Trasfigurazione e Risurrezione

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Documento (VANGELO DI MATTEO:  Trasfigurazione e Risurrezione)

Il monte della Trasfigurazione ( Mt 17,1-9)
Consideriamo questo brano del Vangelo di Matteo, che è tutto all’insegna del bello: il brano della trasfigurazione di Gesù.
“Sei giorni dopo, Gesù prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte”.
“Sei giorni dopo …”: tutte le datazioni nei Vangeli non hanno mai valore cronologico, ma sempre teologico, cioè vogliono rimandare a qualcosa di più importante di una semplice scadenza di calendario.
Ma ora soffermiamoci sul termine “dopo”: dopo che cosa ?  Dopo uno scontro drammatico che Gesù ha avuto con i suoi discepoli, e in particolare con Pietro, al quale ha dovuto rivolgere l’epiteto di “Satana”! (Mt 16,21-23).
E’ importante quando si legge il Vangelo, non prendere un episodio singolarmente senza collegarlo ad altri, ma sempre inserirlo nel suo insieme. Gesù cerca di far comprendere ai suoi discepoli “chi” egli è, e “che cosa va a fare”, ma incontra una grande resistenza determinata dalla tradizione religiosa che attendeva un Messia molto diverso, vittorioso e violento.
Gesù è riuscito, finalmente, a farsi definire da Simone non come il figlio di Davide semplicemente, ma viene riconosciuto come “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” (Mt 16,16), che è una perfetta professione di fede.
Gesù non assomiglia infatti soprattutto a Davide, re guerriero che conquista e toglie la vita, ma  al Padre che dà la vita e la custodisce.
Ora, vedendo che finalmente, i discepoli hanno compreso la sua qualità di Messia, Gesù annunzia chiaramente, per la terza volta – cioè in maniera definitiva – che la sua salita a Gerusalemme non è per conquistare il potere, ma per essere ucciso dai detentori del potere civile e religioso.
Sappiamo che per catturare Gesù si scatena una caccia all’uomo pazzesca; i dati che ci fornisce Giovanni nel suo Vangelo (Gv 18,3) parlano di “una coorte di soldati” (una coorte era composta di ben 600 uomini), più le guardie del tempio che erano 200. Ottocento poliziotti si scatenano in una caccia all’uomo, ad un uomo indifeso. Questo per indicare la pericolosità che il sistema intravedeva in Gesù.
Ebbene, Gesù dice apertamente che va per essere sconfitto; allora – ecco l’episodio tragico – Pietro lo strattona in disparte ed esclama: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti dovrà accadere mai”. Ma Gesù, voltandosi, dice a Pietro: “Vattene, satana!  Tu mi sei di scandalo, perchè non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.
L’episodio della trasfigurazione avviene sei giorni dopo questo fatto, nel quale Gesù ha parlato della sua morte, e questo per i discepoli è il fallimento totale. Loro non comprendono ancora che Gesù ha una qualità di vita capace di superare la morte: per i discepoli la morte è la fine di tutto. Ma questa annotazione, “sei giorni dopo”, è soprattutto un richiamo al libro dell’Esodo, dove viene narrata la manifestazione di Dio sul monte Sinai. Scrive il libro dell’Esodo: “La gloria di Dio venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno Dio chiamò Mosè dalla nube” (Es 24,16). L’evangelista intende sottolineare, ancora una volta, la superiorità di Gesù su Mosè: mentre Mosè sale sul monte Sinai per partecipare ad una manifestazione da parte di Dio, Gesù è l’autore stesso di questa manifestazione.
Ecco che Matteo ricalca la salita di Gesù sul monte alto con quella di Mosè sul Sinai. Mosè sale sul Sinai accompagnato dal fratello Aronne, Nadab e Abiu, assieme ad altri settanta anziani di Israele (Es 24,1); ora qui Gesù sale sul monte alto accompagnato da Pietro – colui che ha chiamato poco prima “satana”, cioè uno che non ha le idee secondo Dio, ma secondo gli uomini -, da Giacomo e da Giovanni.
