Prologo del Vangelo

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Documento (San Giovanni – Prologo del Vangelo)

Terminologia particolare ed esclusiva di Giovanni 

Il quarto vangelo è un’opera complessa che, pur ricollegandosi alla forma più primitiva della predicazione cristiana, è anche il punto di arrivo di uno sforzo, perseguito sotto la guida dello Spirito Santo, per una intelligenza più profonda e luminosa del mistero di Cristo.
Per San Giovanni, Gesù è la Parola fatta carne, che viene a dare la vita agli uomini (1,14).
Il mistero dell’incarnazione guida tutto il suo pensiero e si esprime nel linguaggio della missione e della testimonianza. Gesù è il testimone di ciò che ha visto e udito presso il Padre (cf. 3,11ss). Per accreditare la sua missione compie un certo numero di opere, miracoli, che Giovanni chiama “segni”, che superano le possibilità umane e provano che egli è realmente mandato da Dio: sono una manifestazione ancora discreta della sua gloria, nell’attesa della piena manifestazione nel giorno della risurrezione (cf. 1,14ss).
La gloria del “giorno di Dio” (cf. Am 5,18ss) si compie nel “giorno di Gesù” (8,56) e in modo particolare nella sua “ora” (2,4ss), l’ora della sua “elevazione” e della sua “glorificazione”.
Tutta la missione del Figlio è ordinata a un’opera di salvezza ed è la manifestazione suprema dell’amore del Padre per il mondo (cf. 17,6ss).
Al di là dei giudei che respingono Gesù, appare infatti una realtà più vasta: le “tenebre” (cf. 8,12ss) o il mondo (cf. 1,9-10ss), dominato da satana, il “principe di questo mondo” (cf. 1 Gv 2,13ss) che agisce contro Dio e il suo Cristo.
In questo grande dramma spirituale davanti alla Parola fatta carne si compie il “giudizio del mondo” (12,31-32), la sua condanna e la sua disfatta (16,7-11.33).
Se il Cristo dà la vita volontariamente (cf.10,18ss), se è elevato sulla croce, è per entrare in possesso della sua gloria (cf. 12,32ss), che da quel momento si trova manifestata agli occhi di tutti per la confusione del mondo incredulo e la sconfitta definitiva di satana.
Il trionfo di Dio sul male, la salvezza del mondo sono compiuti con la risurrezione gloriosa; il ritorno del Cristo nell’ultimo giorno sarà solo un compimento.
I segni operati da Gesù hanno lo scopo di condurre alla fede (2,23; 10,41ss; 11,45). Se ulteriori segni non sono accordati a tutti quelli che li chiedono, la ragione è l’incredulità. Tanto è vero che nonostante i segni molti non credono (12,37; 12,40).
Per costoro la “luce del mondo” (8,12; 9,5) diventa tenebra e la capacità di vedere si trasforma in cecità spirituale e in totale incomprensione (9,39ss).
La visione della tomba vuota (20,28) e le apparizioni di Gesù devono portare a credere, ma è anche possibile, come accade, che si rimanga in una condizione di incredulità.
La fede perfetta infatti non ha bisogno di alcun segno: “Gesù disse: Perchè mi hai veduto, hai creduto, Tommaso. Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20,28).
I miracoli raccontati sono “segni” che rivelano la gloria del Cristo e simboleggiano i doni che egli porta al mondo… purificazione nuova, pane vivo, luce, vita.
Indipendentemente dai miracoli l’autore ha il dono di cogliere il significato dei fatti e di scoprirvi misteri divini (2,19-21; 9,7; 11,51ss; 13,30; 19,31-37). Gesù è la luce che viene nel mondo; il suo combattimento è quello della luce contro le tenebre; la sua morte è il giudizio del mondo; tutta la sua vita è il compimento delle promesse messianiche dell’Antico Testamento.

Giovanni 1,1-18:   PROLOGO
Il prologo del Vangelo di Giovanni è il brano più complesso e più difficile non solo del Vangelo di Giovanni, ma di tutti i Vangeli.
E’ molto importante considerare questo inno straordinario che è l’inno dell’amore di Dio per noi, e vedremo un volto di Dio completamente nuovo, sconvolgente, meraviglioso. D’altra parte è un brano stupendo; Sant’Agostino e San Giovanni Crisostomo dicevano che lo scrivere questo prologo andava al di là delle capacità umane. Ed è proprio per il contenuto di questo prologo che Giovanni è stato raffigurato come l’aquila. Ogni parola, infatti, è un concentrato di teologia e di esperienza.
