Porta stretta (dMP)

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Siamo cristiani solo in chiesa o anche nella vita quotidiana?

Il vangelo ci chiede delle scelte molto radicali e si pone in contrasto con il mondo, cioè col modo comune di pensare. Gesù non usa mezzi termini, è molto esplicito. È questo che spinge il discepolo a chiedere: sono pochi quelli che si salveranno? La domanda tradisce l’ansia di chi dubita di poter cambiare vita e aderire all’insegnamento del Maestro. Ogni domenica noi ci ritroviamo qui a mangiare e bere in sua presenza, ad ascoltare la sua parola, ma il Signore ci dice in modo molto chiaro, che non basta. Cosa dobbiamo fare? Entrare per la porta stretta. Questo significa che non è sufficiente una religiosità esteriore, fatta di gesti, di parole e di abitudini, ma occorre un coinvolgimento di tutto il nostro essere. Dio vuole essere servito col cuore e non con le labbra. Non si può essere cristiani solo in chiesa, occorre esserlo soprattutto fuori. Ciascuno di noi si deve domandare come può testimoniare la sua fede nella vita di ogni giorno. Il primo passo è far entrare il Signore nella mia giornata con la preghiera. Gesù stesso ci mette sulle labbra le parole giuste: Padre nostro… Per chiamare Dio Padre bisogna comportarsi da figli, cioè sforzarci di fare la sua volontà. Lui vuole che la nostra vita sia segno della sua santità, vuole vederci lavorare per il suo Regno. Il lavoro è fatica, richiede energia e Dio stesso ci dice di chiedere il pane, cioè la forza di fare il nostro dovere. Cosa chiediamo di solito? Fai così, dammi questo, fammi quello. Invece la domanda giusta è: cosa vuoi che io faccia? E poi dammi la forza e la capacità di perdonare, perché non c’è amore senza perdono, sostienimi nella prova e liberami dal male. Non sono parole, ma un preciso programma per la giornata. Allora posso partire e cercare di attuare queste cose oggi. Ecco la porta stretta. Lo è perché mi impone di subordinare la mia volontà alla sua, mentre io voglio fare sempre di testa mia. Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti, perché sono dentro? Perché hanno obbedito, perché si sono sforzati di essere figli. Verranno da tutte le parti per entrare, ma solo i figli saranno ammessi. Questa è l’unica condizione. Non conta essere primi o ultimi. Gli ebrei sono stati i primi a conoscere Dio e noi gli ultimi. Ci sono uomini che sono stati potenti e famosi e per questo primi, mentre altri sono stati umili e sconosciuti e dunque ultimi. La graduatoria però non si basa su questioni umane o su chi è arrivato prima, ma sull’amore. È sull’amore che saremo giudicati. Se amiamo Dio davvero, allora ameremo anche quelli che lui ama, cioè tutti gli uomini.

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