Abbiamo visto che il tentatore, Satana, ha trasportato Gesù su di un monte molto alto per presentagli il potere come modo per raggiungere la condizione divina. Ora Gesù prende con sè il tentatore, Pietro, l’unico personaggio dei Vangeli al quale Gesù si rivolge chiamandolo “satana”, e lo porta sul monte alto per dimostrare che la vera condizione divina non si ottiene dominando, ma dando la vita per gli altri.
Quindi, questo episodio è strettamente legato alle tentazioni del deserto e in particolare al momento in cui Satana porta Gesù su di un monte molto alto e gli offre tutti i regni del mondo come conseguenza del potere.
Adesso Gesù porta “satana” (Pietro), che rappresenta tutti coloro che all’esterno del gruppo di Gesù e al suo interno lo hanno continuamente tentato, su di un monte alto e gli manifesta la sua condizione.
Scrive l’evangelista: “E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. “Brillare come il sole” è un’espressione che indica la pienezza della condizione divina; l’evangelista, tramite questo espediente letterario, vuol dimostrare in Gesù la pienezza della divinità, vuol far comprendere che il dono di Gesù, che passa attraverso la morte, non soltanto non diminuisce la persona, ma le attribuisce la vera condizione divina. Quindi, Gesù mostra qual è la condizione dell’uomo che è passato attraverso la morte, morte che non solo non diminuisce la persona, ma le consente di manifestare il suo vero splendore.
Come sempre l’evangelista pone in comparazione la figura di Gesù con quella di Mosè.  Mosè, quando ritornò dal Sinai, si ritrovò con la pelle del viso che era diventata raggiante (Es 34,29); qui, invece, l’irradiazione della gloria di Dio, lo splendore della vita divina vengono emanate da Gesù stesso.
Gesù mostra da vivo la condizione di colui che è resuscitato, dove la morte non solo non diminuisce la persona, ma le consente di manifestare tutta la sua pienezza.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù usa una bellissima espressione per definire la morte e la paragona a un chicco di grano che se non muore non può diventare spiga (Gv 12,24). Nel chicco di grano è già contenuta e racchiusa tutta la bellezza incomparabile della spiga di grano. Ma soltanto attraverso la morte il chicco di grano può diventare una spiga, cioè solo la morte consente, finalmente, all’individuo di sprigionare tutte quelle ricchezze, quelle bellezze che aveva racchiuse in sè, ma che durante la vita non poteva manifestare.
Quindi, paradossalmente, un avvenimento indubbiamente triste, doloroso e tragico come la morte, viene da Dio trasformato in qualcosa di positivo. La morte consente al chicco di grano di diventare spiga.
Gesù, in questo episodio della trasfigurazione sta dicendo ai discepoli: voi avete tanta paura della morte, pensate che la morte sia il fallimento, sia la fine di tutto… ma guardate invece qual è la condizione dell’uomo che passa attraverso la morte… è incomparabilmente più bella.
Scrive l’evangelista “il suo volto brillò come il sole” – e qui si richiama a quanto Gesù aveva già detto: “I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43) – “e le sue vesti divennero candide come la luce”: cioè la condizione dell’uomo, una volta superata la soglia della morte non è una diminuzione dell’individuo, ma è la stessa persona con una manifestazione di pienezza di vita che durante la sua esistenza non ha potuto esplicitare.
“Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”.
Mosè ed Elia rappresentano il passato del popolo di Israele e concentrano in loro le promesse che Dio ha fatto al suo popolo, promesse manifestate attraverso la legge rappresentata da Mosè, mentre Elia era il più conosciuto dei profeti. In Mosè ed Elia è rappresentata tutta la Bibbia che è conosciuta come “la Legge e i Profeti”: essi sono il legislatore e il profeta che attraverso la violenza hanno imposto la fede in Dio (cf. Es 32,27-28; 1 Re 18,20-40).
Gesù al contrario non ammazzerà nessuno, ma verrà lui ammazzato in nome del Dio di Mosè, in nome del Dio di Elia.
“Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio, il mio unico erede, nel quale mi sono compiaciuto. Lui ascoltate”. La nube luminosa è una maniera per esprimere la manifestazione di Dio.
Questo brano è molto importante, perchè l’evangelista vuole rispondere a un problema inquietante che c’era nella primitiva comunità cristiana. Dopo la venuta di Gesù sono o non sono valide quelle leggi nelle quali siamo cresciuti e che i nostri padri ci hanno insegnato? Mosè, il suo ordinamento religioso, i dieci comandamenti sono o non sono validi? E ancora, la linea dei profeti, questa linea del regno di Israele che deve dominare tutte le altre nazioni, come è compatibile con l’insegnamento di Gesù che ci dice che ci dobbiamo mettere al servizio delle altre nazioni? E’ un dramma molto, molto delicato quello che vive la comunità cristiana.
Qual è dunque il posto dell’Antico Testamento nella comunità cristiana?
Ecco la risposta da parte di Dio: nè Mosè, nè Elia saranno il modello del nostro comportamento, ma soltanto e unicamente Gesù. Tutto il precedente va considerato in prospettiva di Cristo e da Lui solo viene portato a compimento. Tanto è vero che l’ordine che viene da Dio è imperativo: “Lui ascoltate!”.
C’e’ un’espressione nel libro del profeta Geremia, al capitolo 2, molto importante. Dio si lamenta, dice: “Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2,13). Questo è un insegnamento tuttora valido: quando si abbandona l’insegnamento di Gesù, l’acqua viva, l’acqua cristallina, si va alla ricerca degli altri insegnamenti che sono sempre acqua inquinata. Quando non si conosce il messaggio di Gesù, si ha bisogno di altri messaggi.
Noi oggi non abbiamo più il problema nè di Mosè, nè di Elia, ma abbiamo il problema della quantità dei messaggi che vengono contrabbandati come volontà di Dio.
Ebbene, l’insegnamento è valido tuttora: “Lui ascoltate!”
“Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”. Il gesto di Gesù è lo stesso che lui adopera con gli infermi e con i morti per restituire loro vita. E’ interessante vedere come Gesù non cacci mai i suoi discepoli, anche quando gli sono occasione d’inciampo, occasione di tentazione, ma ad ogni loro resistenza Gesù risponda con un’ulteriore comunicazione di vita.
L’invito di Gesù: “Alzatevi” verrà poi esattamente ripetuto nel Getsemani, al momento della sua cattura, quando Gesù dirà: “Alzatevi, andiamo” (Mt 26,46), ma in quel caso, scrive tragicamente l’evangelista, “tutti i discepoli abbandonatolo, fuggirono” (Mt 26,56). Essi credevano ancora infatti che la morte fosse il fallimento totale.
“Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non lo stesso Gesù” – quello di sempre – “solo”. “E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: Non parlate a nessuno di questa visione finché il Figlio dell’uomo non sia stato resuscitato dai morti”.
A questi discepoli, che sono ancora incapaci di seguirlo sulla croce, Gesù proibisce di parlare della loro esperienza, perchè non comprendono ancora che la condizione divina passa attraverso la morte; pensano che la condizione divina venga data dall’alto come una concessione da parte di Dio, mentre Gesù insegna che passa dal basso, attraverso il dono di sè. Solo quando Gesù sarà morto e quindi resuscitato, tutto questo sarà chiaro e allora potranno parlare di questa condizione di una vita indistruttibile. E, ancora una volta, c’è la resistenza da parte dei discepoli che non capiscono.
“Allora i discepoli gli domandarono: “Perchè dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”. Il condizionamento dell’insegnamento teologico al quale erano stati abituati ed educati non fa loro comprendere bene. La resistenza dei discepoli deriva da un insegnamento degli scribi che proponevano l’idea di un Messia trionfante sui propri nemici e non vittima degli stessi, e questo Messia sarebbe stato preceduto dal profeta Elia. Prima della venuta del Messia sarebbe apparso Elia che avrebbe spianato la strada al Messia.