Diciamo innanzitutto che questo prologo è un inno all’ottimismo di Dio sull’umanità, un inno dell’amore che Dio ha per noi. Il più antico commento che abbiamo a questo passo è della stessa scuola di Giovanni; la Prima Lettera incomincia con le stesse espressioni del teologo e prosegue dicendo: “Queste cose vi scriviamo, perchè la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,4). La gioia della comunità dei credenti consiste nel trasmettere questo messaggio, un messaggio che, a sua volta, per chi lo accoglie e per chi lo vive, provocherà gioia. Qui vi è una comunità che accresce la propria gioia trasmettendo la propria esperienza; questo in linea con l’insegnamento di Gesù che dice  “vi è piu’ gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).
Vediamo il primo versetto: “In principio era il Verbo”. Giovanni si riallaccia con l’espressione: “In principio”, che è esattamente la prima parola con la quale inizia la Bibbia. La Bibbia inizia con il libro della Genesi, dove si narra il fatto della creazione e comincia con queste parole: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1). Nel prologo Giovanni afferma che in principio, prima ancora che Dio pensasse e creasse il cielo e la terra, c’era qualcos’altro. Giovanni si mette sulla linea della creazione, che sarà la chiave di lettura per comprendere tutto il suo Vangelo. Quindi, scrive Giovanni, “in principio c’era la parola (Logos)”. Giovanni, scegliendo questo termine, ha un’idea molto chiara. “Logos” è un termine che da una parte significa “progetto” e da un’altra, in quanto progetto formulato, significa “parola”. Giovanni, in questo prologo, dice che fin dall’inizio, prima ancora della creazione del mondo, Dio aveva un progetto e che questo progetto doveva essere comunicato.
Fin dall’inizio, prima di creare il mondo, prima della creazione, c’era una parola. Un’unica parola che comprende e supera le Dieci Parole, una parola che si esprime in un unico comandamento. Ecco allora che Giovanni, al capitolo 13 del suo Vangelo, dirà, mettendolo nella bocca di Gesù: “Vi do un comandamento nuovo” (Gv 13,34), non semplicemente da aggiungere agli altri, ma un comandamento “nuovo per la qualità”, ed è questo: “… che vi amiate come io vi ho amato; così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Gesù con queste parole non chiede l’amore solo per Dio, ma chiede un amore da trasmettere e scambiare tra gli uomini, uguale a quello che Lui ci ha dimostrato. E l’amore di Gesù, l’amore che ci dimostra, è un amore che non si lascia condizionare dagli atteggiamenti e dalle risposte dell’uomo. “Trasmettete fra di voi un amore uguale a quello che io ho per voi”: questa è l’unica prova che amate Dio.
“Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (1,3). Per mezzo della Parola, Sapienza di Dio (cf. Pr 8,22ss; Sap 7,22ss) è stata creata ogni cosa per rivelare alle creature i segreti della volontà Divina: Dio è Amore. Giovanni rappacifica l’uomo con la creazione, con la quale l’uomo deve collaborare per partecipare alla realizzazione di questo immenso progetto di Dio. Questo perchè Dio si chiama Padre, ma un padre, se non ha i figli, non può esercitare la paternità. E Dio si rivela come Amore solo nel momento in cui ogni uomo avrà la possibilità di rispondere al progetto che Egli ci propone. Per questo, nei Vangeli si parla dell’affanno di Dio per il singolo; consideriamo la parabola delle cento pecore? Ne manca una e Gesù va in cerca dell’unica che non è presente, perchè finchè tutti quanti non faranno parte di questo gregge d’amore, il pastore non è contento (Mt 18,12-14; Lc 15,4-7).
E, continua Giovanni, “In lui era la vita…” (1,4). E’ la prima volta che nel Vangelo di Giovanni appare questo termine “vita”, un termine che, al confronto con gli altri evangelisti, Giovanni userà molte volte. Tutta la creazione è stata fatta dunque in vista di un progetto che contiene vita; quello che viene da Dio produce vita. Chi ha vita e chi è nella vita è in comunione con Dio.
