviva per condire le pietanze, per conservare il pesce secco, le olive e taluni foraggi. Il contadino mescolava talvolta il sale al foraggio delle sue bestie (Isaia 30,24).

La legge, il Sabato, la preghiera (vedi “Il fariseo e il pubblicano”, Luca 18,10-14):
Al tempo di Gesù la legge mosaica era stata classificata in tantissime prescrizioni. I maestri contavano 613 comandamenti, di cui 365 negativi (Non devi) e 248 positivi (Devi). Il Sabato è il giorno di riposo e di festa dell’Ebreo. Esso inizia la sera del venerdì con l’accensione delle luci e con la recita del Cantico dei cantici, per accoglierlo come una sposa. E’ giorno di assoluto riposo. La preghiera veniva fatta rivolgendosi verso Gerusalemme. Generalmente si pregava in piedi (vedi la parabola del fariseo e del pubblicano: Il fariseo, stando in piedi, pregava così…, Luca 18,10-14) e con le mani alzate. Si pregava ad alta voce e in principio soltanto in alcune circostanze particolari. In seguito si incominciò a pregare in diverse ore del giorno (vedi Salmo 55,18: Di sera, al mattino, a mezzogiorno mi lamento e sospiro) e poi anche della notte, secondo le indicazioni del Salmo 119,62: Nel cuore della notte mi alzo per renderti lode.
La preghiera quotidiana consiste nel bellissimo testo di Deuteronomio 6,4-6, che gli Ebrei chiamano Shemà: “Ascolta, Israele”. Per la preghiera gli Ebrei osservanti usano i “filattèri” e le “frange”, come si legge in Matteo 23. I filattèri sono astucci di cuoio che custodiscono alcuni significativi testi biblici (Esodo 13,1-10.11-16; Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21). Questi astucci vengono fissati al braccio sinistro e sulla fronte, per far meglio riconoscere come osservante chi li porta, secondo le indicazioni di Deuteronomio 6,6-8. Le “frange” consistono in quattro fiocchi appesi agli angoli del mantello che si indossa per la preghiera. Sono di colore viola e hanno lo scopo di far ricordare “tutti i comandi del Signore, per metterli in pratica” (Numeri 15,39).

Evidenza particolare merita il capitolo 15 di Luca.
La sezione comprende la parabola della pecora e della moneta smarrite e la parabola del padre misericordioso. Lo scopo di queste parabole è di mettere in rilievo la misericordia di Dio verso il peccatore pentito.
Il peccato è stato giustamente definito una diminuzione dell’uomo (GS 13), un autolesionismo che la Bibbia qualifica come “sbagliare direzione”, “fallire il bersaglio” e perciò una delusione.
Se l’uomo non se ne avvede è perchè il rapporto con Dio, fonte di vita e di libertà, è in quel particolare momento un rapporto insignificante, se non addirittura inesistente.
La realtà del peccato, nella sua dimensione di reazione a Dio e all’uomo, nelle sue conseguenze negative, si può cogliere solo quando si recupera il senso di Dio e la sua immagine autentica.
Ritrovare Dio è ritrovare se stessi. Nell’intraprendere la strada del ritorno al Padre, il prodigo ha fatto ritorno “alla verità su se stesso”.
Sant’Ambrogio così delinea il significato antitetico del peccato e della conversione: “Chi ritorna al Signore si restituisce a se stesso”, ma il ritorno è reso possibile dall’invincibile misericordia divina che non si rassegna a perdere color che ama.
Consideriamo qualche dettaglio della parabola:
15,11: “… Padre, dammi…”    In fondo al peccato c’è sempre orgoglio, insensatezza…
“E il padre divise tra loro le sostanze”    Dio è rispetto, è resistenza disarmata, Dio è dolcezza…
15,13: “Dopo pochi giorni partì per un paese lontano…”    Dio non interviene, non parla, si lascia lacerare, è tolleranza infinita, è l’amore che sa attendere, è resistenza nella sofferenza, l’umiltà nell’amore, umiltà sconcertante…
15,14: “Quando ebbe speso tutto…”   Dio ad un certo punto aiuta a pensare ma se non si tocca il fondo non si riflette. L’uomo si piega solo ai suoi pensieri e i suoi pensieri si piegano solo nella prova. Amarezza, solitudine diventano l’unica riparazione. Senza riflessione non c’è conversione. Ma Dio con il suo amore aiuta e dà una prova proporzionata che ha lo scopo di aiutare a rinsavire. Dio è paziente, ma operante; non abbandona nessuno, anzi segue con più insistenza chi ha più bisogno.
15,18: “Mi alzerò e andrò da mio padre…”   La prova aiuta a vedere quello che l’egoismo impediva. La riflessione matura attraverso le decisioni finchè scatta la volontà.
15,19: “Trattami come uno dei tuoi garzoni…”    Questo cambiamento lo realizza la grazia di Dio, pentimento che diventa decisione, azione, riparazione…
… e tutto questo fà quell’amore del padre che sembrava così fragile.
Invece l’amore del padre costruisce l’amore del figlio…. e poi facilita il ritorno, non fa l’offeso, non è assente… non la fa mai pagare. L’amore è proprio travolgente: Dio mi ama e basta ! Questo è l’inizio del ritorno pieno e sincero a Lui, e questa è l’origine della conversione di ogni peccatore.
La ripresa di un peccatore comincia sempre da una riflessione e da un atto di buona volontà. Finchè non si riflette seriamente non c’è speranza. La grazia della conversione, che Dio loro concede, passa sempre per quella strada.