“Ed egli rispose: “Io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, l’hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”. Nella polemica che poi seguirà con i sommi sacerdoti e gli anziani, Gesù rinfaccerà loro di non aver creduto alla predicazione di Giovanni il battezzatore (Mt 21,32).
Coloro che pretendono rappresentare Dio non sanno riconoscere mai un inviato di Dio, ma lo ostacolano, lo condannano e lo ammazzano. E, come per Giovanni, il destino di Gesù sarà la morte. Gesù sta dicendo, se lo vogliono capire, che è Giovanni il precursore, colui che doveva preparare la strada al Messia, non attraverso la violenza, ma attraverso un cambiamento di vita. Infatti, la predicazione di Giovanni il Battista sarà: cambiate vita, convertitevi per accogliere il Messia che viene. E quest’accenno a Giovanni è un anticipo che Gesù dà su quella che sarà la sua fine.  Come l’uomo di Dio, l’inviato di Dio non è stato accolto dai rappresentanti del potere, ma ostacolato e condannato, così pure sarà la fine di Gesù.
Il monte di questo brano è strettamente collegato con il monte della tentazione – perchè anche su questo monte c’è la tentazione – e infine con il monte per eccellenza: il monte dove si può sperimentare la resurrezione di Gesù.

Il monte della Risurrezione ( Mt 28,1-20)
Consideriamo il capitolo 28 del Vangelo di Matteo: “Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro”. Queste donne non vanno subito al sepolcro per osservare il riposo del sabato, che era ritenuto il comandamento più importante.
E, passato il sabato, si legge “all’alba del primo giorno”.  L’espressione è presa dal libro della Genesi, dove l’autore scrive, nel passo della creazione: “E fu sera e fu mattina: primo giorno” (Gen 1,5). Per l’evangelista la risurrezione di Gesù è una nuova creazione, la vera e definitiva creazione da parte di Dio: non un uomo come il primo destinato alla morte, ma un uomo destinato a una vita indistruttibile.  L’evangelista vede in questo giorno il primo e definitivo giorno della creazione. Siamo nel capitolo finale di Matteo e l’evangelista, in questi passi, arricchisce ogni singola parola di significati importanti e teologici.
E’ “l’ottavo giorno” di cui si parla: la settimana è composta di sette giorni e il primo giorno dopo la settimana è l’ottavo giorno, cioè la domenica, perchè il sabato era il giorno del riposo. Questo numero nella spiritualità dei primi cristiani ha un’enorme importanza perchè è il “giorno del Signore”, così chiamato in ricordo della risurrezione. Ecco perchè Matteo, nelle beatitudini, impiega il numero otto, richiamando proprio l’ottavo giorno.
Le beatitudini di Matteo sono dunque otto, perchè l’evangelista vuol indicare che vivendo e praticando queste beatitudini si ha e si è in una vita che è indistruttibile. L’evangelista vuol perciò dire che nella pratica delle beatitudini c’è una vita indistruttibile che non è riservata ad un popolo eletto, ma è estesa a tutta l’umanità.
Nel brano del Vangelo che stiamo esaminando abbiamo due protagoniste: Maria di Magdala e l’altra Maria. Quindi, abbiamo due donne che vanno a vedere il sepolcro.
“Ed ecco che vi fu un grande terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa”. Il terremoto è un’immagine che, nell’Antico Testamento, indica sempre una manifestazione divina; quindi l’evangelista non sta descrivendo un fatto storicamente avvenuto, un sisma tellurico, ma vuole indicare che si manifesta Dio. Anche quando Gesù spira, l’evangelista scrive che tutta la terra si scosse.
Nella morte di Gesù sulla croce si era manifestato l’amore di Dio; nella sua risurrezione si manifestano le conseguenze di questo amore fedele e appare un personaggio che è l’angelo del Signore.
L’angelo del Signore, nel Vangelo di Matteo appare tre volte: per annunziare la nascita di Gesù (Mt 1,20), per difenderla dalle trame assassine di Erode (Mt 2,13) e infine per confermarne la vita indistruttibile. E le azioni di questo angelo del Signore, cioè di Dio stesso, hanno tutte un profondo significato.