Questo progetto di Dio sull’umanità contiene la vita e chi lo accoglie ha una vita che deve essere esuberante, che deve trasformarsi. Si vede se una persona è in comunione con Dio, se ha una vita talmente esuberante da poterla trasmettere agli altri. Quindi, questo progetto di Dio contiene vita: tutto quello che ha vita viene da Dio, tutto quello che non ha vita e non è vita, non proviene da Dio.
E l’evangelista aggiunge: “…e la vita” – o questa vita – “era la luce degli uomini”. Non è esclusivamente una legge esterna all’uomo quella che ti guida nella vita, ma è la risposta interiore e personale a quel desiderio di pienezza che ogni uomo porta dentro di sè; è lo sviluppare e sprigionare quella pienezza di vita, che ti illumina e ti fa capire come camminare, come frutto della grazia accolta.
Il credente deve conoscere Gesù e assimilare il suo messaggio, ma poi deve farlo proprio e comportarsi in una determinata maniera come risposta di amore e di riconoscenza per il Maestro.
Continua Giovanni: “questa luce brilla nelle tenebre”. La luce è una metafora con la quale si indica il gruppo dei credenti che hanno accolto questo messaggio d’amore. Il compito della luce è di brillare. Allora, la comunità dei credenti che ha accolto questo messaggio di Gesù, nel viverlo emana la luce. Man mano che questa luce-vita si spande, ecco che le tenebre si allontanano. C’è una potenza nelle tenebre ma – ci assicura Giovanni – la luce, lo splendore della luce sarà sempre più forte delle tenebre. Il desiderio di autenticità e di pienezza di vita c’è in ogni uomo, anche se le tenebre hanno tentato di soffocarlo e di frustrarlo. La luce è più forte delle tenebre, perchè aderire alle tenebre significa andare contro il proprio progetto creatore e frustrare la propria esistenza.
Continua il Vangelo: “Apparve un uomo inviato da Dio e il suo nome era Giovanni”. Quindi, la parola di Dio è stata inviata a un uomo di nome Giovanni e “costui venne per essere testimone, per testimoniare riguardo alla luce”. Il compito di Giovanni era di risvegliare questo anelito di vita, che in ogni uomo è presente. Questo è il compito di Giovanni; non è quello di essere la luce, ma di risvegliare questo desiderio di pienezza di vita.
“Perchè tutti credessero per mezzo di lui”. Questo risveglio della vita è rivolto a tutti quanti, non più a un singolo popolo, non più a una sola religione, non più a determinate categorie di persone religiose o no. Questo invito è rivolto a tutti, perchè la tenebra – che è rappresentata dai poteri che impediscono all’uomo la libertà – ha coperto tutta l’umanità. Perciò: “affinchè tutti, attraverso questo desiderio di pienezza di vita, giungessero a credere”.
Sottolinea Giovanni, “Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce”. Questo perchè Giovanni, al suo apparire, venne accolto come il Messia. Il popolo ebraico aveva tutta un’aspettativa del Messia. Quando Gesù si è presentato, era talmente normale, talmente anonimo, che è stato una grande delusione per parecchi. Questo perchè Gesù era una persona comune, vestiva come una persona comune, mangiava, beveva, si comportava normalmente; non aveva nessuno di quegli aspetti che contraddistinguevano un uomo di Dio. Un uomo di Dio, secondo la mentalità del tempo, si doveva riconoscere dalla sua vita ascetica; Ma Gesù rivoluziona il concetto di “uomo di Dio”. Lui, che era l’”uomo di Dio” per eccellenza, lo manifesta non attraverso atteggiamenti esteriori di ascetismo o di spiritualismo, ma trasmettendo una qualità d’amore che assomiglia a quella di Dio, perchè Lui stesso è Dio.
Con Gesù, chi è l’immagine del perfetto credente? Non colui che obbedisce a Dio osservandone semplicemente le leggi, ma colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo. Ecco perchè Gesù contrappone queste due qualità di credente: al sacerdote e al levita, perfetti osservanti della legge nell’episodio del Samaritano, contrappone l’eretico samaritano (Lc 10,29-37) che assomiglia di più a Dio nella qualità dell’amore.
Giovanni ci sprona a vedere la “luce vera” che porta con sè Gesù. L’unico atteggiamento che ci assicura la comunione con Dio è, dunque, oltre al rispetto sincero della legge, un amore che assomigli al suo. Un amore che non si lascia condizionare dalle risposte dell’uomo.
