Preghiera del cuore (dMP)

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Chi c’è al centro della mia preghiera: io o Lui?

Se noi potessimo salvarci da soli, osservando i comandamenti per guadagnarci il paradiso, non ci sarebbe stato bisogno del sacrificio di Gesù. Invece, per quanto ci si sforzi di evitarlo, il peccato fa parte della nostra vita. Per questo il Maestro ci insegna ad avere l’atteggiamento giusto nella preghiera. Il fariseo della parabola sta in piedi davanti a Dio e prega con orgoglio. Accampa dei meriti e crede di essere migliore degli altri nel suo sforzo di osservare la legge. Lui stesso è il protagonista della sua preghiera, perché non loda Dio, ma il suo essere rispettoso e ligio a tutti i precetti. Anche questo passo, come altri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, invita a riflettere su cosa significhi essere religioso. Intanto la nostra preghiera deve mettere al centro il Signore e non il nostro io. Capita il contrario se dico: ti prego perché io ho bisogno, oppure perché io desidero questa grazia, perché io che sono bravo merito la tua attenzione. È invece giusto mettersi semplicemente nelle sue mani senza pretese cercando di capire cosa Lui voglia da me. La religiosità non è fatta solo di atti esteriori, come fare digiuno o pagare la decima, ma significa aderire a Dio con il cuore. Non che il digiuno o qualunque altra pratica di pietà, sia inutile, ma è solo uno strumento per avvicinarsi al Divino, non è il fine della religiosità, ma serve se aiuta alla conversione. Il profeta Isaia ammonisce: Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. È una pratica vuota, senza cuore. Come lo è andare a messa solo perché è un obbligo, senza un vero desiderio di incontrare Gesù. Noi sappiamo che il primo peccato dell’uomo è l’orgoglio. Il cammino spirituale comincia perciò rinunciando alla pretesa di essere autosufficienti. Ecco perché il pubblicano è nel giusto: è cosciente della sua povertà e mette al centro il Signore implorando la sua misericordia. Domenica scorsa abbiamo parlato della preghiera del cuore, che consiste nella continua invocazione di Dio tramite una giaculatoria. La supplica del pubblicano è diventata il modello per coloro che, in ogni tempo, hanno praticato e praticano la preghiera del cuore. Le parole non sono l’aspetto più importante, ma piuttosto l’espressione di un atteggiamento interiore. L’uomo che si consegna a Dio sapendo di essere povero, gli apre il cuore e lo accoglie. Chi invece crede di essere giusto non permette al Signore di entrare, perché ha il cuore occupato interamente dall’orgoglio.

LA SETTIMANA 2019
Num. 961 del 10 nov 2019
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