Il sepolcro era scavato nella roccia e ogni sepolcro veniva considerato come la bocca dello “Sheol”. Gli ebrei immaginavano la terra come un tavolo; sotto la terra c’era un’enorme spelonca dove andavano a finire le persone morte, che vivevano come delle larve. Questo posto in ebraico si chiama “Sheol”, da una radice che significa “colui che inghiotte”; in greco si chiama “Ade” – dal nome di una delle divinità del regno dei morti -, e la traduzione latina è  “inferi” da non confondere assolutamente con l’inferno.
Ogni tomba dunque veniva considerata la bocca degli inferi, e quando si seppelliva il morto veniva messa sopra una pietra, a significare la fine di tutto. Ebbene, l’angelo del Signore, Dio stesso, scardina questa pietra, la fa rotolare  e ci si installa sopra: ora la comunicazione di vita tra Dio e i morti e quindi i viventi, è continua e non avrà mai più fine.
“Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve”: questa descrizione ci richiama quella di Gesù nella trasfigurazione. “Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono e diventarono come morte”. Chi giace nell’ombra della morte, chi sta installato nella sfera del potere non può percepire le manifestazioni di vita da parte di Dio. Per percepirle occorre uscire da questa sfera. Qui c’è l’angelo del Signore, Dio stesso che appare vivificante e distrugge la pietra della morte, ma i custodi della morte, non possedendo nessuna esperienza di vita, sprofondano ancora di più nella morte.
“Ma l’angelo disse alle donne: «Non abbiate paura, voi!”. Il timore era un sentimento tradizionale che nell’Antico Testamento coglieva le persone di fronte ad una manifestazione divina. Ma con Gesù il timore viene eliminato per essere sostituito da un sentimento di amore e di gioia.
E l’angelo del Signore dice: “So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto”. Nella mentalità ebraica dire “crocifisso” significava dire “maledetto da parte di Dio”. I sommi sacerdoti hanno infatti cercato la maniera peggiore di eliminare, ma soprattutto di screditare Gesù; tra le varie forme che c’erano per eseguire la condanna capitale, hanno scelto l’unica che secondo la Bibbia era riservata ai maledetti da Dio. ( cf. Dt 21,22-23). L’angelo dice: voi cercate il maledetto, ma non è maledetto, anzi è risorto  “come aveva detto”.
Luca sarà ancora più esplicito: “Perchè cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,5).
La resurrezione di Gesù, e anche la nostra, non è la semplice rianimazione di un cadavere, ma si tratta di un corpo glorioso, come una nuova creazione dell’individuo: quella che permette che il chicco di grano si trasformi in spiga.
E l’angelo dice: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E’ stato resuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto”.
Nel Vangelo di Giovanni o nel Vangelo di Luca Gesù si presenta ai suoi lo stesso giorno che è risuscitato. Ricordiamo bene la scena degli undici chiusi a chiave dentro il cenacolo e di Gesù che nello stesso giorno della resurrezione appare ad essi.
I Vangeli non vogliono trasmetterci delle descrizioni storiche soltanto, ma anche delle verità teologiche valide per i lettori di tutti i tempi. La resurrezione di Gesù, il fatto di averlo visto risorto non è solo un privilegio che è stato concesso duemila anni fa a qualche decina di privilegiati, ma anche un’esperienza possibile per i credenti di tutti i tempi. Questo è quello che l’evangelista vuol dire, e per fare ciò cura ogni particolare di questa descrizione.
Esaminiamo l’espressione: “Ora vi precede in Galilea; là lo vedrete”. In greco ci sono diversi modi per scrivere il verbo “vedere”; qui l’evangelista usa un termine che non indica una visione con gli occhi, ma un intuire interiormente. Allo stesso modo di come noi parlando con una persona usiamo la frase “ma non vedi che…”, questo non significa che la persona abbia dei problemi alla vista, ma che ha difficoltà ad intuire. Ed è lo stesso verbo che è stato usato da Matteo nella beatitudine “beati i puri di cuore, perchè vedranno Dio” (Mt 5,8).