Continua Giovanni: “… quella che giungendo al mondo, illumina ogni uomo (v.9)”. Questa luce continuamente si effonde nel mondo e raggiunge ogni uomo perchè l’Amore non può cessare di offrirsi. “Stava nel mondo, e nonostante che il mondo esistesse grazie ad essa, il mondo non la riconobbe (v.10)”. Quando Giovanni usa il termine “mondo”, intende l’insieme degli uomini che rifiutano Dio e perseguitano con odio il Cristo e i suoi discepoli. Il sistema sul quale si regge la società generalmente non è secondo Dio e pertanto è incapace di accogliere questa luce quando viene.
Il tema della mancata conoscenza di Gesù da parte delle autorità sarà una costante nel Vangelo di Giovanni (cf. Gv 1,26; 7,28; 8,14; 8,19; 15,21). Questo determinerà la tragedia del popolo: la gerarchia religiosa pretendeva infatti di indicare la volontà di Dio al popolo, ma in realtà non la conosceva assolutamente. Che cosa dunque poteva proporre alla gente ?
Continua ancora Giovanni: “Venne tra i suoi, ma i suoi non lo accolsero (v.11)”. E’ tragico questo fatto. Dio si era “preparato” il suo popolo; quando finalmente si manifesta, proprio in nome di Dio e in nome della legge, i suoi non lo accolgono. Il Vangelo di Giovanni ci dice: chi non accoglie Gesù come fonte di vita, poi lo accoglierà per dargli la morte. I Vangeli sono estremamente radicali: o con Gesù, o contro Gesù.
Ma il monito che l’evangelista ci dà è che continuamente nel mondo esiste il rischio che, quando Gesù si presenta, non venga riconosciuto. E’ chiaro che non viene come un’apparizione: Dio si manifesta attraverso delle persone, le persone che ci parlano di Lui, le persone che si comportano in piena sintonia con Lui. Gesù è venuto a proporci di essere una comunità dinamica, animata dallo spirito. Una comunità così riconoscerà sempre i profeti.
Chi è il profeta, il credente, l’inviato da Dio ?  Il profeta, “vino nuovo in otri nuovi” (Mt 9,17; Mc 2,22; Lc 5,38), non può essere contenuto dentro rigide strutture, ma ha bisogno di aprirsi alla novità che lo Spirito gli suggerisce nel suo cuore, e compito della comunità dei credenti è appoggiare queste persone nel loro cammino e non ostacolarle.
L’evangelista ha detto: “venne nel mondo, ma i suoi non l’hanno accolto; ma a quanti lo hanno accolto, li rese capaci di diventare figli di Dio (v.12)”. Chi è che lo ha accolto? Soprattutto i poveri, i semplici (come i pastori nel momento della sua nascita), e poi i pagani, i senza Dio, i miscredenti e le categorie che la religione dell’epoca giudicava al di fuori dell’azione di Dio. Quando Gesù muore, non sono i discepoli (che scapperanno tutti), ma i pagani – nella figura del centurione – che vedendo il modo di morire di Gesù, riconosceranno in lui il Figlio di Dio. Ecco il monito tremendo che Gesù dà nei Vangeli, dove afferma che “i pubblicani” – cioè questa categoria immorale di miscredenti – “e le prostitute, vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31).
La dottrina religiosa ebraica, ha sempre presentato Dio come un signore e l’uomo come un suo servo. L’atteggiamento del credente, nei confronti di Dio, era pertanto quello di un servo nei confronti del suo signore.
Niente di tutto questo nei Vangeli. Giovanni ci presenta non un Dio che si fa servire dall’uomo, ma un Dio che si mette al servizio dell’uomo. Qualcosa di assolutamente inconcepibile nel panorama religioso dell’epoca. Un Dio che non chiede di essere servito, ma che è Lui stesso che si mette al servizio nostro. Questo tema verrà spiegato dal Vangelo di Giovanni con l’episodio della lavanda dei piedi (Gv 13,1-20), che era un compito degli schiavi. Gesù lo dirà in maniera molto chiara, nel Vangelo di Matteo: “non sono venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28). Ci invita Gesù: “accoglimi, e con me e come me metti la tua vita a servizio degli altri”. Ecco il progetto di Dio sull’umanità.