Conclusioni riguardo alle Parabole di Gesu’.
Le tecniche narrative delle parabole sono quelle del racconto popolare, impostato soprattutto sulla facilità di comprensione, sull’ancoramento alla vita quotidiana e al carattere sapienziale dell’insegnamento biblico.
Una di queste tecniche è la “regola del tre”. Nei racconti popolari, cioè, vi sono abitualmente tre personaggi, con il fulcro o momento culminante nel terzo elemento:
– A tre servi vengono affidati i talenti (Matteo 25,14-30: parabola dei talenti)
– Tre uomini passano accanto alla vittima imbattutasi nei briganti (Luca 10,25-37: il buon Samaritano)
– Tre sono i personaggi principali della parabola del figliol prodigo (Luca 15,11-32).

Un’altra tecnica del racconto popolare è il “soliloquio”, in cui il lettore viene messo al corrente di quanto passa nel cuore del protagonista della parabola, il quale:
– elogia se stesso o si commisera (parabola del fariseo e del pubblicano, Luca 18, 10-14);
– è afflitto per la triste situazione in cui versa, lontano dal padre (parabola del figliol prodigo, Luca 15);
– pensa alla situazione fallimentare in cui è venuto a trovarsi di fronte al padrone e falsa le carte dei debitori, per farsi accogliere da loro (parabola dell’amministratore infedele, Luca 16,1-13).

Le parabole spesso mancano di una conclusione o di una soluzione: ciascuno poteva dare una propria conclusione, abbellendo così il testo. Non sappiamo, infatti, se l’uomo soccorso dal buon Samaritano sia guarito e neppure se in Luca 15 il fratello maggiore si sia riconciliato con il padre e con il fratello minore fuggito da casa.
Tutto ciò aiuta a ripensare le parabole, a dare noi delle soluzioni, a tentare noi di riprodurle nel nostro mondo e nel nostro ambiente.
Simile alla parabola sono la similitudine e la metafora. La similitudine consiste nel paragonare una cosa ad un’altra di specie diversa e il paragone è reso con le parole “simile a…”, oppure “come” (vedi Luca 10,3: Gesù manda i discepoli “come agnelli in mezzo ai lupi”). Nella metafora le qualità di una cosa sono attribuite direttamente a un’altra, senza un confronto esplicito (vedi Matteo 5,13: “Voi siete il sale della terra”).
In generale la parabola può essere intesa come una similitudine sviluppata, in cui la storia, sebbene inventata, è verosimile, a differenza della favola, che è pura invenzione e dove gli animali parlano.
Bisogna notare che l’oggetto di confronto della parabola spesso non è la singola parola che segue, ma tutta la situazione presentata nel suo complesso. Ad esempio, nella parabola di Matteo 18,23-25, il Regno dei cieli non è tanto simile al re che volle fare i conti con i servi, ma è simile alla gioia che si prova nel perdonare o nell’essere perdonati.