Adesso rimane più chiaro come questi vari monti che sono stati considerati sono collegati l’uno con l’altro e, in fondo sono lo stesso monte, il monte della sfera divina.
Chi vuol vedere Dio, chi vuol fare l’esperienza del resuscitato, deve essere “puro di cuore”. Ora il cuore, nel mondo ebraico, nella cultura ebraica, non è la sede degli affetti, ma è l’intelligenza, la coscienza. Le persone limpide, le persone trasparenti avranno un’esperienza profonda di Dio nella loro vita. Quindi, la visione di Dio non è un premio riservato al futuro, ma una costante e quotidiana esperienza nel presente, alla quale siamo tutti quanti invitati.
“Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli”. Non si può cercare tra i morti colui che è vivo: occorre abbandonare in fretta il sepolcro, altrimenti non si incontra il Signore risorto. Quando ci si blocca nelle cose passate non si è in grado di cogliere la novità del presente che ci viene offerta dallo scorrere della vita.
Da notare l’abilità letteraria dell’evangelista in questo brano: “abbandonarono in fretta il sepolcro, con timore, ma con gioia grande”. Man mano che si allontanano dal sepolcro, il luogo del timore, subentra in loro una gioia grande che prelude all’incontro con Gesù. “E corsero…”: è particolare questa precisazione dal momento che in oriente non esiste la fretta; andare di fretta, per la cultura orientale, è segno di maleducazione e correre è disonorevole, ma questa irruzione della vita è talmente importante che queste donne abbandonano le convinzioni sociali e corrono a dare l’annuncio ai discepoli.
Inoltre, mentre la donna nella tradizione ebraica è considerata una sottospecie umana e non ha accesso a Dio, nei Vangeli non solo viene innalzata allo stesso livello di dignità degli uomini, ma addirittura ad un livello superiore: le donne qui nei Vangeli vengono innalzate alla stessa maniera dei più vicini a Dio, cioè gli angeli che, nella concezione ebraica erano coloro che avevano intimità con Dio.
L’evangelista dà a queste donne lo stesso incarico che hanno gli angeli: annunciare. Il verbo “annunciare” ha la stessa radice di “angelo”: l’angelo è colui che annuncia. Quindi le donne, nella comunità dei credenti, non solo hanno la stessa dignità e lo stesso incarico degli uomini, ma li sorpassano: sono le prime che percepiscono la vita, e in quanto tali hanno lo stesso ruolo che gli angeli hanno con Dio. Quindi sono le donne le messaggere e le annunciatrici di vita.
“Ed ecco Gesù venne loro incontro, dicendo: Rallegratevi”. Matteo è l’unico evangelista che narra di questa apparizione di Gesù alle due donne, Maria di Magdala e l’altra Maria.
Nessuno è stato testimone della resurrezione di Gesù, perchè tutti devono divenirlo del risuscitato. La risurrezione di Gesu’ non ha avuto testimoni, ma ad ogni credente e’ possibile incontrarsi con Gesu’ risorto.
La fede delle donne nella resurrezione di Gesù non si basa sulla visione di un sepolcro vuoto – anche le guardie hanno visto un sepolcro vuoto, ma non credono che Gesù sia resuscitato -, ma con l’incontro di Gesù vivo e vivificante.
La prima parola che Gesù pronuncia da risorto è “Rallegratevi”. Perchè al termine delle beatitudini, dopo aver annunziato la beatitudine delle persecuzione, Gesù la commenta dicendo: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11-12).
E la ricompensa è una vita che la morte non è stata capace neanche di scalfire.
Allora Gesù, che testimonia questa vita che è stata capace di superare la morte, Lui che è stato considerato il maledetto da Dio, quel corpo che è rimasto pendente ad un patibolo, si presenta più vivo e vivificante che mai e dice: “Rallegratevi”. Ecco qual è la ricompensa: una vita capace di superare la morte. Quindi la prima parola che Gesù pronuncia da risuscitato è collegata alla ricompensa promessa alla fine delle beatitudini, e questo collega il monte della risurrezione con quello delle beatitudini.
“Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”. E’ ancora un invito a superare il timore.
Gesù manda le donne ai suoi fratelli; è la prima volta che nel Vangelo Gesù dichiara i discepoli come suoi fratelli, cioè come suoi consanguinei. Gesù aveva detto: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50). Quando i discepoli hanno compreso che attraverso la morte non si va verso la fine, ma verso la pienezza della propria vita, Gesù li può chiamare fratelli.
Gesù ripete, per la terza volta in questo Vangelo, l’invito di andare in Galilea per poterlo vedere. Nel Vangelo di Matteo Gesù non appare mai a Gerusalemme; Gerusalemme, questa città tanto santa quanto assassina, fin dall’inizio del Vangelo viene messa da Matteo nell’ombra sinistra della morte. Quando a Gerusalemme viene annunciata la nascita di Gesù, si legge che Erode e tutta Gerusalemme tremarono, perchè pensano a quello che perderanno con la nascita del liberatore. E la stella cometa, questo segno divino che guida i magi, non splenderà mai su Gerusalemme.
Nel Vangelo di Matteo Gesù risuscitato non apparirà mai a Gerusalemme perchè ogni evangelista ha la sua linea teologica. Secondo Matteo Gerusalemme è luogo di morte, è luogo di una istituzione religiosa che assassina in nome di Dio. Allora bisogna lasciare Gerusalemme per andare in Galilea: chi vi rimane dentro, dentro il tempio, dentro l’istituzione religiosa, non potrà fare mai l’esperienza di Gesù risuscitato. Per sperimentare Gesù risuscitato bisogna andare il Galilea. Tutte queste indicazioni sono teologiche e riguardano la fede, non sono geografiche e non riguardano la cronaca.
Proseguendo nella lettura c’è l’episodio delle guardie che vanno dai sacerdoti: i sacerdoti, scrive l’evangelista al versetto 12, “si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una considerevole somma di denaro alle guardie”. La tematica di Matteo è sempre la stessa: o Dio o mammona.
Il denaro appare nel Vangelo di Matteo sempre in una luce sinistra e sempre collegato agli effetti della morte. E’ uno strumento che usa il dio rivale al Padre di Gesù, cioè il dio-mammona. Con il denaro i sommi sacerdoti si sono impadroniti di Gesù grazie al tradimento di Giuda che lo ha venduto per 30 sicli d’argento: ma se per denaro Giuda ha tradito il suo maestro, con il denaro i sommi sacerdoti tradiscono il loro Dio. Quindi, il denaro è sempre collegato alla morte. Chi è per dio-mammona non può essere testimone della resurrezione di Gesù.
Consideriamo ora il versetto 16: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato”.
Perchè l’evangelista scrive che gli undici andarono in Galilea su di un monte che Gesù aveva loro fissato, quando Gesù non ha fissato alcun monte? Qual è questo monte? Questo monte non indica un luogo, ma una verità. Il monte è quell’unico monte della Galilea che viene citato nel Vangelo di Matteo, cioè il monte delle beatitudini.
Allora, queste indicazioni dell’evangelista non sono indicazioni di un resoconto storico, cronologico, ma indicazioni teologiche valide per i lettori del Vangelo di tutti i tempi. Non si può credere ad una esperienza tanto importante per la nostra vita come la risurrezione di Cristo soltanto perchè ci viene insegnata o per l’autorità di chi ce lo insegna; non si puo’ credere alla presenza di Gesù risuscitato se non si incontra personalmente nella fede il Vivente, il Vivificante.
La resurrezione di Gesù non è stato soltanto un privilegio per poche persone duemila anni fa, ma anche una possibilità per tutti i tempi. L’evangelista in pratica sta dicendo questo: “Volete sperimentare che Gesù è risuscitato? Andate in Galilea sul monte delle beatitudini”. E l’evangelista vuol dire: nella pratica e nella fedeltà del messaggio di Gesù, che è concentrato nelle beatitudini, si fa l’esperienza di Gesù risuscitato.
