Incontro (dMP)

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Se la difettosa umanità dei discepoli può incontrare Gesù, abbiamo buone speranze di riuscirci anche noi.

La figura di Gesù è molto affascinante. La sua umanità, il suo essere controcorrente, la coerenza e la non violenza, hanno un effetto seducente. Molti sono gli ammiratori, non solo credenti, ma anche atei e non cristiani. Spesso viene descritto come un grande personaggio, un meraviglioso rivoluzionario. La storia cerca di classificarlo così, un grande uomo, come altri grandi, Buddha, Maometto, Gandhi. Anche i suoi discepoli potevano cadere in questo equivoco ed era necessario prepararli e istruirli. Solo Pietro, Giacomo e Giovanni hanno avuto il privilegio di assistere alla trasfigurazione, ma la loro esperienza diventa la nostra, i loro occhi diventano i nostri e, attraverso di loro, anche noi possiamo partecipare. Gesù li porta su un monte a pregare, è la condizione di partenza: se vogliamo avere accesso al divino dobbiamo fargli spazio, metterci in una condizione di silenzio e raccoglimento, altrimenti i rumori e le mille distrazioni della vita ci impediranno di incontrarlo. Davanti a loro si trasfigura, cioè permette agli occhi dei suoi discepoli di aprirsi e di vedere oltre l’apparenza umana la luce divina che si nasconde ai distratti e ai superficiali. Il mistero di Cristo è il contatto dell’eternità con la storia, con un preciso istante. I tre testimoni comprendono che Gesù è il Messia atteso da sempre, vedendo il passato, Mosè ed Elia cioè la Legge e i Profeti, che sono accanto a lui e parlano del futuro. Questo miracolo si ripropone nella vicenda di ciascuno di noi, Gesù entra nella nostra vita e nel nostro tempo, dandoci accesso all’eternità, mostrandoci che nel piano infinito della Provvidenza, ci siamo anche noi, testimoni della sua divinità e suoi discepoli. I tre apostoli, poveri pescatori, uomini comuni, senza cultura o nobiltà, entrano a pieno titolo nel disegno dell’Infinito. Quegli uomini ci rappresentano, siamo noi che, proprio come loro, possiamo partecipare alla salvezza. Siamo da sempre nel cuore di Dio! È una gioia travolgente. Ecco perché Pietro vorrebbe fermare quell’istante: è bello per noi stare qui, facciamo tre tende… ma il mistero che possiamo intuire e fuggevolmente contemplare, mentre si rivela, rimane inaccessibile: è una nube che avvolge. L’infinità di Dio mette paura, è troppo per noi. Allora il Padre, che ci vuole comunque permettere di abbracciarlo, si dona a noi nel Figlio: la nube si dilegua e rimane Gesù solo. In lui possiamo contemplare il volto di Dio. È mio figlio. L’umanità del Cristo rivela la premura del Padre che vuole esserci accanto, camminare con noi e permetterci di essere figli nel Figlio.

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