Pertanto, si diventa “figli di Dio” nella pratica di un amore simile a quello del Padre, un amore che, man mano che si esercita, sviluppa nuove capacità d’amare e fa sorgere ancora nuove possibilità di fare: è un amore che fa crescere l’uomo. E Giovanni spiega questo dicendo, letteralmente, “a quanti credono nel suo nome”. Il verbo “credere” significa dare adesione a qualcuno, e il nome significa l’identità della persona: quindi “a coloro che mantengono l’adesione alla sua persona”. Si è sicuri di essere in comunione con Dio perchè si e’ data adesione a Gesù, modello dell’uomo e modello d’amore. Il mantenere questa adesione significa rinnovare continuamente, quotidianamente, quelle scelte che ci hanno fatto decidere per Gesù. Significa che, di fronte al desiderio di prestigio, alla sete di denaro, alla ricerca di potere che sono gli atteggiamenti che causano la rivalità e l’odio nel mondo, il credente sceglie la condivisione e il servizio. E questo va mantenuto quotidianamente. La scelta di essere “figli di Dio” non viene fatta una volta per sempre, ma, come dice Giovanni, l’adesione a Gesu’ va mantenuta. Quotidianamente c’è da dire no, c’è da rifiutare di arricchire perchè voglio condividere quello che ho e quello che sono con gli altri (ed e’ questa la vera ricchezza), c’è da rifiutare situazioni di potere perchè voglio vivere soltanto in situazioni di servizio…
Andiamo ora al versetto “E così la parola si fece uomo (v.14)”. Questo progetto che Dio aveva per l’umanità, questo progetto che aveva prima ancora di creare il mondo, questo progetto per il quale aveva creato tutto, finalmente si è realizzato nella persona di Gesù. Gesù è il modello perfetto della creazione. Quindi, non è Adamo, primo uomo, il modello della creazione.
Scrive Giovanni: “e venne ad abitare in mezzo a noi”. Giovanni usa il verbo corrispondente a “installare una tenda” perchè nell’Antico Testamento, nel libro dell’Esodo, si diceva che quando il popolo ebraico camminava nel deserto, ad ogni tappa Dio lo accompagnava e vi abitava; la sua gloria e la sua presenza era in una tenda (cfr. Es 33,7-11; 40,34-38). Giovanni fa comprendere che questo Dio riprende il suo posto. Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi. Dio ha preso la sua tenda e l’ha posta in mezzo al suo popolo. Ovunque ci sono dei credenti che vivono in sintonia con questo amore, se solo c’è in loro un desiderio iniziale di sprigionare questa capacità d’amore, Dio è presente. Dio non è più da cercare; Dio è da accogliere con il suo amore, perchè Dio è venuto in mezzo a noi e qui ha messo la sua tenda. Dovunque c’è amore, lì c’è Dio.
E’ terminata l’ora del tempio come luogo esclusivo del culto; lo dirà sempre Gesù nel Vangelo di Giovanni. Alla domanda della Samaritana, che gli chiedeva quale fosse il santuario più importante, quello che faceva più grazie, quello più sicuro, il loro o quello di Gerusalemme, Gesù risponde: “è giunto il momento in cui nè su questo monte, nè in Gerusalemme adorerete il Padre.  E’ giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv 4,21.23).
L’unico culto che Dio cerca e chiede sarà il prolungamento del suo dinamismo d’amore sull’umanità: non esiste altra forma di culto. Dio non sta in un tempio particolare: il luogo sacro, l’edificio chiesa è assolutamente necessario, ma Dio è in mezzo al popolo dovunque c’è amore, e chi vuole dargli culto deve accogliere questo amore e prolungarlo attraverso la propria persona per trasmetterlo agli altri (cf. 1 Pt 2,4-5).
Il progetto con il quale Dio aveva creato il mondo, finalmente si è realizzato in una persona: Gesù. Con Gesù non c’è più un luogo sacro particolare dove andare per poter incontrare il Signore, come la tenda di Gerusalemme, ma dove c’è la comunità dei credenti lì c’è la presenza di Dio (cf. Mt 18,20).
Conclusione.