Ecco che allora non c’è da andare con nostalgia o con malinconia all’esperienza vissuta dagli undici discepoli o da qualche altra centinaia di persone di quell’epoca, ma c’è una possibilità alla quale tutti quanti siamo invitati. Se vogliamo sperimentare Gesù risuscitato andiamo in Galilea. Abbiamo già considerato il monte delle tentazioni, quando il diavolo ha condotto Gesù su un monte alto per dargli la condizione divina? Ebbene, la condizione divina, dice Gesù, si ottiene attraverso il dono di sè e il servizio.
“Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”. Cosa significa che gli undici quando vedono Gesù resuscitato dubitano? Non dubitano che sia resuscitato, perchè lo vedono e gli si prostrano davanti, cioè riconoscono che è presente e vivificante. Perchè, allora dubitano?
Questo verbo si trova, sempre in Matteo, nell’episodio di Gesù che cammina sulle acque (Mt 14,22-33). “Camminare sulle acque” è un’espressione teologica che indica la condizione divina, perchè l’unico che cammina sulle acque è Dio. Quindi, Gesù ha mostrato la sua condizione divina e Pietro dice: “Voglio anch’io camminare sulle acque” e ci prova; ma, scrive l’evangelista, vedendo il vento comincia ad affondare. E Gesù gli si rivolge con le parole: “Uomo di poca fede, perchè hai dubitato?”. Pietro pensava che la condizione divina si ottenesse mediante un intervento dall’alto; Gesù dice di no, la condizione divina si ottiene attraverso il dono della propria esistenza. Gli undici vedono che Gesù è risuscitato, che è passato attraverso la persecuzione e la morte, ma dubitano, cioè si chiedono: siamo noi capaci di passare attraverso il dono di noi stessi per giungere a questa condizione?
“E Gesù, avvicinandosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. Quello che Satana aveva promesso a Gesù – ti darò tutti i regni del mondo e il pieno potere -, Gesù dice che già lo possiede, ma non ottenendolo attraverso il potere, ma attraverso il dono di sè.
“Andate dunque e fate miei discepoli tra tutte le nazioni  battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Gesù, quando aveva chiamato i discepoli, aveva detto: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Mt 4,19): cosa significa essere “pescatori di uomini”?
Il mare è il luogo dove i pesci hanno la vita. Pescare un pesce significa tirarlo fuori dal suo ambito vitale e trasferirlo in quello della morte. Invece, pescare un uomo dal mare, che a lui darebbe la morte, significa tiralo fuori dall’ambito della morte e trasferirlo in quello della vita.
Come si fa questo? Gesù dice: “Andate a battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, che non è una formula liturgica per amministrare il battesimo: il verbo “battezzare” significa “immergere”, ed è un invito valido per noi tutti. Dobbiamo andare e immergere ogni persona nella realtà d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
“Insegnando loro a praticare tutto ciò che vi ho comandato”. Il verbo “comandare”, Gesù lo usa soltanto per le beatitudini. Compito dei credenti è andare a praticare le beatitudini. Se c’è questa pratica, e si conclude il Vangelo, “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo”. Gesù, nel Vangelo di Matteo, non parte per un cielo lontano, ma rimane con i suoi ad una condizione: chi pratica le beatitudini fa l’esperienza di una presenza continua, profonda, interiore di Gesù nella propria esistenza.
Allora, chi vive in questo modo non ha nostalgie per un lontano paradiso e non prende scorciatoie per arrivarci, perchè veramente comprende che il paradiso è dove c’è Dio e Dio è là dove si praticano le beatitudini.
Il bellissimo invito, con il quale si conclude il Vangelo di Matteo è rivolto ad ognuno di noi: chi vuol sperimentare una vita di una qualità nuova, indistruttibile, chi vuol sperimentare l’incontro con Gesù vivo e vivificante, basta che si collochi sul monte delle beatitudini. Monte delle beatitudini che può essere riassunto in questa espressione: occupatevi del bene degli altri, perchè Dio si prenderà cura del vostro.