L’interpretazione delle parabole

Alcune parabole – come quella del seminatore – contengono già l’interpretazione, che gli evangelisti attribuiscono a Gesù stesso. In questa interpretazione, ogni particolare o personaggio della parabola acquista un significato (ad esempio l’identificazione degli ascoltatori con i vari tipi di terreno: quello sassoso, quello tra le spine, quello fertile…: vedi Marco 4,14-20).
Ma in generale in ogni parabola è possibile individuare o un messaggio spirituale significativo o una forma importante di dialogo con la quale Gesù parla e interpella la volontà e la fede di coloro che lo ascoltano

Le parabole in Marco, Matteo e Luca

A Marco vengono attribuite sei parabole, ma anche molti detti allegorici (2,19,20: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro?…”; 2,21-22: il detto dell’abito rattoppato e degli otri per il vino nuovo). Il mondo delle parabole di Marco è quello del villaggio, dell’ambiente rurale e della vita quotidiana. Sembra quasi un reportage dalla terra di Palestina, per farla conoscere anche nei dettagli ai destinatari del suo vangelo, che non la conoscono.

Matteo ha invece un gran numero di parabole. Un primo gruppo unitario di parabole (“Le parabole del Regno”) si trova nel capitolo 13 – dove danno origine al “discorso in parabole”, che è uno dei cinque grandi “discorsi” che costituiscono l’ossatura del suo vangelo -, mentre altre vengono collocate lungo i capitoli 18 (Il servo spietato); 20 (Gli operai dell’ultima ora); 21 (I due figli; I vignaioli omicidi); 22 (Gli invitati al banchetto di nozze); 24 (Il servo che attende il ritorno del padrone; 25 (Le dieci vergini; La parabola dei talenti).
In questo evangelista le parabole hanno un tratto drammatico, che attira l’ascoltatore e lo coinvolge. Pensiamo, ad esempio, alle parole introduttive di qualcuna di queste parabole: “Che ve ne pare?”.
Mentre Marco ama la concisione e la sobrietà, Matteo mostra invece un certo amore per la sovrabbondanza. Così:
*l’arbusto di Marco (4,32) diventa un albero (Matteo 13,32)
*il tesoro e la perla diventano inestimabili (Matteo 13,44-46: la perla è definita “di grande valore”)
*il debito del servo (diecimila talenti, Matteo 18,24) costituisce davvero una somma enorme, esagerata, così come i talenti affidati ai servi (Matteo 25,13) equivalgono al salario di allora ma di interi svariati anni.
In Matteo prevale anche l’aspetto riguardante le ultime realtà dell’uomo e del mondo). Nelle sue parabole, cioè, sono in gioco il paradiso e l’inferno, la gioia e il dolore, le tenebre, il pianto e lo stridore di denti (Matteo 13,42-43; 22,13; 25,30).

Luca colloca le parabole nella cornice del tema della “misericordia” e della benevolenza di Gesù verso i peccatori. La misericordia e la benevolenza sono infatti il tratto caratteristico di questo evangelista. Più che sull’ambiente naturale, Luca incentra il suo racconto sul rapporto che deve intercorrere tra uomo e uomo, rapporto che deve ispirarsi al comportamento stesso di Gesù e al suo modo di rapportarsi con i più bisognosi: “Và e anche tu fà lo stesso” (Luca 10,37, conclusione della parabola del buon Samaritano). Ecco perchè le sue parabole colgono l’aspetto della giustizia, della preghiera, del buon uso della ricchezza, della difesa dei deboli, dei piccoli, degli orfani, delle vedove, dei peccatori, dei pubblicani… Al centro di queste parabole Luca colloca Gesù, quale modello della vita cristiana.

In conclusione: gli evangelisti non si limitano semplicemente a trasmettere le parabole di Gesù, ma, attraverso variazioni redazionali e l’aggiunta di materiale allegorico tratto da proprie fonti, ciascun evangelista conferisce loro una originale prospettiva teologica.