Iniziamo con la parte finale del versetto 14: “e abbiamo visto la sua gloria”. Quando nel libro dell’Esodo Mosè chiede al Signore: “Mostrami la tua Gloria”, il Signore gli risponde così: “Tu non potrai vedere il mio volto, perchè nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33,18-20). Se il vedere la gloria di Dio nell’Antico Testamento era qualcosa che incuteva grande timore, nel Nuovo Testamento, nel messaggio di Gesù, vedere, toccare la gloria di Dio sarà condizione essenziale per avere la vita. Quindi, non più un Dio inaccessibile, un Dio lontano, ma un Dio la cui presenza è la manifestazione visibile della sua gloria, la manifestazione di quello che lui è. Ed essendo amore il Dio che ci presenta Gesù, la gloria significa espressione visibile d’amore, che si deve assolutamente rendere manifesto e concreto in atti, in gesti, in manifestazioni vitali.
Questa gloria, che Giovanni assicura in noi tutti (“abbiamo visto la sua gloria”), Gesù la manifesta nel capitolo 2, con l’episodio delle nozze di Cana (Gv 2,1-12). La stessa gloria di Dio, cioè la manifestazione visibile della gloria di Dio che il Padre ha riversato tutta su Gesù, Gesù la riversa in noi: “e la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perchè siano come noi una cosa sola” (Gv 17,22). Quindi, la gloria di Dio non è un qualcosa di lontano, di inaccessibile, ma è la stessa comunità dei credenti che, se possiede questa qualità d’amore irradia l’amore divino (cf. Mt 5,14-16: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perchè vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”). Allora il luogo della testimonianza per eccellenza è quello in cui ci sono i credenti che si impegnano fedelmente a vivere questo impegno d’amore. Lì è presente la stessa gloria di Dio.
Quindi, in Gesù si manifesta pienamente tutto quello che Dio è. La gloria che Gesù possiede è quella di un figlio unico che vive in piena comunione con il Padre. Qui comprendiamo la perplessità di Gesù quando risponde alla domanda di Filippo. Filippo, sempre in questo Vangelo, al capitolo 14, chiede a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta”. E Gesù risponde: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?” (Gv 14,9-10). Significa che tutto quello che Gesù ha detto, ha fatto ed è stato, è quello che Dio è, fa e agisce con noi. Non possiamo avere un’idea diversa da quella che vediamo in Gesù perchè Dio è Gesù nella comunione perfetta della Santissima Trinità.
Di Dio noi non sappiamo niente se non quello che vediamo in Gesù. Il Dio che Gesù ci presenta è il Dio che lava i piedi ai suoi discepoli. Gesù si mette a fare il lavoro di un servo per far comprendere ancora una volta che Dio è Amore. Inoltre ci viene insegnato che il servizio agli altri non solo non diminuisce, non toglie la dignità dell’uomo, ma è il fattore che gliela conferisce. Gesù, mettendosi in questo atteggiamento di servizio agli altri, non ha diminuito la sua dignità, ma l’ha portata alla pienezza. Chiunque di noi vuole essere in sintonia con Gesù, deve mettere la sua vita a servizio degli altri.
La caratteristica di Gesù è quella dell’amore fedele, che va in cerca di tutti quelli che lo hanno tradito; lo vediamo nel Vangelo di Giovanni, cominciando con l’episodio della Samaritana (Gv 4,1-42). Questa donna adultera rappresenta il popolo di Samaria: quel popolo che, oltre al tempio del Signore, si era costruito, su altri cinque monti, altri cinque templi per altrettante divinità. Ebbene, Gesù riesce a riconquistare anche lei e le si rivolge dicendo: “Se tu conoscessi il dono che ti sto per fare…” Non la rimprovera, non la minaccia, ma la riconquista offrendole il suo amore in una forma nuova e insperata. E così riconquisterà il traditore Pietro, l’incredulo Tommaso e, soprattutto la scena meravigliosa dell’amore fedele di Gesù nei confronti dei suoi durante la cena. Gesù annunzia che ci sarà un tradimento e i discepoli incominciano a investigare; si guardano l’un l’altro, per cercare d’individuare il colpevole. Cosa fa Gesù? Offre a Giuda il pane (Gv 13,21-30). Nella cultura ebraica, durante i pranzi si mangia tutti quanti nello stesso piatto e il padrone di casa inizia il pranzo intingendo il pezzo di pane nella salsa e lo offre all’ospite d’onore. Gesù, per evitare che i sospetti s’addensino su Giuda, il traditore che lo sta per rinnegare, gli fa un gesto d’amore preferenziale nei confronti degli altri. E’ l’amore fedele di Dio che fino all’ultimo si comunica. Poi, dipenderà dal discepolo scegliere che cosa fare di questo amore, rendendosi responsabile di sè stesso.
Poi continua l’evangelista: “Giovanni gli rende testimonianza e grida: Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perchè era prima di me”. Cosa significa questa espressione? Nella comunità primitiva Giovanni era stato idealizzato da molti come modello di Messia. Ebbene, Giovanni afferma di non essere lui il Messia e lo esprime proprio con questa espressione: “ecco colui del quale io non son degno di sciogliere i legacci dei sandali” (Gv 1,27), riconoscendo pubblicamente Gesù come l’Agnello di Dio (Gv 1,29) e i discepoli che Giovanni aveva diventeranno discepoli di Gesù (Gv 1,37).
Siamo ormai verso la fine di questo prologo; al versetto 16 si afferma che “dalla sua pienezza” – dalla pienezza di questo amore – “noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”. Potremmo dire che noi abbiamo ricevuto un “amore che cresce”; più noi amiamo e più noi scopriamo e sviluppiamo dentro di noi nuove capacità d’amare. Ma è importante la sottolineatura che fa l’evangelista: l’esperienza e la partecipazione a questo amore-vita è lo specifico della comunità cristiana. La trasmissione del messaggio di Gesù non va fatta attraverso insegnamenti dottrinali soltanto, ma attraverso la trasmissione d’amore. La linea del Vangelo è chiara! Tutti noi abbiamo sperimentato questo, tutti noi abbiamo sperimentato un amore che nemmeno riuscivamo ad immaginare. Questa è la base della nostra fede.
Questo aspetto del Vangelo di Giovanni, Gesù tornerà ad esplicitarlo quando parlerà di se stesso come di colui che “dà lo spirito senza misura” (Gv 3,34). Chi produce amore attira infatti l’attenzione del Padre che, a sua volta, gli comunica ancora più spirito. Più io amo e più permetto a Dio di comunicare il suo amore, senza alcuna misura se non con quei limiti che la persona stessa, volontariamente, mette. Tutta quella parte della mia esistenza che è occupata dal rancore, dall’egoismo, dall’avidità, sarà uno spazio che lo spirito non potrà occupare e vivificare. I limiti li mettiamo noi, non Dio. Dio è colui che dona lo spirito senza misura.
Andiamo al versetto 17 che dice: “Perchè la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”. La legge è stata data attraverso Mosè e doveva essere una tappa, solo una tappa che già i profeti avevano annunziato sarebbe terminata. C’è il profeta Geremia che scrive: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali … concluderò una alleanza nuova … porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore … “(Ger 31,31-34). L’alleanza nuova, è quella che Gesù fa, che non sarà incisa sulle tavole di pietra soltanto (un codice esterno all’uomo), ma all’interno dell’uomo, che è quel desiderio di pienezza di vita che si ottiene attraverso l’amore. Se c’è questo si supera completamente il formalismo della legge, e l’amore è un linguaggio che tutti quanti possono comprendere: non sono forme teologiche soltanto quelle che dobbiamo trasmettere, ma percezioni vitali. E questo lo possono capire tutti, chi è colto e chi non è colto perchè si va direttamente al cuore di chi ascolta. L’amore infatti è il linguaggio universale che tutti quanti possono comprendere. Nella comunità dei credenti è necessario assolutamente accogliere questo amore per poi trasmetterlo agli altri e renderlo attuale.
Il versetto finale di questo prologo dice: “Dio nessuno l’ha mai visto. Solo il Figlio unigenito” cioè il figlio prezioso, il figlio prediletto: “… che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. L’evangelista dice che Gesù è “nel seno del Padre”, che è un’espressione che significa “nella piena intimità del Padre”. “Solo chi è nella piena intimità del Padre, costui ne è la spiegazione, cioè fa comprendere. L’unico che ci fa comprendere chi è Dio, è chi può accedere alla pienezza dell’intimità, cioè Gesù, e Gesù questa pienezza d’intimità non la ritiene una prerogativa gelosa, ma la offre a tutti noi.
Con questo termina il prologo, e dopo questo prologo comincia il Vangelo. In pratica, il prologo termina con l’espressione: “Dio nessuno l’ha mai visto; l’unico che lo ha rivelato è Gesù e ogni credente ha il Vangelo per vedere chi è Gesù e quindi chi è Dio”.